L'obiettivo è trasformare lo sport in una metafora che parli a tutti: dal commerciante al professionista, dall'amministratore al giovane che sta decidendo se restare o partire.
Guardando le immagini di Sofia Raffaeli, la campionessa che incanta il mondo con la sua ginnastica ritmica, o ascoltando la storia di Chiara, che pur di arrivare alla serie A di volley ha rinunciato persino alle gite scolastiche, emerge una verità che spesso preferiamo ignorare: il talento senza disciplina è solo un'occasione sprecata. Per raggiungere le vette, nello sport come nella vita, gli ingredienti sono sempre gli stessi: crederci ferocemente, accettare le rinunce, sudare nelle ore di allenamento invisibile e, soprattutto, saper superare i momenti di buio.
Perché parlare di campionesse mentre discutiamo del futuro della nostra città? Perché il parallelo con Regalbuto è tanto evidente quanto doloroso.
Il miraggio del passato e l'alibi della nostalgia
Spesso, nei circoli, nelle piazze o nei discorsi tra amici, ci rifugiamo nel racconto di "com'era bella Regalbuto". Ricordiamo con orgoglio la città dinamica, industriosa e vivace di un tempo. Ma attenzione: guardare ossessivamente lo specchietto retrovisore è spesso un esercizio di stile per evitare di guardare la strada che abbiamo davanti.
Lodare il passato per demolire il presente è il modo più rapido per concludere che "ormai non c'è più niente da fare". È una forma di pigrizia intellettuale che ci permette di chiudere il discorso e tornare alla nostra rassegnazione.
La cultura del colpevole: il gioco del grande scaricabarile
Il passo successivo a questo pessimismo è la ricerca del colpevole. È colpa della politica, dei partiti, della crisi, di Amazon, dei centri commerciali, del destino cinico e baro. Una volta trovato il "colpevole", ci sentiamo assolti. Abbiamo delegato a qualcun altro la responsabilità del nostro declino e, con la coscienza a posto, smettiamo di agire.
Ciò che ferisce di più è vedere che questo modo di ragionare non abita solo nelle strade, ma spesso parte "dall'alto". Se chi ha il compito di guidare, di amministrare o di formare le nuove generazioni è il primo a vivere di pessimismo e di visioni corte, come possiamo pretendere che la città abbia uno scatto d'orgoglio? Se il pessimismo diventa la lingua ufficiale delle istituzioni e dei segmenti produttivi, la sconfitta è già scritta a tavolino.
Uscire dallo spogliatoio: una sfida per ogni campo
Questa non è una critica a una singola via o a un singolo settore. È un appello che riguarda ogni ambito della nostra comunità:
Nel Commercio: Smettere di subire la concorrenza esterna e iniziare a creare un'offerta unica, basata sulla relazione e sull'identità.
Nella Politica e negli Uffici: Passare dalla gestione dell'ordinario alla progettazione dello straordinario, con coraggio e senza paura di sbagliare.
Nell'Associazionismo e nella Cultura: Smettere di agire come isole e iniziare a fare squadra, proprio come in un sestetto di pallavolo.
Conclusione: La scelta del protagonismo
Viviamo di pessimismo perché è la nostra zona di comfort. Ma la bellezza di storie come quelle di Sofia o Chiara ci insegna che il risultato arriva solo quando il desiderio di vincere supera la paura di faticare. Regalbuto non si salverà per un miracolo o per una delega in bianco a qualcuno. Si salverà se ogni cittadino deciderà di essere un "atleta" della propria comunità: accettando la sfida, smettendo di cercare scuse e iniziando a vedere lo spopolamento e le difficoltà non come una condanna, ma come il duro allenamento necessario per tornare a splendere.
Il campionato del futuro è iniziato. Noi vogliamo restare in tribuna a fischiare o vogliamo scendere in campo e giocarcela?


