Le parole di Pina Picerno aprono uno squarcio su una ferita mai del tutto rimarginata all'interno del Partito Democratico: quella della sua identità genetica. Il suo intervento alla Direzione Nazionale non è solo un atto di dissenso verso la linea di Elly Schlein, ma un richiamo alle origini di un progetto che cercava di unire culture diverse in una sintesi riformista.

Il Partito Democratico sta vivendo una fase di profonda mutazione e le parole di Pina Picerno agiscono come un reagente chimico che svela le tensioni sottotraccia. Il punto sollevato dalla vicepresidente del Parlamento Europeo è centrale: può un partito nato per essere "plurale" sopravvivere se una delle sue componenti fondanti si sente oggi un'ospite sgradita?

Picerno ricorda che il PD non è nato come una "sinistra identitaria". La sua forza originaria risiedeva nell'incontro tra: La cultura post-comunista e post-socialista. Il cattolicesimo democratico e popolare (la Margherita). Il riformismo liberal-democratico.

Il timore espresso è che, sotto la segreteria Schlein, il partito stia scivolando verso un modello più simile alla sinistra radicale europea, dove il termine "liberale" viene recepito quasi come una parola d'ordine del "nemico", anziché come una delle colonne portanti della casa comune.

"Se oggi citi la parola liberale sei considerato un nemico del popolo."

Questa frase di Picerno fotografa il clima di polarizzazione interna. Esiste il rischio di una semplificazione comunicativa che tende a escludere le sfumature: se non sei allineato al nuovo corso "identitario", vieni percepito come un corpo estraneo. Ma per chi viene dalla Margherita o dalle file dei riformisti, rivendicare quelle radici non significa tradire il popolo, ma onorare il patto fondativo del 2007.

La segreteria Schlein ha indubbiamente portato un'ondata di nuovo entusiasmo e un profilo chiaro su temi come diritti civili e giustizia sociale. Tuttavia, il grido di dolore di Picerno pone un interrogativo elettorale e politico:

  1. L'elettorato di centro: Dove finiscono i voti dei moderati e dei riformisti se il PD si sposta troppo a sinistra?

  2. La coesistenza: È possibile una convivenza reale tra il massimalismo e il riformismo cattolico-liberale, o si va verso una scissione di fatto?

Il dissenso di Pina Picerno non è una semplice critica tecnica, ma una battaglia culturale. Chiede che il PD non diventi una "chiesa chiusa" dove chi non parla l'idioma della sinistra più radicale viene messo all'indice. La sfida per Elly Schlein sarà dimostrare che il suo PD è ancora capace di contenere quella complessità che Veltroni definì "il Lingotto".

DI SEGUITO L'INTERO SUO INTERVENTO ALLA DIREZIONE NAZIONALE DEL PD .

