Qualche tempo fa avevamo già sollevato il problema, sperando che un richiamo al buon senso potesse bastare. Evidentemente, ci sbagliavamo. Passeggiare per le vie di Regalbuto oggi somiglia sempre più a un percorso a ostacoli, dove la sfida non è godersi il panorama o l'aria di casa, ma evitare di calpestare i "ricordini" lasciati da chi, pur amando il proprio cane, sembra nutrire un profondo disprezzo per la propria comunità.
Non è il cane, è il padrone
Diciamolo chiaramente: la colpa non è mai dell'animale. Il cane segue il suo istinto. La responsabilità è esclusivamente del proprietario, di quell’essere umano che tiene il guinzaglio ma dimentica a casa (o peggio, tiene in tasca senza usarlo) il sacchetto per la raccolta.
Lasciare che le deiezioni marciscano lungo i marciapiedi o negli angoli delle nostre piazze non è una "distrazione". È una scelta consapevole di inciviltà. È la manifestazione plastica di una mancanza di sensibilità verso il decoro urbano e, soprattutto, di un’assenza totale di rispetto per il prossimo.
Perché non possiamo più far finta di nulla
Non è solo una questione estetica o di "fastidio" sotto la suola delle scarpe. La questione è più profonda:
- Igiene Pubblica: Le feci abbandonate sono veicolo di parassiti e batteri, un rischio per gli altri animali e per i bambini che giocano per strada.
- Biglietto da Visita: Regalbuto merita di essere presentata come una cittadina accogliente e pulita. Che immagine diamo ai visitatori se le nostre strade sembrano abbandonate all'incuria?
- Diritto alla Bellezza: Ogni cittadino ha il diritto di camminare senza dover guardare costantemente a terra con l'ansia di sporcarsi.V
Torniamo a insistere perché crediamo che Regalbuto possa fare di meglio. Avere un cane è un atto d’amore, ma porta con sé dei doveri sociali. La paletta e il sacchetto non sono accessori opzionali, sono gli strumenti minimi della cittadinanza attiva.
Invitiamo le autorità competenti a intensificare i controlli, ma facciamo appello soprattutto alla coscienza dei proprietari. La dignità di un paese si misura anche dalla pulizia dei suoi vicoli. Non trasformiamo la nostra casa comune in una discarica a cielo aperto.
Regalbuto è di tutti, non di chi sporca e scappa.
I consigli di Petronela : LE ORCHIDEE .
Ciao a tutti , questa settimana ritorno con altri consigli ma prima vorrei specificare che il mio sapere è dovuto sì a documentazioni in Internet ma sopratutto al mio vissuto con orto , giardino e aiuole fin da piccola ,dalle tante prove sui modi di coltivazione , di esposizione e di nutrimento delle piante e fiori in generale .
Oggi ritorno con un argomento molto richiesto : LE ORCHIDEE …. e qui si apre un mondo in cui io sono entrata circa 2 anni fà con un orchideea ricevuta in omaggio arrivando ad averne una ventina (tra grandi e piccole ) ? . Premetto che all’inizio ero quasi intimorita dalla sua fragilità e come tutti , ho cercato consigli in vari blog capendo che alla fine con solo 2 regole sarebbe stato facile farla diventare bella e rigogliosa più di prima . Per prima cosa ho imparato che LE ORCHIDEE hanno bisogno di tanta luce (MAI DIRETTA DAL SOLE) e acqua al bisogno . Il suo posto ideale è dietro ad una finestra dove non arrivano i raggi del sole diretto (in quel caso schermare il vetro con una tenda ) . Annaffiatura va fatta quando le radici sono argento/grigie in due modi : 1) Per immersione cioè si lascia a bagno , immersa per la metà del suo vaso per circa 5/7 minuti . Finito questo si scola bene e si ripone nel suo sottovaso stando attenti a non lasciare residui di acqua . 2) Diretta cioè con un piccolo annaffiatoio oppure una bottiglietta stando attenti a non far arrivare acqua nel colletto con le foglie perché si rischia di far marcire la pianta . In genere questa è un’operazione da farsi ogni 7/10 giorni o comunque quando le radici non sono più verdi . Per avere una bella pianta con tanti fiori ,vi consiglio di usare l’acqua distillata ( quella che usiamo per il ferro da stiro ) e concimarla ogni 3 annaffiature . Alla prossima
Regalbuto. San Giuseppe e la Tradizione dei "Virginieddi": Un Gesto che Nutre l'Anima
Nonostante le corse contro il tempo e le agende sempre troppo piene, ci sono radici che non si possono ignorare. Il Comitato Protempore di San Giuseppe lo sa bene e, con la determinazione di chi ama il proprio territorio, ha deciso di non interrompere il filo invisibile che ci lega al nostro passato. Il prossimo 18 marzo, la comunità si ritroverà attorno a una delle tradizioni più dolci e simboliche della nostra terra: "I Virginieddi".
