Cinquanta anni non si festeggiano. Si riconoscono. Auguri classe '76 ( AgoVit )

Agosto 03, 2026 1768

Ed è quello che ha fatto la classe '76 di Regalbuto, in quel locale pieno di voci che si sovrapponevano.

Vederli insieme, sorridenti, è un'immagine che vale più di qualsiasi discorso. Non più ragazzini con le ginocchia sbucciate e le bici lanciate per le vie del paese, ma neanche uomini e donne stanchi. Cinquantenni. Nel mezzo esatto della vita, dove finalmente si capisce. La '76 è una generazione di confine. Nata nell'analogico puro, senza cellulari, senza notifiche, con le estati lunghissime e le porte aperte. Cresciuta negli anni '80 a pane e oratorio, nelle aule della scuola media dove si è formata la prima idea di futuro. Diventata grande nei '90, quando bisognava andare via per studiare, per lavorare. È la generazione che ha imparato a scrivere a mano e poi a vivere online, che ha tenuto un piede a Regalbuto e uno nel mondo. A cinquant'anni ognuno è arrivato con la sua vita in mano. C'è chi ha i figli grandi, chi li ha appena avuti. C'è chi è rimasto, chi è tornato, chi vive lontano e quando torna sente quell'odore di casa che non se ne va mai. C'è il lavoro, che per anni è stato corsa e dimostrazione, e ora finalmente è anche mestiere, identità, a volte stanchezza. Ci sono i genitori che non sono più giovani, e questa è la parte più difficile da dire di questa età.

E poi vi siete seduti allo stesso tavolo. E tutto questo, per una sera, è passato in secondo piano.

Perché a cinquant'anni succede una cosa bellissima: non devi più impressionare nessuno. Le risate sono più libere, gli aneddoti si raccontano senza vergogna, anche quelli che da ragazzi vi facevano arrossire. Ci si prende in giro come allora, ma con una tenerezza nuova. Vi siete riconosciuti negli occhi prima che nei volti. Ed è lì il miracolo. Queste rimpatriate non sono nostalgia. Sono manutenzione dell'anima. In un tempo dove tutto scorre e si consuma veloce, fermarsi per dire "noi c'eravamo e ci siamo ancora" è un atto di resistenza. Appartiene  alle cose che contano. Non fa curriculum, non fa carriera. Fa cuore. Le foto, la torta, il brindisi, quell'applauso un po' scomposto quando si spengono le candeline dei cinquant'anni. Sono riti semplici, e per questo necessari. Servono a dirsi che il tempo passa, sì, ma non ci ha sparpagliati del tutto.

E quell'arrivederci al 2027 è la frase più bella. Perché a cinquant'anni lo sai: non si rimanda più per pigrizia. Se dici arrivederci, è perché hai davvero voglia di rivederti ancora.

Auguri, classe '76.

 
 
 
 
 
 
Ultima modifica il Lunedì, 03 Agosto 2026 09:07
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