Penso che, in una fase come quella che attraversiamo, delicata, i momenti di discussione debbano essere maggiori. Perché questo è il modo in cui funziona un partito che discute, che decide. Lo dico soprattutto perché ho sentito anche oggi, ma non solo oggi, parole confuse, sbagliate. Confuse sul rapporto tra il necessario confronto che serve in un partito e il concetto di unità.
E allora io voglio dire subito che il pluralismo non è una concessione, non è sopportazione acustica, cari amici, non è lasciar parlare qualcuno e poi fare come se nulla fosse perché c'è già un’altra linea. Il pluralismo è un'idea precisa di partecipazione democratica, non è generica tolleranza. E soprattutto non è l'opposto dell'unità, perché l'opposto dell'unità è la divisione.
E si può essere uniti anche avendo posizioni diverse. Se quelle posizioni vengono ascoltate, vengono riconosciute e vengono attraversate, perché è così che si riesce poi a fare sintesi. Non si è più uniti quando, invece, le differenze vengono ridotte all’individualità, quando vengono annichilite. È lì che nasce la frattura.
E noi l'abbiamo già vissuto, lo dico guardando Roberto, Arturo, l'abbiamo già vissuto tutto questo. Ed è stato doloroso, perché è accaduto dopo il referendum del 2016. C'è stata una frattura dolorosa che portò tanti amici, tanti compagni, anche Elly, a lasciare il Pd. E oggi vedo spirali di radicalizzazione però ancora più profonde.Dentro il PD e dentro il campo largo. facciamo attenzione, perché sui territori c'è già una lenta, taciuta, nascosta, ma progressiva e inesorabile tendenza dei dirigenti che stanno lasciando questa comunità. E tanti fondatori non si riconoscono più. Non riconoscono più il Pd.
Penso alle parole di Prodi, penso a quelle di Veltroni, e potrei continuare perché la lista è lunga. Io penso che questo debba essere un serio motivo di riflessione, perché un gruppo dirigente eletto ha certamente il diritto di mettere in campo la linea politica su cui ha vinto il congresso, non ha invece il diritto di cambiare la natura di un partito.
Ma è quello che sta succedendo.
Il PD non è nato come un partito di sinistra identitario, non è nato così. È nato come un partito riformista di centrosinistra, casa anche per chi, come me, veniva da una formazione democratica, popolare, cattolica, liberale.
Io venivo da una formazione così, dalla Margherita.
Ma se oggi citi la parola liberale sei considerato un nemico del popolo. Però io non sono una nemica del popolo, sono una fondatrice di questa comunità, che ha esattamente quell'estrazione politica.
E su questo io voglio essere chiara.
Non possiamo scappare più, cari amici e cari compagni. Ci dobbiamo intendere con grande rigore e con grande serietà: il Pd è ancora casa per i democratici e per i liberali?
E cioè per me e per quelli che la pensano come me?
Io continuo a sperare di sì. Perché le ragioni per cui abbiamo fatto nascere un partito capace di parlare a tutti gli italiani e non solo alle curve restano tutte ancora centrali.
Io continuo a pensare che l'alternativa non nasce dalla polarizzazione permanente, non nasce dall'idea che serva sempre una spallata.
Perché su questa base non si costruisce alcuna alternativa di governo, si restringe solo il campo della responsabilità, e questo vale per il referendum e vale per il clima politico più generale.
Io lo so, tutti qua noi aspettiamo il momento di mandare a casa questa destra terribile, ma possiamo evitare, nell’attesa, di adottare lo stile politico e comunicativo di Fratelli d'Italia? E non solo per un fatto di comunicazione, ma per una questione più profonda che riguarda il rapporto tra noi, tra questa comunità e il Paese.
Perché se parliamo solo a noi stessi, se ci adagiamo solo su una dimensione identitaria, come facciamo a riprendere quel pezzo enorme di Paese che non vota più, che detesta le curve, tanto quella terribile a destra quanto quella altrettanto problematica a sinistra?
Tutta quella gente che non ha più fiducia nella politica. Io penso che noi dobbiamo provarci, possiamo provarci. Per esempio, non lasciando al formalismo battaglie epocali: la difesa delle democrazie liberali, quindi il sostegno all'Ucraina, quello alla causa iraniana, la lotta contro l'antisemitismo.
Su questi temi non basta avere una postura corretta, che peraltro non sempre abbiamo. Serve una proposta politica riconoscibile, continua, militante, come quella che giustamente abbiamo avuto su Gaza. Arrivo all'Europa e chiudo.
Da mesi dice che serve un nuovo internazionalismo progressista, democratico, e non possiamo vivere il paradosso che siano i sovranisti a costruire il giusto, il vero e il necessario.
Ma come lo costruiamo, Elly, se in quattro anni di invasione russa non hai mai sentito il bisogno di andare a Kijv, che è la frontiera, il simbolo, l'idea della difesa della democrazie liberale?
Perché non basta dirsi Europeisti.
Non basta dirsi le cose, le cose bisogna farle.
E allora forse, invece di discutere di come recuperare Tolkien, interessante, dovremmo recuperare Piero Gobetti, in cui quest'anno ricorrono ioi cento anni dalla morte inferta per mano dei fascisti. La libertà non è un diritto che si riceve, è un dovere che si conquista.
E parla esattamente a noi oggi, perché la democrazia non è un'abitudine, è una costruzione fragile, esigente, che vive solo se è sostenuta da istituzioni credibili e da cittadini consapevoli e da una politica capace di distinguere ciò che è conveniente, persino dal punto di vista elettorale, da ciò che è giusto, da ciò che serve, da un esercizio continuo di responsabilità. Le cose in cui tanti di noi credono non sono mai cambiate, sono rimaste le stesse. Sono quelle che migliaia di cittadini hanno scelto alle ultime europee, per esempio. E però noi abbiamo visto, e dobbiamo parlarne, un progressivo slittamento di questo partito.
Sugli autobus c’è scritto “si prega di non parlare al conducente”, perché è vero, non si disturba chi è alla guida, ma forse, visto che la strada che stiamo attraversando non è quella che abbiamo scelto insieme, forse allora le nostre voci sono più che una semplice richiesta di informazioni. Sono la volontà di mondi che esistono, con cui parliamo, che ci votano, che ci vorrebbero votare ancora, che ci fanno capire davvero qual è il termine utimo, cioè la destinazione di questo nostro viaggio. E noi abbiamo bisogno di capirlo, Elly, con serietà, con rigore, ma anche con onestà, senza perdere altro tempo. Grazie.