Ma cosa rappresentano davvero "I Virginieddi"?
In Sicilia e in molte zone del Sud Italia, la festa di San Giuseppe è da sempre sinonimo di carità e condivisione. Storicamente, le famiglie più abbienti preparavano grandi banchetti (le "Tavolate") per offrirli ai meno fortunati, in particolare agli orfani e ai bambini — i "piccoli vergini", da cui deriva il nome Virginieddi. Non era solo un pasto, ma un atto di devozione verso il Santo protettore della famiglia e della povertà: un modo per ringraziare per le grazie ricevute o per impetrare protezione, trasformando il cibo in un abbraccio collettivo.
Il Menù della Tradizione: Semplicità e Cuore
Per onorare questa ricorrenza, il Comitato ha ideato un menù essenziale ma ricco di significato, che rispetta i sapori autentici di una volta:
- Pasta con ceci e piselli: Il piatto povero per eccellenza, simbolo di abbondanza e nutrimento.
- Panino fresco: Il pane di San Giuseppe, benedetto e fondamentale in ogni tavola dedicata al Santo.
- Arancia: Frutto della nostra terra e simbolo del sole siciliano.
- Cannolo ripieno: La nota dolce per chiudere in bellezza, un premio alla gioia della condivisione.
Appuntamento con la Storia (e il Gusto)
L'iniziativa non è solo un pasto, ma un modo per sostenere attivamente le nostre preziose tradizioni locali. Ecco i dettagli per partecipare:
- Quando: Lunedì 18 marzo, a pranzo.
- Ritiro: Dalle ore 12:00 alle 13:00.
- Dove: Presso la Sala "Don Vito Mulone".
- Contributo: Un piccolo gesto simbolico di 5€.
Sostenere i "Virginieddi" significa dire che le nostre radici sono ancora vive e che, anche con poco tempo a disposizione, il cuore di una comunità può fare grandi cose.
Per informazioni e prenotazioni: Contattare direttamente i membri del Comitato Protempore San Giuseppe. Non aspettate l'ultimo momento: la tradizione ha bisogno di voi!
"L’Italia non è in guerra": Salvo Sallemi traccia la linea sulla politica estera e la pace.
Il commento del senatore di Fratelli d'Italia in merito all'intervento del Presidente del Consiglio in Senato: "L'Italia deve essere un ponte di dialogo e un punto di riferimento per la stabilità globale".
In un clima di forte apprensione per i mutamenti degli equilibri geopolitici, le parole del Presidente del Consiglio in Senato hanno delineato la postura internazionale dell’Italia. Un intervento che il senatore Salvo Sallemi ha voluto commentare con fermezza, sottolineando la necessità di una visione che coniughi la fedeltà alle alleanze storiche con una vocazione naturale alla diplomazia e alla pace.
Una Nazione che lavora per la stabilità
Il punto cardine dell'analisi di Sallemi è la distinzione netta tra il sostegno alla legalità internazionale e il coinvolgimento bellico. "Un punto deve essere chiaro: l’Italia non è in guerra e non vuole entrare in guerra", ha ribadito il senatore. In un momento in cui le escalation sembrano dietro l'angolo, la linea italiana rimane quella della responsabilità. L'obiettivo non è il conflitto, ma la costruzione di una cornice di sicurezza che permetta di tutelare il diritto internazionale senza rinunciare ai valori democratici.
