Le giornate dell' 1 e 2 Agosto oltre all'enorme significato folcloristico legato alla figura di San Vito, ci dicono due cose: finalmente e il risultato del senso della collaborazione.
Perché "finalmente"? Bisogna riconoscere all'intero Comitato di San Vito l'aver rotto un paradigma che durava da parecchi anni e cioè che c'è spazio, durante le feste di San Vito, per il folklore. Specie quando questo è intimamente legato al nostro Patrono, alle nostre radici, ai suoi miracoli di cui abbiamo raccontato nel nostro precedente articolo. E in tutto ciò va detto con onestà: l'input, l'impulso decisivo, è arrivato proprio dai giovani del Comitato. Sono stati loro ad avere il coraggio di dire che la tradizione non è un soprammobile da spolverare una volta l'anno, ma linfa da rimettere in circolo. Sono stati loro, nel rispetto di chi ha tenuto accesa la devozione per anni con sacrificio, a ricordare che San Vito è anche festa di popolo, suono di fisarmoniche, battito di tamburi, passo di danza in piazza.
La due giorni che andremo a vivere, in fin dei conti, finirà per stupire, per rallegrare e per farci sentire vera comunità.
Il senso della collaborazione. Citare solamente la due giorni è riduttivo perché ieri sera, nella storica piazzetta di San Vito, "Voci in Piazza" hanno già raccontato di Lui, mentre il calendario che vivremo è articolato tra degustazioni, sfilate, balli al suono delle fisarmoniche e dei tamburi. Quando c'è collaborazione si parte con il piede giusto, senza steccati che dividono e nel rispetto di ogni peculiarità e capacità delle persone. Chi crede nelle "coincidenze" non può che riflettere sul messaggio che arriva a tutti noi: c'è bisogno di rappacificazione. C'è bisogno cioè di guardarsi negli occhi e riconoscersi. Riconoscersi comunità. Riconoscersi popolo di San Vito. E questo messaggio, bello e dirompente, parte proprio da quei giovani che invece di andare altrove hanno scelto di restare, di sporcarsi le mani, di prendersi la responsabilità della festa. Loro ci stanno dicendo che non c'è futuro senza radici e non ci sono radici senza futuro. San Vito era giovanissimo, quasi un ragazzo. E cosa c'è di più giovane e vivo di una danza? Il suo martirio non è stata una rinuncia alla gioia, ma la difesa della gioia più grande. Allora la festa diventa una cosa sola. La campana chiama e il tamburo risponde. La processione avanza con passo solenne e la tarantella le fa da eco con passo leggero. Ma è lo stesso cammino. È San Vito che in mezzo a noi, ci ricorda che la fede, se è vera, non spegne la festa. La accende.
L'1 e il 2 agosto non saranno solo folklore. Saranno la prova che quando i giovani vengono ascoltati, la comunità intera ringiovanisce.