 

Milano, 7 Febbraio 2026 – Non è stata solo una sfilata di bandiere, tute colorate e coreografie hi-tech. La cerimonia di apertura dei Giochi Invernali Milano-Cortina 2026, svoltasi ieri sera nella cornice monumentale di San Siro, si è trasformata in un termometro politico e sociale di rara intensità. Se il protocollo olimpico insegue da sempre il mito della neutralità, il pubblico di Milano ha deciso di fare l’esatto opposto: ha parlato. E lo ha fatto con una potenza che ha travalicato i confini dello sport.

Il momento più alto, quello capace di far vibrare le fondamenta del "Meazza", è stato senza dubbio l’ingresso della delegazione ucraina. Non è stato un semplice applauso, ma un boato da brividi, un abbraccio collettivo che ha trasformato lo stadio in un unico coro di vicinanza. In quel fragore c’era il riconoscimento di una resistenza che va oltre il campo di gara, il segno tangibile che il sentimento popolare non ha dimenticato le ferite di un conflitto che continua a minacciare l’Europa. Allo stesso modo, il calore riservato a nazioni come il Canada e la Danimarca ha confermato il rispetto per le grandi tradizioni invernali, ma è stata la reazione emotiva verso chi soffre a definire l'anima della serata.

Il Fischio del Dissenso

Di segno diametralmente opposto è stata l’accoglienza riservata ad altri protagonisti. I fischi piovuti dalle tribune all'indirizzo di JD Vance e della rappresentanza di Israele hanno squarciato il velo di cortesia istituzionale. Questi non sono stati fischi sportivi, di quelli che si riservano a un avversario temuto; sono stati fischi politici. Hanno dato voce a un malessere profondo verso le dinamiche di potere globali, verso una gestione della geopolitica che molti, tra il pubblico, percepiscono come lontana dalle aspirazioni di pace e giustizia dei popoli. Quando il "popolo degli spalti" si esprime così chiaramente, il messaggio è inequivocabile: lo sport non può essere una bolla isolata dal dolore e dalle controversie del mondo reale.

Ciò che è accaduto ieri sera a San Siro è la prova che le Olimpiadi sono, oggi più che mai, un palcoscenico di veritàIl dissenso non è stato un disturbo al cerimoniale, ma una parte integrante della narrazione. La pace non è stata solo invocata dai discorsi ufficiali, ma pretesa con i polmoni e con il cuore da migliaia di cittadini. In un mondo dove la stabilità appare un ricordo lontano, il pubblico di Milano-Cortina ha ricordato a tutti che i Giochi appartengono alla gente, non solo ai comitati o ai governi. Quella di ieri non è stata solo l'apertura di una competizione sportiva; è stata la fotografia di un'umanità che, pur tra i lustrini e i fuochi d'artificio, non chiude gli occhi davanti alla realtà.

"Il ruggito di San Siro per l'Ucraina e i fischi per chi rappresenta la tensione bellica sono le due facce della stessa medaglia: la voglia di un mondo che scelga finalmente la strada della convivenza."

Un impianto accusatorio che perde pezzi: dalla mancata riqualificazione in corruzione al no sui sequestri. Intanto, tra sorrisini e abbandoni, la DC paga il prezzo politico di un’indagine che sembra scricchiolare.

La giustizia, si sa, ha tempi lenti, ma la cronaca giudiziaria corre veloce, spesso travolgendo tutto ciò che incontra. L'ultima notizia riguardante l’inchiesta su Totò Cuffaro e altri cinque indagati segna un punto di svolta che non può passare inosservato: il Tribunale del Riesame ha respinto in blocco i ricorsi presentati dalla Procura, smontando, tassello dopo tassello, la narrazione accusatoria che aveva dominato i media nelle scorse settimane.

Una "Caporetto" per la Procura?

Le decisioni del Riesame colpiscono il cuore delle tesi degli inquirenti. Non solo è stata respinta la richiesta di sequestro preventivo di 25.000 euro, ma il tribunale ha anche negato la riqualificazione della vicenda Dussmann in corruzione, un punto cardine per la gravità del quadro accusatorio. A completare il quadro, è arrivata la dichiarazione di inammissibilità per l’appello sull’associazione a delinquere.