Il ruolo strategico in Europa e nel Mediterraneo
Secondo Sallemi, l'autorevolezza italiana si gioca sulla capacità di essere protagonisti nei tavoli che contano. Non semplici spettatori, ma attori capaci di:
- Difendere gli interessi nazionali con pragmatismo.
- Rafforzare la voce dell'Italia all'interno delle istituzioni europee.
- Agire come baricentro nel Mediterraneo, un'area cruciale per la sicurezza e l'energia.
"In un tempo di grandi incertezze serve equilibrio, fermezza e senso delle istituzioni," dichiara Sallemi. "L’Italia può e deve essere un ponte di dialogo."
Oltre le tensioni: la visione diplomatica
L'appello del senatore è rivolto a una politica estera che non si lasci trascinare dall'emotività del momento, ma che mantenga la lucidità necessaria per evitare nuove escalation. La "Nazione", termine caro alla compagine governativa, viene vista come un punto di riferimento etico e politico, capace di contribuire a soluzioni diplomatiche che garantiscano una pace duratura.
L’Anomalia Siciliana: Tra Terzo Mandato e Liberi Consorzi, il Caos Normativo che Rischia di Bloccare gli Enti.
Mentre l'ARS discute la riforma dei mandati per i sindaci, esplode il caso dei Liberi Consorzi: una norma regionale impedisce le surroghe immediate dei consiglieri, aprendo la strada a paralisi amministrative e ricorsi al TAR.
La Sicilia, si sa, gode di un’autonomia legislativa che spesso permette di anticipare i tempi nazionali. Altre volte, però, questa "specialità" si trasforma in un generatore di paradossi burocratici che complicano, anziché snellire, la vita delle istituzioni. Dopo l’acceso dibattito sul terzo mandato per i sindaci nei comuni fino a 15 mila abitanti, un nuovo "nodo scorsoio" giuridico stringe ora i Liberi Consorzi comunali, in particolare in vista della tornata elettorale del prossimo 24 maggio. Elezioni Comunali e Riflessi Consortili. Il cuore del problema risiede nel sistema di elezione di secondo livello. Nei Liberi Consorzi, i consiglieri non sono eletti dai cittadini, ma dai sindaci e dai consiglieri comunali del territorio. Per fare un esempio relativo alla nostra provincia di Enna, centri come il capoluogo, Agira, Centuripe, Nicosia, Pietraperzia e Valguarnera Caropepe si apprestano a rinnovare i propri consigli comunali.
Qui scatta il paradosso: cosa succede al consigliere del Libero Consorzio il cui mandato comunale scade, ma che decide di ricandidarsi?
Nel resto del Paese la regola è lineare: mandato comunale finito = carica nell’ente di area vasta decaduta. Il seggio passa immediatamente al primo dei non eletti, garantendo che l’ente intermedio sia sempre composto da rappresentanti in carica nei rispettivi comuni.
In Sicilia, invece, vige un’eccezione che sa di "salvacondotto" temporaneo: La norma regionale: Prevede che il componente del Consiglio del Libero Consorzio non decada se viene eletto o rieletto nel proprio comune. L’effetto distorsivo: Se un consigliere termina il mandato ma corre per la rielezione, il suo seggio al Consorzio rimane congelato. Non può essere sostituito finché non si conoscono gli esiti del voto.
Il Rischio di Paralisi e la Pioggia di Ricorsi
Le conseguenze di questa architettura normativa sono tutt'altro che teoriche. In primo luogo, si profila un rischio concreto di paralisi amministrativa: per settimane (o mesi, in caso di ballottaggi o ritardi nelle proclamazioni), i Liberi Consorzi potrebbero trovarsi con organi incompleti e nell’impossibilità di procedere alle surroghe.
