Oltre i due poli. L'urgenza di un popolarismo nuovo (RegPress)

Luglio 22, 2026 564

È possibile affermare le idee liberali e soprattutto popolari al di fuori dei due poli che oggi comprimono la vita pubblica italiana? Sì, è possibile. Ed è anche necessario.

Non si tratta di inseguire la nostalgia, né di tentare l'operazione archeologica di una nuova Democrazia Cristiana. La storia non si ripete in fotocopia e chi ci prova finisce per produrre caricature. Si tratta invece di far riemergere dal passato ciò che il passato ha di più attuale. Vale a dire i valori del popolarismo sturziano, di Luigi Sturzo e di quanti ne furono convinti assertori. Quel popolarismo nato nel 1919 con l'Appello ai liberi e forti non era un centrino moderato per addolcire gli estremi. Era un progetto radicale. Il suo obiettivo era superare insieme lo statalismo soffocante e il centralismo liberale, che vedeva lo Stato come apparato distante, attraverso tre leve chiare. Il decentramento reale, le autonomie locali come scuola di responsabilità, e la valorizzazione dei corpi intermedi, sindacati, cooperative, associazionismo, imprese sociali, comunità. Un'idea che si distingueva con nettezza sia dal socialismo, perché non consegnava tutto allo Stato, sia dal conservatorismo, perché non consegnava tutto alla conservazione dell'esistente. Al centro metteva la persona, la sua partecipazione attiva, la sua ispirazione cristiana intesa non come confessionalismo ma come criterio di giudizio sulla politica.

Che fine hanno fatto quei valori nel bipolarismo italiano?

A sinistra, il Partito Democratico ha progressivamente smarrito quella componente popolare e comunitaria che era confluita nella sua storia dalle culture cattolico democratiche. Ha privilegiato altre lessici, altre priorità, altre alleanze culturali, perdendo il contatto con quel mondo del lavoro autonomo, del volontariato, del civismo locale che era l'humus del popolarismo. A destra, Forza Italia pur essendo organicamente nel Partito Popolare Europeo è rimasta a lungo un partito legato alla sua genesi personale e aziendalistica, incapace di strutturarsi come vero partito popolare di massa, radicato nei territori, nelle amministrazioni, nei corpi intermedi. E tutti i tentativi di rimettere insieme le particelle dell'ex mondo democristiano sono andati in frantumi. Sigle, federazioni, liste di ispirazione cristiana nate e dissolte nel giro di una legislatura. Il fallimento non è stato solo di leadership. È stato di metodo. Si è cercato di unire ceti politici, non idee. Si è badato a sommare simboli, non a costruire un progetto per il Paese.

Eppure proprio oggi, tra una destra che governa a trazione identitaria e una sinistra che fatica a definire un profilo di governo credibile, si avverte con forza crescente un vuoto. Manca una terza forza che non sia semplicemente un centro di posizionamento, ma una proposta di governo. Una forza liberale nei principi, popolare nel metodo, moderata nei toni, cristiana nell'ispirazione ideale. Una forza che creda nel mercato ma non nell'oligarchia, nello Stato ma non nella statolatria, nei diritti ma anche nei doveri e nelle comunità che li rendono esigibili.

In questo senso il dialogo avviato in queste settimane tra Carlo Calenda e Pina Picierno è un segnale interessante, proprio perché prova a rompere lo schema. Tentare di costruire un'area che metta insieme cultura liberale, popolarismo europeo, riformismo responsabile e atlantismo. È ancora presto, forse prematuramente presto, per immaginare che da qui nasca già alle prossime elezioni politiche una terza forza strutturata e competitiva su scala nazionale. Ma la direzione è quella giusta. Perché l'Italia non ha bisogno dell'ennesimo partitino di testimonianza. Ha bisogno di una forza che si proponga esplicitamente per governare, che parli il linguaggio delle autonomie, delle competenze, delle imprese e delle famiglie, dei sindaci e delle realtà intermedie che tengono in piedi il Paese reale quando la politica urlata si spegne.

Il popolarismo di Sturzo era siciliano prima di essere nazionale, e per questo era universale. Sapeva che la politica nasce dal basso, dai comuni, dalle terre, dal lavoro. Ricominciare da lì non è un ritorno al passato. È l'unico modo per avere un futuro.

 
 
 
 
 
 
Ultima modifica il Mercoledì, 22 Luglio 2026 09:53