Ad oggi, ciò che resta dell’imponente castello accusatorio è il solo caso degli operatori socio-sanitari di Villa Sofia, motivo per cui Cuffaro rimane tuttora confinato tra le mura domestiche. Un isolamento che appare paradossale a fronte di un impianto che, per il resto, sembra sgretolarsi sotto i colpi del diritto.

Il fango mediatico e il destino della DC

Mentre nelle aule di tribunale si discute di commi e procedure, nelle piazze (reali e virtuali) il verdetto sembrava già scritto. Per giorni, giornali e telegiornali hanno alimentato il rito del "mostro in prima pagina", senza attendere il vaglio dei giudici del Riesame.

Le conseguenze non sono state solo personali, ma profondamente politiche. La Democrazia Cristiana è finita nuovamente nell’occhio del ciclone:

Abbandoni eccellenti e defezioni interne.

Una drastica riduzione del tesseramento.

Un clima di demonizzazione, fatto di "sorrisini", sfottò e accuse pesantissime che hanno colpito l'intero simbolo, ben oltre le responsabilità dei singoli.

In attesa della Cassazione: chi pagherà il conto?

La Procura si trova ora davanti a un bivio: accettare la decisione del Riesame o tentare l'ultima carta del ricorso in Cassazione. Tuttavia, il danno d'immagine e politico è già stato inferto.

Se un giorno dovessimo leggere che l'intera vicenda poggiava su motivazioni fragili, resterà una domanda inevitabile: di chi è la responsabilità di questo cortocircuito? Chi restituirà dignità a chi è stato processato mediaticamente prima ancora che in aula?

Solo il tempo permetterà di tirare le somme definitive, sia sul piano giudiziario che su quello delle responsabilità personali. Per ora, resta l'immagine di un'inchiesta che, nata sotto i riflettori più abbaglianti, sembra oggi faticare a reggere la prova dei fatti. Ma è meglio aspettare , perchè l'ultima pagina della vicenda non è ancora chiusa. 

In politica, il confine tra confronto acceso e delegittimazione dell'avversario interno è spesso sottile. Tuttavia, quando questo confine viene superato ricorrendo a categorie storiche pesanti come il "fascismo" per bollare una scelta di voto referendaria, il problema non riguarda più solo una corrente di partito, ma la tenuta democratica del dibattito stesso. Il caso di Pina Picerno e dell'area riformista del PD è, in questo senso, emblematico.

Pina Picerno, esponente di spicco dell'ala riformista e Vicepresidente del Parlamento Europeo, si trova oggi al centro di una tempesta che sembra andare oltre la normale dialettica politica. Se una parte del Partito Democratico decide di sostenere il a un referendum (che sia sulla riforma istituzionale o su temi etico-sociali), la reazione di una fetta della base e della dirigenza appare spesso sproporzionata.

L’ostilità ostentata verso la Picerno nasce da una frizione identitaria: La visione del Partito: Da una parte chi vuole un PD "campo largo" e marcatamente orientato a sinistra; dall'altra chi, come la Picerno, rivendica la radice riformista e liberale. Il peso del dissenso: In un momento di forte polarizzazione, il dissenso interno viene percepito non come arricchimento, ma come un "tradimento" della linea ufficiale . 

Tacciare di "fascismo" un iscritto al proprio partito perché esprime un’intenzione di voto difforme è un corto circuito logico e comunicativo.

  1. Svalutazione della Storia: Usare il termine per dirimere una questione procedurale o costituzionale interna svuota di significato la parola stessa, rendendola un semplice insulto anziché un monito storico.

  2. Violenza Verbale: Come giustamente osservato, definire "fascista" chi esercita il proprio diritto di voto (specialmente in un referendum, massima espressione della democrazia diretta) è un atto di prevaricazione che mira a zittire l’interlocutore anziché confutarne le ragioni.

"La democrazia non è l'assenza di conflitto, ma la capacità di gestirlo senza annientare l'altro."

Se il PD vuole continuare a essere il principale presidio del pluralismo in Italia, non può permettersi di trasformare le scadenze elettorali o referendarie in "test di purezza". La libertà di voto e di pensiero è sancita dall'Articolo 21 della nostra Costituzione; vedere questa libertà messa sotto attacco proprio all'interno di una forza che si definisce "Democratica" crea un paradosso difficile da sanare.

L'ostilità verso Pina Picerno è lo specchio di un partito che fatica a trovare una sintesi tra le sue anime e che, nel dubbio, preferisce l'esclusione morale all'inclusione politica.