In secondo luogo, si apre la porta al contenzioso legale. Il principio costituzionale del buon andamento della Pubblica Amministrazione appare seriamente minacciato. I primi dei non eletti, che avrebbero diritto a subentrare immediatamente secondo i criteri di rappresentanza democratica, potrebbero impugnare questa stasi davanti al TAR, trascinando gli enti in una spirale di battaglie giudiziarie.
La Politica Chiamata a un Atto di Chiarezza
È paradossale che, mentre l’Assemblea Regionale Siciliana (ARS) si accapiglia su riforme di alto profilo, restino in vigore "mine antiuomo" legislative di questo tipo. Diversi osservatori chiedono un intervento lampo: una norma di interpretazione autentica o una modifica puntuale che riallinei la Sicilia al resto d’Italia. Lasciare che sia la magistratura amministrativa o la Corte Costituzionale a dirimere l'ennesima matassa siciliana sarebbe una sconfitta per la politica. Gli enti di area vasta hanno bisogno di certezze e continuità, non di rimanere ostaggio di una legislazione che sembra aver smarrito la bussola del buon senso istituzionale.
Piano Arena tra incuria e potenziale: l’appello di FdI per il rilancio del Lago Pozzillo.
Il circolo locale di Fratelli d’Italia accende i riflettori sulla "Cittadella di Piano Arena". Con l'arrivo della primavera e dei turisti, il partito chiede interventi urgenti e propone il "Modello Acquamara" per la gestione degli impianti.
REGALBUTO – Con l’approssimarsi delle festività primaverili, il Lago Pozzillo si prepara ad accogliere il consueto flusso di visitatori e sportivi. Tuttavia, a sollevare una nota di preoccupazione è il circolo di Fratelli d’Italia di Regalbuto, che punta l'indice sulle condizioni di Piano Arena, l’area che ospita impianti sportivi, ristoranti , il chiosco ed è possibile trascorrere una bella giornata tra barbecue, una escursione con i quad o avventurarsi al Parco Avventura. Quella che nelle intenzioni del compianto Sindaco Saccone doveva essere una "Cittadella dello Sport e della Natura", un’eccellenza capace di fondere turismo e territorio, oggi sembra mostrare i segni di un preoccupante declino.
Il rischio degrado alla vigilia della stagione
Secondo gli esponenti di FdI, la visione lungimirante che portò alla nascita di Piano Arena rischia di essere vanificata dall'incuria. "Il risveglio della natura non può coincidere con l'abbandono," si legge nella nota del circolo. Le criticità sollevate riguardano i servizi minimi che rendono un’area degna di tale nome:
Servizi Igienici: Necessità di apertura garantita e manutenzione costante.
Logistica e Turismo: Potenziamento delle aree barbecue e del supporto ai visitatori.
Gestione Parcheggi: Urge un piano per la distribuzione intelligente dei mezzi, superando le criticità storiche.
Sicurezza: Un controllo costante degli accessi per garantire tranquillità alle famiglie e ai bambini.
La proposta: il "Modello Acquamara"
Non solo critiche, ma anche una proposta gestionale concreta. Fratelli d’Italia suggerisce di replicare il successo ottenuto con il campo sportivo dell’Acquamara: affidare gratuitamente la tutela e la gestione del patrimonio sportivo alle società cittadine. Secondo il circolo, il rilancio deve passare dalla piena funzionalità della "Casa del Custode" e da una sinergia operativa tra l'Amministrazione Comunale, le Forze dell'Ordine, le associazioni di volontariato, la Pro Loco e le realtà sportive locali.
Un biglietto da visita per la comunità
L'appello finale è rivolto alle istituzioni affinché agiscano prima che il degrado diventi irreversibile. Piano Arena non è solo un’area ricreativa, ma un vero e proprio asset economico per Regalbuto.
"Dimostrare una macchina organizzativa oliata non è solo una questione di decoro, ma un biglietto da visita per l'intera comunità. Difendere Piano Arena significa investire nel futuro della nostra città."
La palla passa ora all'amministrazione, chiamata a rispondere con atti concreti per garantire che il Lago Pozzillo resti, anche per il 2026, la meta d'eccellenza dell'entroterra siciliano.
