La chiusura di una società sportiva non è mai una notizia isolata: è sempre il sintomo di qualcosa che si è rotto prima. La decisione della società di “Basket Regalbuto” di interrompere la propria attività dopo anni di impegno, racconta lo stato di salute del nostro paese.
La prima reazione, quasi automatica, è stata quella di molti: una sconfitta per la comunità. Poi però arriva la riflessione. E forse la definizione più corretta è un’altra: non una sconfitta casuale, ma una sconfitta inflitta. Una sconfitta che nasce dall’assenza, dal silenzio e dalla mancanza di risposte di chi dovrebbe garantire pari opportunità e spazi a tutte le realtà sportive di un territorio. Perché quando una società sportiva chiude non scompare solo una squadra. Si spegne un presidio educativo, sociale, umano. Si perdono giornate fatte di allenamenti, di volontariato, di persone che dedicano tempo e competenze nella maggior parte dei casi senza alcun compenso, solo per offrire ai giovani un’alternativa concreta.
Da educatrice sportiva, ma soprattutto da cittadina che ha scelto di restare e investire tempo e risorse in questo paese — scelta che a volte fa nascere più di un dubbio — la sensazione è amara.
Nei piccoli centri le possibilità sono già poche: gran parte delle opportunità si concentra nelle città più grandi. E quando anche quelle poche realtà che resistono vengono lasciate sole fino a chiudere, non possiamo più parlare di un fallimento collettivo.
È, più precisamente, un fallimento istituzionale.
Perché la comunità queste realtà le vuole. Le sostiene, le segue, le vive. Le famiglie accompagnano i figli in palestra, le volontarie e i volontari mettono tempo ed energie, le atlete e gli atleti continuano ad allenarsi anche nelle difficoltà. Quello che manca non è la volontà delle persone, ma il supporto concreto di chi dovrebbe garantire condizioni minime per andare avanti.
Quando una società sportiva chiude non è perché la comunità non ci crede più. È perché, troppo spesso, manca una rete istituzionale capace di ascoltare, accompagnare e sostenere chi ogni giorno tiene vivo lo sport sul territorio. Oggi si raccontano sui social, con frequenza, i progressi urbanistici: rigenerazioni, riqualificazioni, nuovi progetti. Ogni giorno un post nuovo. Ed è giusto valorizzare ciò che si realizza. Ma una domanda diventa inevitabile: che senso hanno strutture sempre più moderne se le società sportive che dovrebbero viverle fanno fatica a sopravvivere?
Prima — o almeno insieme — agli interventi che rischiano di trasformarsi in slogan propagandistici, non bisognerebbe forse ascoltare le necessità reali di chi lo sport lo fa ogni giorno?
Cosa spinge un’amministrazione a impiegare tempo per redigere un progetto e presentarlo a un finanziamento? E cosa, invece, non la spinge a impiegare tempo per entrare personalmente nelle palestre, dialogare con chi quelle strutture le vive davvero, tra
difficoltà quotidiane e sacrifici silenziosi? Lo sport viene spesso celebrato quando i risultati sono già consolidati, quando la macchina funziona, quando l’immagine è facile da raccontare. È semplice esaltare ciò che già brilla; più difficile sostenere chi fatica a emergere, chi allena quattro o sei ragazzi invece di venti, chi tiene accesa una luce in palestra anche quando sembra non interessare a nessuno.
La vita sportiva reale non vive solo sui social.
La vita sportiva vera si costruisce nelle palestre, nel lavoro quotidiano di allenatori, dirigenti e volontari che studiano allenamenti, educano, ascoltano e accompagnano bambine, bambini, ragazze e ragazzi in un percorso di crescita. Persone che credono che da un piccolo paese possa nascere qualcosa di grande e che un giorno quei giovani possano essere orgogliosi delle proprie origini. E allora forse è il momento di interrogarci su una domanda fondamentale: qual è oggi l’obiettivo primario di una società sportiva? Dare prestigio alla comunità? O, prima ancora, educare? Perché lo sport è innanzitutto educazione civica e morale. È imparare il rispetto dell’avversario — e forse tutti noi dovremmo tornare, simbolicamente, in palestra a giocare uno contro l’altro per ricordarlo. È imparare a gestire la sconfitta, a condividere regole comuni, a dedicare tempo ed energie a una passione sana. Il prestigio della comunità arriva dopo. E spesso arriva da sé, automaticamente, quando una società sportiva viene messa nelle condizioni di fare ciò per cui è nata: fare sport.
Ho provato, nel 2023, a cercare un dialogo diretto. A dire: ci siamo, esistiamo, venite a vedere cosa facciamo. La risposta fu rassicurante: ci sarebbe stata attenzione per tutte le società del territorio. Ma quell’attenzione non si è mai tradotta in presenza reale. Nessuna visita, nessun confronto, se non in occasioni pubbliche o eventi ufficiali.
E allora la domanda è inevitabile: quante altre realtà devono fermarsi prima che qualcuno si accorga che lo sport nei piccoli paesi non è un dettaglio, ma una necessità?
La chiusura di una società sportiva non è solo la fine di una storia lunga decenni. È un segnale. Un campanello d’allarme che riguarda tutti: istituzioni, cittadini, famiglie. Quando chiude una società sportiva non finisce solo un’attività: si spegne un luogo dove si imparava rispetto, disciplina e comunità.
Le palestre non sono muri da inaugurare, ma vite da sostenere. Perché un paese non muore quando perde una squadra. Un paese inizia a svuotarsi quando smette di accorgersi di chi, ogni giorno, prova ancora a tenerlo vivo.
Letizia Stancanelli