 Il futuro del Partito Democratico dipenderà dalla sua capacità di proteggere le minoranze interne. Se il confronto viene sostituito dall’indice puntato e dall’accusa infamante, il rischio è quello di diventare una forza politica sempre più omogenea, ma drasticamente più piccola e isolata.

A volte non è nemmeno una questione di idee politiche diverse, ma proprio di metodo e di atmosfera. Quando il giornalismo d'approfondimento perde la sua funzione di "terzo elemento" per trasformarsi in un match a senso unico, lo spettatore finisce per sentirsi non informato, ma bersagliato. C’è un limite oltre il quale l’approfondimento giornalistico smette di essere tale e scivola in qualcos’altro. Un limite che si può osservare  girando distrattamente sui canali Tv di prima serata , è apparso in tutta la sua evidenza in appena trecento secondi  in un talk politico TV in onda dopo il TG , sono stati sufficienti per condensare un intero clima culturale: non un confronto di idee, ma una costante, quasi tattile, ostilità.  Ciò che colpisce guardando la conduzione non è la legittima critica politica — sale della democrazia — ma quel retrogusto di rancore personale che sembra permeare ogni domanda. Non si cerca la risposta, si cerca la conferma di un pregiudizio. Quando il bersaglio è  più in generale, la destra di governo, il copione appare già scritto: La punzecchiatura sistematica: ogni tentativo di difesa dell’operato del governo viene interrotto da una controbattuta o da un’insinuazione. L'asimmetria del confronto: non c’è spazio per la "serenità" del dato o del fatto; tutto viene filtrato attraverso una lente di svalutazione preventiva. 

Il problema che emerge  non è l'assenza di libertà, ma la sua interpretazione distorta. Per alcuni, la libertà sembra coincidere solo con il diritto di andare sempre e comunque nella stessa direzione. Quando l’informazione diventa "saturazione", lo spettatore non cambia canale per disinteresse verso la politica, ma per autodifesa verso un modo di fare comunicazione che ha smesso di essere servizio ed è diventato sentenza. Sorridere di fronte alle grida d'allarme sulla libertà vigilata non è cinismo; è la reazione naturale di chiunque accenda la TV e veda, con i propri occhi, quanto sia ampio lo spazio concesso a chi ha fatto della critica (spesso preconcetta) il proprio marchio di fabbrica. 

Parlare di riforma della giustizia in Italia è un po' come discutere di calcio o di ricette della nonna: tutti hanno un'opinione forte e il dibattito non finisce mai. 

Il referendum sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo 2026 è un referendum costituzionale confermativo. A differenza dei referendum abrogativi (come quello del 2022), questo non richiede il quorum: il risultato sarà valido indipendentemente da quante persone andranno a votare. L'oggetto del voto è la riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (i giudici) e magistrati requirenti (i pubblici ministeri - PM), oltre a cambiare il funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).

Ecco i principali motivi del e del No:

I Motivi del SÌ (A favore della riforma)

Sostenuti principalmente dai partiti della maggioranza di governo (Centrodestra) e da parte dell'avvocatura.

  1. Terzietà del giudice: I sostenitori affermano che un giudice non può essere "collega d'ufficio" di chi accusa (il PM). La separazione garantirebbe che il giudice sia davvero un terzo imparziale sopra le parti, come previsto dai principi del "giusto processo".

  2. Lotta alle "Correnti": La riforma introduce il sorteggio per la scelta dei membri del CSM. L'obiettivo è rompere il potere delle correnti interne alla magistratura (le fazioni politiche dei magistrati) che, secondo i promotori, hanno condizionato le carriere in base all'appartenenza politica anziché al merito.

  3. Specializzazione: Separare le carriere permetterebbe a giudici e PM di specializzarsi nei rispettivi ruoli fin dall'inizio, migliorando l'efficienza e la qualità della giustizia.

  4. Alta Corte Disciplinare: La creazione di un organo esterno per giudicare gli illeciti dei magistrati servirebbe a evitare il "corporativismo", ovvero il rischio che i magistrati siano troppo indulgenti nel giudicare i propri colleghi.

    I Motivi del NO (Contro la riforma)

    Sostenuti principalmente dalle opposizioni (PD, M5S, AVS), dall'Associazione Nazionale Magistrati (ANM) e da vari costituzionalisti.

    1. Rischio di controllo politico sui PM: Gli oppositori temono che, una volta separati dai giudici, i Pubblici Ministeri finiscano col tempo sotto il controllo del potere esecutivo (il Governo), perdendo la loro indipendenza.