E dopo i consigli sul tipo di piante da mettere nel balcone , ritorno sull’argomento con i consigli su come e quando innaffiare e che tipo di nutrimento usare . Partiamo con il primo argomento: COME INNAFFIARE . In questo periodo di primavera , le piante escono da un inverno un pó pazzerello molto piovoso ,ma dopo un’accurata pulizia del secco hanno bisogno anche di acqua motivo per cui ho iniziato ad innaffiarle ogni 2 giorni e comunque tastando prima il terreno usando uno stecco oppure con il dito bagnando quanto basta senza farla stagnare nel sottovaso . Il secondo argomento : QUANDO INNAFFIARE . Per adesso il tempo ci permette di farlo ogni 2 giorni ma tra qualche settimana arriveremmo a dover mettere acqua giornalmente .Per adesso è preferibile farlo in mattinata quando spunta il sole ma appena il caldo incomincia a farsi sentire , consiglio di farlo la sera cosìche le radici avranno il tempo di idratarsi e prepararsi per il successivo giorno afoso . Il terzo argomento : “ TIPO DI CONCIME e COME USARLO . Le nostre piante sono all’inizio della loro vegetazione e per questo hanno bisogno di nutrimento . In commercio si trovano diversi tipi di concime universale liquidi e granulare e concime organico meglio conosciuto come “sangue di bue” ricco di ferro e azoto . Quest’ultimo lo consiglio 1 volta ogni 7/10 giorni aggiungendolo all’acqua nelle dosi indicate sulla confezione e poi con l’arrivo del grande caldo si alterna con il concime universale arrivando ad usarlo 1 volta al mese . In mancanza del concime organico , si può benissimo usare soltanto il concime universale con cadenza settimanale in dosi indicate nelle confezioni . Alla prossima .
Lettere al blog : "NON MURI DA INAUGURARE, MA VITE DA SOSTENERE" di Letizia Stancanelli .
La chiusura di una società sportiva non è mai una notizia isolata: è sempre il sintomo di qualcosa che si è rotto prima. La decisione della società di “Basket Regalbuto” di interrompere la propria attività dopo anni di impegno, racconta lo stato di salute del nostro paese.
La prima reazione, quasi automatica, è stata quella di molti: una sconfitta per la comunità. Poi però arriva la riflessione. E forse la definizione più corretta è un’altra: non una sconfitta casuale, ma una sconfitta inflitta. Una sconfitta che nasce dall’assenza, dal silenzio e dalla mancanza di risposte di chi dovrebbe garantire pari opportunità e spazi a tutte le realtà sportive di un territorio. Perché quando una società sportiva chiude non scompare solo una squadra. Si spegne un presidio educativo, sociale, umano. Si perdono giornate fatte di allenamenti, di volontariato, di persone che dedicano tempo e competenze nella maggior parte dei casi senza alcun compenso, solo per offrire ai giovani un’alternativa concreta.
Da educatrice sportiva, ma soprattutto da cittadina che ha scelto di restare e investire tempo e risorse in questo paese — scelta che a volte fa nascere più di un dubbio — la sensazione è amara.
Nei piccoli centri le possibilità sono già poche: gran parte delle opportunità si concentra nelle città più grandi. E quando anche quelle poche realtà che resistono vengono lasciate sole fino a chiudere, non possiamo più parlare di un fallimento collettivo.
È, più precisamente, un fallimento istituzionale.
Perché la comunità queste realtà le vuole. Le sostiene, le segue, le vive. Le famiglie accompagnano i figli in palestra, le volontarie e i volontari mettono tempo ed energie, le atlete e gli atleti continuano ad allenarsi anche nelle difficoltà. Quello che manca non è la volontà delle persone, ma il supporto concreto di chi dovrebbe garantire condizioni minime per andare avanti.
