Ogni anno, puntuale come l'allergia al polline, arriva l'8 marzo. E con lui, il solito corredo di mimose stropicciate, messaggi WhatsApp prestampati e prenotazioni nei ristoranti per serate "all inclusive" che promettono trasgressione e finiscono spesso nel grottesco. Se vogliamo davvero onorare questa data, dobbiamo avere il coraggio di dire che il rispetto non si misura in mazzetti di fiori, né la libertà si esprime in una serata di spogliarello. Festeggiare la donna solo l'8 marzo è come innaffiare una pianta una volta l'anno e pretendere che resti rigogliosa. C'è qualcosa di profondamente contraddittorio nel celebrare la "figura femminile" per 24 ore, per poi tornare il 9 marzo a un mondo fatto di parità di competenze, il portafoglio parla ancora al maschile. Quella della gestione invisibile della casa e della famiglia che ricade quasi sempre sulle stesse spalle. E infine di quel sottile (ma costante) esame a cui le donne sono sottoposte per come appaiono, per come scelgono di essere madri o per come scelgono di non esserlo.
Non dimentichiamolo: questa giornata nasce dalle lotte operaie, dal sangue e dalle rivendicazioni per il pane e per le rose. Ridurla a una "festa della donna" intesa come occasione di svago leggero rischia di cancellare la natura politica e sociale dell'evento. La mimosa è un simbolo bellissimo perché è un fiore che resiste, che fiorisce anche nei terreni difficili. Ma la sua forza non sta nel colore, sta nella sua resilienza. Celebrare oggi significa riconoscere che la libertà di una donna non è un "concedere qualcosa", ma un diritto fondamentale che non deve aver bisogno di permessi, né di quote, né di sconti.
Cosa resterebbe se togliessimo la mimosa?
Forse resterebbe la cosa più preziosa: l'ascolto. Invece di un augurio standard, potremmo chiederci se nel nostro quotidiano — in ufficio, a casa, nelle istituzioni — stiamo davvero creando spazio per il merito e per la sicurezza. Perché la vera emancipazione non passa per una cena fuori, ma per la possibilità di camminare per strada senza voltarsi indietro e per la certezza che la propria voce abbia lo stesso peso di qualunque altra.
Quest'anno, lasciamo pure le mimose sulle piante (o usiamole come un semplice pensiero gentile), ma portiamo avanti la consapevolezza. Essere donna non è un genere da festeggiare, è un'identità da rispettare. Ogni singolo giorno del calendario.