    2. Perdita della "Cultura della Giurisdizione": Oggi il PM ha una cultura simile a quella del giudice: il suo fine non è condannare a tutti i costi, ma cercare la verità. Separandoli, si teme che il PM diventi un "super-poliziotto" interessato solo all'accusa, a scapito delle garanzie dell'imputato.

    3. Indebolimento del CSM: Dividere il CSM in due (uno per i giudici e uno per i PM) e introdurre il sorteggio svuoterebbe di significato l'organo di autogoverno, rendendo la magistratura più fragile di fronte agli altri poteri dello Stato.

    4. Frammentazione e Costi: La creazione di nuovi organismi (due CSM, l'Alta Corte) viene vista come una complicazione burocratica che aumenta i costi senza risolvere i veri problemi della giustizia, come la lentezza dei processi e il sovraffollamento carcerario.

      Cosa cambia in sintesi?

      Se vince il SÌ: La Costituzione viene modificata. Verranno creati due concorsi distinti, due carriere separate e due CSM. Sarà introdotto il sorteggio per i membri dei CSM e nascerà l'Alta Corte Disciplinare.

      Se vince il NO: La riforma viene bocciata. L'ordinamento della magistratura resta quello attuale, con la carriera unica (anche se con i limiti ai passaggi di funzione già introdotti dalle leggi ordinarie precedenti).

    Nota importante: Poiché si tratta di un referendum costituzionale, non conta quanti elettori votano: vince semplicemente l'opzione che ottiene più voti validi.

Desideriamo contribuire, con il nostro piccolo spazio, alla diffusione di un appello importante. Quello di Stefania Auci, per salvare la Biblioteca di Niscemi. 

A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, la terra si muove. Non è una novità per chi conosce la fragilità del territorio siciliano, ma questa volta il baratro non minaccia solo il cemento e l'asfalto. A rischiare di scomparire è il cuore pulsante della comunità: la sua biblioteca comunale.

Il fango e l’incuria stanno erodendo il costone su cui poggia l’edificio. All’interno, sono custoditi oltre quattromila volumi. Non parliamo solo di carta e inchiostro, ma di: Documenti rari e mappe storiche che tracciano i confini del passato. Testi antichi che hanno resistito a secoli di storia, ma potrebbero cedere alla gravità di pochi giorni di pioggia. Storie locali, quelle "radici" che permettono a una comunità di sapere chi è e da dove viene. Scrittori, intellettuali, giornalisti e librai si mobilitano per salvare la biblioteca . La voce si è alzata forte grazie alla scrittrice Stefania Auci, che ha denunciato con vigore il rischio imminente. La sua non è solo una protesta, ma un grido d'aiuto per evitare che "un pezzo di memoria finisca letteralmente in polvere". A rilanciare questo grido con forza è Regalbuto Press.. La perdita di questi libri rappresenterebbe un'amputazione culturale definitiva per Niscemi e per l’intera Sicilia. Salvare la biblioteca di Niscemi non è un esercizio di stile per intellettuali, ma un dovere civile. Una città senza i suoi libri è una città senza bussola. Mentre il costone frana, frana anche la nostra capacità di proteggere il bello e l'essenziale. Sosteniamo Niscemi, proteggiamo le sue radici. Perché quando un libro cade nel vuoto, facciamo tutti un passo indietro verso l'oblio.

AgoVit - Regalbuto - "Il potere logora chi non ce l'ha". Mai come oggi, la celebre massima andreottiana risuona non come un semplice aforisma, ma come una diagnosi clinica dell'attuale stato della nostra democrazia. Per descrivere il momento politico che stiamo vivendo, forse non esiste sintesi migliore. Eppure, rispetto ai tempi in cui quella frase fu pronunciata, qualcosa di fondamentale è cambiato: il logoramento non si limita più alle manovre di palazzo, ma è tracimato nelle piazze, trasformandosi in un crescendo di violenza materiale che è figlia diretta, legittima e preoccupante di una violenza verbale che parte dall'alto. È inutile nasconderci dietro un dito: ciò a cui assistiamo è il frutto avvelenato di una frustrazione politica. Dopo anni di governi tecnici o di larghe intese, il ritorno di un polo di centrodestra al governo – eletto democraticamente – ha scatenato una reazione che va oltre la dialettica politica. Il potere che manca, logora. E questo logoramento si sta traducendo in rabbia. Al centro di questo mirino c'è un'unica persona: il Presidente del Consiglio. Ma l'analisi deve essere onesta : la violenza non è solo politica, è ferocemente personale e, paradossalmente classista. Epiteti come "la borgatara", "la pescivendola", le minacce di vederla "a testa in giù", le foto bruciate nelle piazze, non sono critiche all'operato di governo. Sono attacchi a una colpa imperdonabile: quella di essere arrivata dal basso. Giorgia Meloni paga la colpa di venire dall'abbandono, dal lavoro umile, di aver salito gli scalini della politica uno ad uno senza cooptazioni.  Questo "fastidio antropologico" viene mascherato dietro l'etichetta di "fascista", usata non come categoria storica, ma come lasciapassare morale per ogni tipo di insulto.