Quando una società sportiva chiude non è perché la comunità non ci crede più. È perché, troppo spesso, manca una rete istituzionale capace di ascoltare, accompagnare e sostenere chi ogni giorno tiene vivo lo sport sul territorio. Oggi si raccontano sui social, con frequenza, i progressi urbanistici: rigenerazioni, riqualificazioni, nuovi progetti. Ogni giorno un post nuovo. Ed è giusto valorizzare ciò che si realizza. Ma una domanda diventa inevitabile: che senso hanno strutture sempre più moderne se le società sportive che dovrebbero viverle fanno fatica a sopravvivere?
Prima — o almeno insieme — agli interventi che rischiano di trasformarsi in slogan propagandistici, non bisognerebbe forse ascoltare le necessità reali di chi lo sport lo fa ogni giorno?
Cosa spinge un’amministrazione a impiegare tempo per redigere un progetto e presentarlo a un finanziamento? E cosa, invece, non la spinge a impiegare tempo per entrare personalmente nelle palestre, dialogare con chi quelle strutture le vive davvero, tra
difficoltà quotidiane e sacrifici silenziosi? Lo sport viene spesso celebrato quando i risultati sono già consolidati, quando la macchina funziona, quando l’immagine è facile da raccontare. È semplice esaltare ciò che già brilla; più difficile sostenere chi fatica a emergere, chi allena quattro o sei ragazzi invece di venti, chi tiene accesa una luce in palestra anche quando sembra non interessare a nessuno.
La vita sportiva reale non vive solo sui social.
La vita sportiva vera si costruisce nelle palestre, nel lavoro quotidiano di allenatori, dirigenti e volontari che studiano allenamenti, educano, ascoltano e accompagnano bambine, bambini, ragazze e ragazzi in un percorso di crescita. Persone che credono che da un piccolo paese possa nascere qualcosa di grande e che un giorno quei giovani possano essere orgogliosi delle proprie origini. E allora forse è il momento di interrogarci su una domanda fondamentale: qual è oggi l’obiettivo primario di una società sportiva? Dare prestigio alla comunità? O, prima ancora, educare? Perché lo sport è innanzitutto educazione civica e morale. È imparare il rispetto dell’avversario — e forse tutti noi dovremmo tornare, simbolicamente, in palestra a giocare uno contro l’altro per ricordarlo. È imparare a gestire la sconfitta, a condividere regole comuni, a dedicare tempo ed energie a una passione sana. Il prestigio della comunità arriva dopo. E spesso arriva da sé, automaticamente, quando una società sportiva viene messa nelle condizioni di fare ciò per cui è nata: fare sport.
Ho provato, nel 2023, a cercare un dialogo diretto. A dire: ci siamo, esistiamo, venite a vedere cosa facciamo. La risposta fu rassicurante: ci sarebbe stata attenzione per tutte le società del territorio. Ma quell’attenzione non si è mai tradotta in presenza reale. Nessuna visita, nessun confronto, se non in occasioni pubbliche o eventi ufficiali.
E allora la domanda è inevitabile: quante altre realtà devono fermarsi prima che qualcuno si accorga che lo sport nei piccoli paesi non è un dettaglio, ma una necessità?
La chiusura di una società sportiva non è solo la fine di una storia lunga decenni. È un segnale. Un campanello d’allarme che riguarda tutti: istituzioni, cittadini, famiglie. Quando chiude una società sportiva non finisce solo un’attività: si spegne un luogo dove si imparava rispetto, disciplina e comunità.
Le palestre non sono muri da inaugurare, ma vite da sostenere. Perché un paese non muore quando perde una squadra. Un paese inizia a svuotarsi quando smette di accorgersi di chi, ogni giorno, prova ancora a tenerlo vivo.
Letizia Stancanelli
Servizio Civile Universale 2026-2027: Aperto il bando per quasi 66 mila nuovi volontari
Il Servizio Civile Universale (SCU) si conferma ancora una volta una delle colonne portanti dell'impegno giovanile in Italia. È stato ufficialmente pubblicato il nuovo bando per la selezione di 65.964 operatori volontari, chiamati a prestare servizio durante il biennio 2026–2027.
