Tra l'euforia per la vittoria del NO e i sondaggi in risalita, al Nazareno si consuma la guerra fredda sulla leadership. Il mantra "Prima il programma" nasconde il vero obiettivo dei dissidenti: disinnescare la candidatura della segretaria.
Le piazze sono tornate a riempirsi, vibranti e in movimento. I sondaggi, dopo mesi di stagnazione, ricominciano a dare i numeri della salita, restituendo ossigeno a un partito che sembrava in apnea. La vittoria del NO ha rappresentato un'iniezione di fiducia cruciale, salutata dalle prime, entusiaste dichiarazioni dei vertici. Eppure, grattando sotto la superficie dell'entusiasmo ritrovato, nel Partito Democratico è tutta una manovra. Una complessa partita a scacchi dove il nemico, più che fuori, siede nella stanza accanto.
Al centro del campo di battaglia c'è il nodo, per ora inestricabile, delle primarie. La formula magica che rimbalza tra i corridoi e le dichiarazioni ufficiali è "prima il programma". Uno slogan che suona saggio e rassicurante per l'elettorato, ma che agli orecchi dei navigati addetti ai lavori suona come una sorta di acronimo non dichiarato: "Primarie del poi, ovvero del mai".
La tattica del rinvio è lampante. A volere la conta interna, oggi, sembra essere rimasto solo il circolo ristretto attorno a Elly Schlein. I fedelissimi della segretaria sanno che un'investitura popolare blinderebbe la sua corsa a Palazzo Chigi, trasformando la leadership di partito in una candidatura a premier incontestabile.
Tutti gli altri, però, frenano. Le diverse anime del PD osservano la situazione con perplessità, se non con aperta contrarietà. Il sentimento diffuso tra i capicorrente, i dirigenti locali e i volti storici del partito è che Schlein, pur capace di mobilitare le piazze e intercettare un certo tipo di dissenso, non sia la candidata premier giusta per allargare il campo e vincere le elezioni politiche nazionali. La ritengono forse troppo radicale, o semplicemente inadatta a rassicurare quell'elettorato moderato storicamente decisivo per le vittorie del centrosinistra.
Il problema, tuttavia, è che i "pontieri" e i critici interni si trovano di fronte a un paradosso strategico: non credono in lei, ma non sanno come fermarla. Sfidarla ora, sull'onda dell'entusiasmo per la vittoria del NO e con le piazze calde, significherebbe passare per i guastafeste, coloro che dividono il partito nel momento della massima coesione contro gli avversari.
Ecco quindi che "prima il programma" diventa il rifugio perfetto. Discutere di temi, tavoli e alleanze permette di prendere tempo, di logorare la segretaria nella complessa tessitura di un "campo largo" che stenta a prendere forma definitiva, sperando che nel frattempo emerga un'alternativa credibile o che la candidatura di Schlein si sgonfi da sola.
Il PD si trova così sospeso in un limbo paradossale: vince le sue battaglie nelle piazze e nelle urne referendarie, ma rimane paralizzato dal timore di dover scegliere chi guiderà la guerra finale. Una guerra di logoramento in cui il tempo, più che un alleato, rischia di diventare l'ennesima occasione mancata.