Se guardiamo indietro, alle tribune elettorali di qualche decennio fa, il confronto era aspro, ma esisteva un perimetro sacro: il rispetto per l'avversario. Né da destra, né da sinistra, né dal centro si osava valicare certi confini. Oggi quel freno si è rotto. La violenza che abbiamo visto esplodere a Torino, e che serpeggia pericolosamente anche nei piccoli paesi, nasce esattamente dalle tribune politiche odierne. Quando il linguaggio dei leader e degli opinionisti , di ogni colore politico ,  perde ogni freno inibitore, quando l'avversario viene dipinto come il "male assoluto" da estirpare e non come un competitore da battere, si armano le mani. Si istigano le folle. E, come la storia insegna, nella folla eccitata dall'odio si nasconde sempre "il cretino": quello che prende il sasso, quello che accende la miccia, quello che spara, quelli che solamente in branco riducono un polizziotto all'impotenza e in pericolo per la sua vita.  

C'è un'altra frase storica che torna alla mente, quella di Massimo d'Azeglio: "L'Italia è fatta, adesso bisogna fare gli italiani". A distanza di 160 anni dall'Unità e a 80 dalla Liberazione, quell'obiettivo sembra ancora lontano. Non siamo mai usciti veramente dalla logica della guerra di liberazione. Quella fu una guerra giusta, necessaria e fondativa. Ma continuare a combatterla oggi, contro fantasmi immaginari, serve solo a giustificare un clima di scontro perenne.La democrazia e lo Stato di diritto non nascono nelle piazze che bruciano manichini, ma nel rispetto delle istituzioni. E il rispetto si misura, prima di tutto, con le parole. Chi oggi soffia sul fuoco dell'intolleranza perché "logorato" dalla mancanza di potere, si assume la gravissima responsabilità di riportare l'Italia indietro di decenni, in un clima di opposti estremismi che credevamo di aver sepolto per sempre. 

"In fondo, non posso fare a meno di rimpiangere i comunisti di una volta. Se la storia ci ha consegnato l'immagine di Almirante in fila a Botteghe Oscure, sono certo che, a parti inverse, Enrico Berlinguer avrebbe reso lo stesso omaggio alla salma del leader missino. Quegli uomini, pur divisi da abissi ideologici, condividevano il senso profondo delle Istituzioni e il rispetto per la statura dell'avversario. Oggi, purtroppo, quel riconoscimento reciproco è svanito. Per dirla con le parole del mio maestro di scuola politica, il prof. Tano D'Agostino:" i partiti sono diventati 'incolore', incapaci di quella grandezza umana che precedeva persino lo scontro politico." 

AgoVit - REGALBUTO - C’è un copione stanco e tragico che l’Italia recita ciclicamente, una sceneggiatura che non conosce confini geografici e che, nel gennaio del 2026, ha trovato in Niscemi il suo ennesimo palcoscenico drammatico. Dopo il passaggio del ciclone e la ferita aperta dalla grande frana, quel che resta sul terreno non è solo fango e detriti, ma la radiografia impietosa di un Paese fragile. Un territorio trascurato, violentato e dilapidato al punto da aver perso ogni difesa immunitaria contro la furia degli elementi.

Guardando le immagini che arrivano dalla Sicilia, la tentazione del "già visto" è forte, così come è forte l’abitudine, tutta italiana, di cercare il capro espiatorio facile. Quando la terra trema o scivola al Sud, si sprecano i richiami alla mala politica locale, all’abusivismo, all’ombra lunga delle mafie. Luoghi comuni rassicuranti per chi guarda da lontano, utili a circoscrivere il male in un recinto specifico per sentirsi assolti. Ma la verità che emerge da Niscemi è ben più scomoda: non c’è differenza tra Nord e Sud, tra Regioni virtuose e non, quando si parla di dissesto idrogeologico. L’Italia intera è un gigante dai piedi d’argilla, lasciato in balia delle onde senza alcuna difesa strutturale.