Si tratta di una finestra di opportunità senza precedenti per i giovani tra i 18 e i 28 anni che desiderano trasformare il proprio senso civico in azioni concrete, maturando al contempo competenze trasversali preziose per il proprio futuro professionale. Il bando riflette un impegno capillare, che mira a coprire una vasta gamma di settori: dall'assistenza sociale alla tutela del patrimonio culturale, fino alla cooperazione internazionale. Ecco come si suddivide la platea dei volontari: In Italia: La grande maggioranza degli inserimenti, pari a 64.479 volontari, sarà distribuita in 2.635 progetti su tutto il territorio nazionale, organizzati in 548 programmi di intervento. All’estero: Per chi desidera mettersi alla prova fuori dai confini nazionali, sono disponibili 1.485 posti in 204 progetti, articolati in 54 programmi dedicati alla cooperazione e al dialogo interculturale.
Il Servizio Civile non è solo un’attività di volontariato, ma un vero e proprio percorso di formazione. I partecipanti avranno l'opportunità di:
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Imparare sul campo: Acquisire competenze specifiche nel settore scelto.
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Ricevere una certificazione: Valorizzare il proprio curriculum con un'esperienza riconosciuta a livello istituzionale.
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Contribuire al bene comune: Essere parte attiva nel miglioramento della propria comunità o nel supporto a contesti fragili.
Cosa c'è da sapere per candidarsi
La selezione è rigorosa ma trasparente. È fondamentale consultare attentamente i requisiti specifici per ogni singolo progetto, poiché ognuno ha obiettivi e mansioni differenti. Il consiglio è quello di navigare sulla piattaforma ufficiale del Dipartimento per le Politiche Giovanili e il Servizio Civile Universale per filtrare i progetti per area geografica e ambito di interesse.
La primavera è finalmente alle porte. Il sole ricomincia a farsi sentire, le giornate si allungano e, ammettiamolo, quel richiamo verso il balcone diventa irresistibile. È il momento di trasformare i nostri spazi esterni in piccoli angoli di paradiso colorato. Ma la domanda resta sempre la stessa: cosa piantiamo quest'anno? Per anni, il re incontrastato dei nostri balconi è stato lui, il Geranio. Che sia lo "Zonale" (quello a cespuglio, fiero e robusto), l' "Imperiale" dai fiori giganti o il "Parigino" (l'edera ricadente che crea quelle cascate spettacolari), il geranio ha un fascino indiscutibile. Tuttavia, c'è un prezzo da pagare. Queste piante richiedono una dedizione quasi monastica: pulizia maniacale del secco, rimozione dei fiori appassiti e controllo costante dei rami. Ma il vero nemico oggi ha le ali: la "farfalla malefica" (il Cacyreus marshalli). Negli ultimi anni, questo parassita ha fatto stragi, riducendo piante bellissime in poltiglia nel giro di pochi giorni. Vale ancora la pena fare tanta fatica per vedere il proprio lavoro distrutto? Quest'anno ho deciso di cambiare rotta. La mia scommessa per la stagione è la Lantana.
Perché questa scelta? Soprattutto per chi, come me, vive nel calore generoso della Sicilia, la Lantana è una vera benedizione. E' una pianta sempreverde che non teme il sole cocente. Ci regala colori stupendi da maggio fino a ottobre inoltrato.Non serve essere schiavi delle cesoie. Basta qualche accortezza e lei ricambia con una generosità incredibile. Il consiglio pratico: Per farla splendere, ricordatevi di innaffiarla regolarmente la sera (mai sotto il sole!) e di aiutarla con un buon concime ogni 15 giorni a partire da maggio.
Non resta che metterci al lavoro per abbellire i nostri balconi. !!
Non restate a guardare. Correre ad acquistare le piantine è solo il primo passo; curarle e vederle crescere è una terapia per lo spirito. C'è una soddisfazione visiva nel vedere un balcone fiorito, ma c'è soprattutto una soddisfazione personale immensa nel dire: "L'ho fatto io". Buon lavoro a tutti i pollici verdi (e a chi sta provando a diventarlo)!
Petronella

