World Library Tour Un libro alla volta fino a Itaca
In mezzo a tutto questo caos, guerre, catastrofi climatiche, crisi varie ed eventuali, c’è ancora qualcuno che, inspiegabilmente, ha deciso di occuparsi di libri.
Anzi, di portarli in giro per il mondo.
Sono Gaetano Amoruso e Antonello La Piana, fondatori di GAEditori. Due persone che evidentemente non hanno ancora capito che l’epoca suggerirebbe ben altri passatempi. Una casa editrice fuori dal coro, metà azienda e metà Croce Rossa, con una caratteristica piuttosto rara nel mondo dell’impresa cioè due soci con un cuore sproporzionatamente grande rispetto al conto economico.
E così eccoci ancora una volta a scrivere di GAEditori. Perché non farlo, a questo punto, sarebbe quasi una forma di negligenza.
Il loro World Library Tour è in qualche modo l’esatto contrario di ciò che sembra essere diventata una buona parte dell’esistenza contemporanea.
Mentre il mondo costruisce muri, loro cercano biblioteche.
Mentre qualcuno accumula, loro donano.
Mentre tutti sembrano impegnati a spiegare perché non ci si può fidare degli altri, loro partono con una scatola di libri sotto il braccio e provano a dimostrare il contrario.
Sì, perché il progetto è semplicissimo. E proprio per questo è rivoluzionario... arrivare nelle biblioteche del mondo e donare libri di GAEditori.
Niente droni, niente algoritmi, niente miracolose formule per salvare l’umanità in sette passaggi. Soltanto libri. Libri che viaggiano, incontrano persone, entrano in biblioteche, occupano scaffali e magari finiscono nelle mani di qualcuno che non conoscerà mai Gaetano e Antonello, ma che attraverso quelle pagine potrà incontrare una storia, un pensiero, un’emozione.
È una piccola follia, certo.
Ma forse il problema è proprio questo... abbiamo bisogno di qualche follia buona in più.
Il World Library Tour crea connessioni culturali, alimenta uno spirito di comunità e rimette al centro una parola che rischiamo di usare sempre meno ovvero condivisione. E lo fa attraverso il gesto più antico e meno spettacolare del mondo, donare.
GAEditori porta in giro per il pianeta un pezzo delle proprie storie, quelle dei suoi autori e delle sue autrici, trasformando i libri in ponti. E insieme alle parole fa viaggiare qualcosa che oggi viene nominato continuamente nei discorsi ufficiali e praticato assai meno nella vita reale, la pace innanzitutto, la fratellanza, la curiosità verso l’altro, il desiderio di conoscersi.
Naturalmente non sappiamo se i due editori siciliani riusciranno davvero con qualche libro e parecchia ostinazione a cambiare il mondo.
Probabilmente no.
Ma intanto ci provano.
E forse è proprio questo il punto.
Perché mentre molti si chiedono quale sia il modo migliore per salvare l’umanità, loro hanno scelto una soluzione decisamente più semplice, partire.
Una biblioteca alla volta.
Un libro alla volta.
Un incontro alla volta.
Che poi, a pensarci bene, è esattamente così che cominciano le cose importanti.
Perciò, cari Gaetano e Antonello, continuate pure con questa vostra splendida, irragionevole idea. Noi, nel frattempo, continueremo a seguirvi.
Buon viaggio, dunque.
E soprattutto, buona Itaca.
Italia 2080: 13 milioni di persone in meno e un Paese sempre più vecchio
Il nuovo report Istat fotografa un declino irreversibile. Anche nello scenario più favorevole la popolazione continuerà a diminuire e a invecchiare. Crollano le coppie con figli, boom di chi vive solo.
Un paese sempre meno popolato e sempre più vecchio. È questa, senza giri di parole, la fotografia dell'Italia scattata dall'Istat oggi, lunedì 31 agosto, nel nuovo report "Previsioni della popolazione residente, delle famiglie e delle forze lavoro".
I numeri sono netti e difficilmente controvertibili. Al 1° gennaio 2025 eravamo 58,9 milioni di residenti. Nel 2050 saremo 55 milioni. Nel 2080 saremo appena 45,8 milioni: oltre 13 milioni in meno rispetto a oggi. Un calo che, sottolinea l'Istituto, proseguirà "anche negli scenari più favorevoli".
Il Paese domani: più piccolo e più eterogeneo
Non è solo una questione di numeri. Come già indicato nelle precedenti previsioni, il futuro demografico restituisce l'immagine di un Paese più piccolo, più eterogeneo e con più differenze.