Il caso di Niscemi è, in questo senso, l'archetipo del fallimento nazionale. Non siamo di fronte all'imprevedibile capriccio del destino, ma alla cronaca di un disastro annunciato e protocollato. La ferita della montagna era nota dal lontano 1997, quando una frana analoga sconvolse tre quartieri, costringendo intere famiglie all'evacuazione ed evidenziando in modo inequivocabile l'instabilità del versante. Dal 12 ottobre 1997 al gennaio 2026 sono passati quasi trent'anni. Trent'anni di carte bollate, di progetti forse immaginati e mai realizzati, di parole spese al vento.

Nonostante la conoscenza scientifica del rischio, la mancanza di interventi strutturali di messa in sicurezza ha preparato il terreno – letteralmente – per la riattivazione del movimento franoso. E qui crolla l'alibi della politica di parte. Nessuno, oggi, può permettersi di puntare il dito contro il governo di turno o l'amministrazione locale del momento per lavarsi la coscienza. Le responsabilità sono storicamente trasversali: destra, sinistra, centro, liste civiche. Colori diversi che si sono alternati alla guida del Paese e degli enti locali, uniti però da un unico filo conduttore: l’incapacità di passare dalla cultura dell’emergenza a quella della prevenzione.

La fragilità del territorio abbraccia tutta la Penisola, dalle Alpi agli Appennini, fino alle isole. Abbiamo costruito dove non dovevamo, abbiamo cementificato i letti dei fiumi, abbiamo disboscato i versanti che reggevano le nostre colline. E poi, puntuali come una sentenza, arrivano le piogge, i cicloni, e noi ci stupiamo. Lo stupore è forse l'aspetto più ipocrita di questa tragedia: ci meravigliamo che sia accaduto ciò che sapevamo sarebbe accaduto.

Niscemi oggi è il simbolo di un'Italia che ha smesso di curare se stessa. Se non comprendiamo che la difesa del suolo è la prima grande opera pubblica di cui questo Paese ha bisogno, continueremo a contare i danni e, Dio non voglia, le vittime. Non serve un altro "stato di calamità", serve uno stato di coscienza. Perché la lezione ci è stata impartita decine di volte, dal Vajont a Sarno, da Messina a Ischia, fino a Niscemi. Il problema non è che non l'abbiamo capita; è che, con colpevole ostinazione, abbiamo scelto di non impararla.

"Garantire il pieno sostegno alla Regione Siciliana tramite l'attivazione del Fondo Europeo di Solidarietà» e «prevedere l'erogazione di fondi straordinari dedicati specificamente a questa emergenza, al fine di garantire un adeguato sostegno al territorio e ai cittadini siciliani coinvolti». Questi sono i due strumenti messi nero su bianco da Raffaele STANCANELLI, eurodeputato della Lega, alla Commissione Europea. «Questo non è il tempo dei dibattiti né delle teorie, ma dei fatti concreti: l'Unione Europea possiede risorse specifiche e strumenti efficaci per rispondere prontamente al disastro che è avvenuto in Sicilia», commenta STANCANELLI.
In un'interrogazione a risposta scritta con oggetto "Emergenza maltempo in Sicila", l'europarlamentare ha portato sul tavolo dei vertici comunitari il tema. «Negli ultimi giorni la Sicilia è stata colpita dal ciclone Harry, caratterizzato da piogge intense e persistenti, fortissime raffiche di vento e mareggiate, con onde continue che hanno raggiunto 8-10 metri. Nel corso di 48 ore, l'azione del ciclone ha determinato un impatto distruttivo diffuso sul territorio, compromettendo infrastrutture, stabilimenti e lidi balneari, abitazioni e numerosi edifici residenziali. Le intense mareggiate e precipitazioni persistenti hanno provocato cedimenti strutturali, fenomeni di erosione costiera e dissesti localizzati, con danni rilevanti al patrimonio pubblico e privato. La violenza dell'evento ha inoltre generato condizioni di elevato rischio per i cittadini, rendendo necessari interventi di protezione civile e misure straordinarie di sicurezza; in alcuni casi è stato necessario procedere ad evacuazioni preventive». Dopo la descrizione del quadro complessivo, l'esponente siciliano del gruppo dei Patrioti europei è entrato nel dettaglio: «Considerato che l'ammontare dei danni si quantifica in diversi miliardi, è necessario garantire un sostegno immediato ed efficace ai cittadini e alle attività economiche colpite, tramite un intervento coordinato a livello europeo che consenta di fronteggiare adeguatamente l'emergenza in atto».

 

Pagina 1 di 300