Le notizie allora non correvano. Non c'erano dirette, notifiche, breaking news sul telefono. C'erano solo le edizioni straordinarie dei telegiornali, in bianco e nero, e il gracchiare delle agenzie. Eppure la mattina del 21 agosto arrivò lo stesso, secca, incredibile: i russi avevano invaso la Cecoslovacchia.
Dopo otto mesi finiva così, in una notte di carri armati, la Primavera di Praga.
Ricordo bene lo sgomento. Noi avevamo vent'anni. Erano gli anni in cui si discuteva fino a tardi, nei bar, nelle sezioni, nei cortili delle scuole. Volevamo una società più giusta e ci credevamo davvero. In casa giravano i dischi dei Beatles, quelli dei cantautori italiani, De André, Guccini, De Gregori appena arrivato. In ogni quartiere nasceva un complessino, con una batteria scassata e un amplificatore prestato. Di lì a poco sarebbero nate le prime radio libere.
In Cecoslovacchia i ragazzi come noi lottavano per le stesse cose, solo che loro le stavano facendo. Un comunismo dal volto umano, lo chiamava Dubček. Libertà di stampa, di parola, la possibilità di pensare diverso senza finire in galera. Non era contro il socialismo, era per renderlo finalmente umano. La Russia spense tutto. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto le truppe del Patto di Varsavia, esclusa la Romania, invasero il Paese, ponendo termine a un esperimento. E per una volta, noi che eravamo cresciuti a pane e idealismi , scendemmo in piazza contro Mosca. Perché avevamo capito che non era una questione di schieramenti. Era la libertà che veniva schiacciata sotto i cingoli.
Poi venne gennaio.
Jan Palach
Era un ragazzo come noi. Jan Palach, studente ceco di filosofia, nato a Všetaty nel 1948. Allievo della facoltà di filosofia dell'università di Praga, si diede fuoco il 16 gennaio 1969 in piazza San Venceslao, nel cuore di Praga, per protestare contro l'occupazione. La piazza è diventata luogo di memoria proprio quel giorno, quando vi si diede fuoco in segno di protesta contro l'invasione sovietica del 21 agosto 1968, tesa a mettere fine a quel movimento riformista noto come Primavera di Praga. Non fu un gesto folle. Aveva lasciato delle lettere. Si firmava Torcia n. 1. Chiedeva uno sciopero generale, chiedeva che la gente non si abituasse. Voleva svegliarci dall'indifferenza che già stava tornando.
Morì tre giorni dopo, il 19 gennaio, per le ustioni. Al suo funerale sfilarono in silenzio centinaia di migliaia di cecoslovacchi. Fu l'ultima grande manifestazione libera di Praga prima del lungo inverno della normalizzazione.
A distanza di tanti anni, quando riascolto una canzone del '68, non penso solo alle nostre assemblee, alle nostre chitarre, alle nostre speranze un po' ingenue. Penso anche a lui. A quel ragazzo di vent'anni che in un mondo senza social, senza dirette, trovò l'unico modo che gli era rimasto per farsi sentire da tutto il mondo: farsi luce.
Noi non dobbiamo spegnerla. Perchè ancora quella luce ci parla di altre " primavere " spente nel sangue.

