Si entra nella settimana Santa e cresce l'attesa del " ritorno " del coro dei " Lamenti " . Ripercorrere la storia dei "Lamenti" significa fare un viaggio millenario che intreccia la fede cristiana, il teatro tragico greco e le antichissime espressioni di dolore del mondo contadino. Queste forme di canto non nascono dal nulla, ma sono l'evoluzione di un bisogno umano primordiale: dare voce al dolore per la perdita.
- Le radici classiche: il "Planctus" e la tragedia
L'origine remota dei lamenti si trova nel mondo greco e romano.
- Il lamento funebre: Nell'antichità esistevano le prefiche, donne pagate per piangere e cantare le lodi del defunto durante i funerali. Questi canti avevano una struttura ripetitiva e servivano a "scandire" il dolore della comunità.
- La tragedia greca: La struttura corale dei lamenti richiama il coro tragico, dove un gruppo di persone commenta e piange le sventure dell'eroe. Nel caso dei lamenti di Regalbuto, l'"eroe" è il Cristo sofferente.
- Il Medioevo e le "Laudi" (XII - XIV secolo)
Con la diffusione del Cristianesimo, il lamento funebre pagano viene "battezzato" e trasformato in un atto di devozione verso la Passione di Gesù.
- Le Laudi drammatiche: In Italia centrale, san Francesco d’Assisi e i suoi seguaci promuovono la Lauda. L’esempio più celebre è il "Pianto della Madonna" di Jacopone da Todi. Qui Maria non è più solo una figura divina, ma una madre umana che piange il figlio morto, rendendo la fede qualcosa di estremamente vicino al popolo.
- Le sacre rappresentazioni: Nelle piazze e nelle chiese si iniziano a mettere in scena i momenti della Passione. I canti diventano la colonna sonora di questi riti.
- La Controriforma e la Sicilia (XVI - XVII secolo)
È in questo periodo che il lamento siciliano assume la forma che conosciamo oggi.
- Il Concilio di Trento: La Chiesa post-tridentina incentiva le Confraternite. Queste organizzazioni laiche diventano i "custodi" dei riti della Settimana Santa.
- L'influenza spagnola: Durante la dominazione spagnola in Sicilia, si diffonde un gusto per il dramma, il barocco e la penitenza pubblica. I canti si fanno più cupi, carichi di melismi (ornamenti vocali) che ricordano a tratti il canto arabo o il flamenco, creando quel suono tipico, "stretto" e gutturale, che sentiamo nei lamenti siciliani.
- Il "Lamento" come rito sociale e contadino
Fino a metà del Novecento, i lamenti erano l'espressione di un mondo rurale dove la religione era il collante sociale.
- La trasmissione orale: Non esistevano spartiti. Il canto si imparava "a orecchio", nei campi o nelle botteghe, tramandato di padre in figlio.
- Il coro maschile: Se nel mondo antico il lamento era femminile, nella Settimana Santa siciliana diventa quasi esclusivamente maschile. Sono gli uomini della comunità (spesso i lavoratori più umili) a farsi carico della "voce" del dolore collettivo, organizzandosi in cordate o gruppi.
- La crisi e la rinascita contemporanea
A partire dagli anni '60 e '70, con l'industrializzazione e l'urbanizzazione, molte di queste tradizioni sono entrate in crisi. I giovani si allontanavano dalle campagne e le vecchie voci morivano senza lasciare eredi.
- La ricerca etnomusicologica: Negli anni '90, ricercatori come Alan Lomax o l'italiano Roberto Leydi (e in Sicilia figure come Pino Biondo, citato nel tuo articolo) hanno iniziato a registrare questi canti per evitare che scomparissero.
- Oggi: Il ritorno dei lamenti a Regalbuto si inserisce in questo filone di "Restaurazione Culturale". Non è più solo un obbligo religioso, ma un atto di resistenza identitaria per non perdere la memoria di un popolo.
Il dialogo tra la Madonna e il fabbro (lu fvabbru o firraru), che sta forgiando i chiodi per la crocifissione di suo Figlio.
Questo testo, spesso tramandato oralmente e con varianti da paese a paese, mette in luce la crudeltà del carnefice contrapposta allo strazio materno. Ecco una delle versioni più diffuse e intense in siciliano: 
Lu Dialogu tra la Maronna e lu Fvabbru
(Maria arriva alla bottega del fabbro e sente il rumore del martello)
Maria: «O fvabbru, o fvabbru, chi stà’ facennu? Chi sunnu ssi rincoti (colpi) ca vai rannu? Si fvabbricchi li chiova a lu me Figghiu, fannini quattru e fannini suttigghi.»
Lu Fvabbru: «O Donna, chi mi dici, o povuredda? Li chiova l’haiu a fari ranni e grossi! L’haiu a fari pi pùnciri la peddi, pi spirtusari (bucare) la carni e macari l’ossa!»
Maria (disperata): «O fvabbru, nun li fari accussì ranni, ca lu me Figghiu è nudu e picciriddu... Falli di ferru duci e suttigghieddu, ca nun ci fannu mali a lu me beddu.»
Lu Fvabbru: «Nun pozzu, Donna, ca l’urdini è datu, lu Re Pilatu voli accussì fattu. Nni fazzu tri e li fazzu a mazzola (pesanti), pi chiuvari ddu Corpu ntra la crozza!»


