L'Italia non ha smesso di credere nella democrazia, ma ha iniziato a dubitare della sua efficacia. E quando il dubbio diventa esasperazione, anche l'impensabile torna pensabile. Secondo un sondaggio SWG commissionato da Azione e rilanciato nelle ultime settimane da Carlo Calenda, il 36% degli italiani si direbbe favorevole a una "dittatura a tempo" per risolvere i problemi del Paese. Non un regime permanente, ma un uomo forte o un gruppo ristretto con pieni poteri per un periodo limitato, con l'incarico esplicito di rimettere in sesto il sistema. Il dato più dirompente riguarda le nuove generazioni. Tra i giovani sotto i 34 anni la percentuale sale al 52%. Lo stesso Calenda lo ha sintetizzato così a margine del congresso di Azione: “Il 50% dei ragazzi fino a 34 anni non crede più nella democrazia e vorrebbe la dittatura perché la politica non è capace di far accadere niente”. Il dettaglio per fascia d'età rende il quadro ancora più chiaro. Il 42% dei giovani tra i 18 e i 24 anni è favorevole all'ipotesi di un premier con mani libere, percentuale che sale al 52% quando vengono interpellati gli italiani tra i 25 e i 34 anni.
Non è voglia di autoritarismo, è stanchezza
Chiamarla pulsione autoritaria sarebbe fuorviante. Quello che emerge non è un'adesione ideologica al fascismo o ai regimi, ma una frustrazione radicale verso la democrazia così come viene vissuta.
Tre fattori si sommano:
1. L'instabilità percepita come regola. L'Italia ha avuto 68 governi in 78 anni di Repubblica. Per chi ha 25 anni, la politica è una sequenza di crisi, cadute, rimpasti e promesse rinviate. La "dittatura a tempo" viene immaginata come un reset, non come un ideale.
2. La lentezza decisionale. Su giustizia, burocrazia, lavoro, infrastrutture, la percezione diffusa è che la democrazia parlamentare discuta molto e deliberi poco. L'uomo forte incarna, nell'immaginario, la scorciatoia dell'efficacia.
3. La crisi della rappresentanza. Partiti frammentati, leader percepiti come autoreferenziali, dibattito pubblico spostato sui social dove l'indignazione premia più della mediazione. Il risultato è un elettore che non si sente rappresentato e che inizia a pensare che le regole stesse siano il problema.
Un sintomo europeo, non solo italiano
L'Italia non è un'eccezione. I sondaggi YouGov in Europa mostrano che circa un giovane su cinque sarebbe aperto a un regime autocratico a certe condizioni, dato che in Italia sale al 24%. È la Gen Z, cresciuta tra crisi finanziaria del 2008, pandemia, guerra, inflazione e crisi climatica, a mostrare la maggiore disaffezione verso i meccanismi classici della democrazia rappresentativa. Non chiedono meno libertà, chiedono più risultati. E quando le istituzioni non riescono a dare risposte visibili in tempi ragionevoli, la tentazione di sospendere temporaneamente le regole per "fare le cose" diventa seducente.
La domanda vera
Il dato del 36% non va letto come un pericolo imminente di svolta autoritaria, ma come un termometro. Misura la febbre di una democrazia che fatica a riformarsi. La provocazione di Calenda, che usa quel sondaggio per chiedere una Costituente e una riforma profonda delle istituzioni, coglie il punto: se la democrazia non riesce a dimostrare di saper decidere e funzionare, i cittadini, soprattutto i più giovani, inizieranno a cercare altrove, anche a costo di immaginare scorciatoie che la storia italiana ha già mostrato essere senza ritorno.
La vera sfida non è convincere il 52% dei giovani che la dittatura è sbagliata. Lo sanno. La sfida è convincerli che la democrazia può ancora funzionare.