La certezza, per l'Istat, è una sola: l'invecchiamento. Nel 2080 l’Italia conterà oltre 13 milioni di residenti in meno con un costante invecchiamento che i flussi migratori non riusciranno a compensare. L'invecchiamento della popolazione si conferma "la prospettiva più certa".
Già entro il 2050 l'età media degli italiani supererà i 51 anni, rispetto ai 46,9 anni del 2025. Gli over 65 rappresenteranno il 34,5% del totale, fino a stabilizzarsi attorno al 36,8% nel 2080. Di contro, la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) subirà un netto calo, passando dal 63,4% attuale al 55,3% nel 2050 e al 53,2% nel 2080.
Il motore di questo spopolamento è un saldo naturale profondamente negativo. Le nascite, stabili a circa 355mila all’anno fino al 2030, scenderanno a 335mila nel 2050 per poi toccare quota 281mila nel 2080. Contestualmente, i decessi cresceranno dai 652mila del 2025 fino a un picco di 869mila nel 2058, con un divario massimo di -570mila unità nel 2059.
Non basterà l'immigrazione. Nonostante un saldo migratorio destinato a rimanere positivo, con una media stimata tra le 200mila e le 296mila unità annue, le entrate dall’estero non potranno colmare il deficit.
Addio alla famiglia tradizionale
A cambiare radicalmente sarà anche il tessuto sociale e familiare.
Entro il 2050 il numero delle coppie con figli crollerà dagli attuali 7,5 milioni (28,1% del totale) a 5,8 milioni (21,1%), venendo superato dalle coppie senza figli, che saliranno a 5,9 milioni (21,4%). Il sorpasso, secondo Istat, avverrà già nel 2047.
Esplode il fenomeno dell'isolamento abitativo: tra il 2025 e il 2050 le persone che vivono da sole aumenteranno del 16%, arrivando a 11,6 milioni. Un incremento che riguarderà principalmente la terza età, con gli over 75 soli che raggiungeranno i 4,7 milioni, di cui 3,4 milioni donne.
Il rapporto tra individui in età lavorativa e non (0-14 e 65 anni e più) passerà da circa tre a due a circa uno a uno nel 2050. Significa un lavoratore per ogni persona che non lavora.
Cosa significa? Meno giovani, meno lavoratori, più pensionati, più case vuote, più persone sole. È la sfida che l'Italia del 2080 dovrà affrontare già da oggi.
ll corso è il palcoscenico più democratico che abbiamo inventato. Duecento metri di asfalto, le stesse pietre avanti e indietro. Non c'è meta, quindi nessuno è in ritardo. Non c'è prestazione, quindi tutti possono partecipare. I vecchi sulle panchine e davanti ai Circoli non erano spettatori. Erano l'archivio. Quelli che avevano visto le stesse coppie da bambini diventare genitori, poi nonni. Tenevano il punteggio morale della comunità senza dire una parola, solo guardando. Il gelataio con la fila più lunga della settimana era la prova economica che quel rito funzionava: la gente non comprava un gelato, comprava il permesso di stare lì cinque minuti in più. Poi c'era il tavolo con i "bomboloni di zucchero " appena fatti , a calia e le arachidi per tutti.
Il vestito della domenica non era vanità. Era cura. Il padre in giacca e cravatta sempre anche ad agosto, la madre con le scarpe che fanno male, il bambino a cui viene detto "non ti sporcare". Oggi ci sembra costrizione. Allora era un messaggio: per voi mi sono messo in ordine. Per il paese mi presento pulito. È l'opposto dell'ostentazione, è rispetto per lo spazio comune. I fidanzati che volevano stare soli e dovevano stare in mezzo a tutti imparavano la cosa più italiana di tutte: il desiderio si disciplina camminando accanto, non scappando. Due passi avanti, uno sguardo ai genitori, la mano che quasi si sfiora. E quel mercato matrimoniale non era cinico. Era lento. Ci si vedeva una domenica, ci si rivedeva la domenica dopo. Ci si valutava non sul colpo di fulmine, ma sulla costanza. Se torni per quattro domeniche di fila, forse fai sul serio. Capivi dagli sguardi e ci si scambiavano le lettere tra una passeggiata e l'altra di nascosto dei genitori , dei parenti , a volte persino dalle amiche.
Abbiamo sostituito tutto questo con il cellulare , che è la stessa pulsione ma senza corpo. Vedere ed essere visti dal divano non costa niente. Sul corso costava: dovevi uscire, esporti, accettare di essere guardato mentre guardavi. Per questo era elegante. L'eleganza non è mai solo estetica, è accettare le regole di un gioco inutile e giocarlo bene. Non serve a niente camminare avanti e indietro per un'ora. Ed è proprio perché non serve a niente che dice chi sei. Quel passo che non andava da nessuna parte perché il percorso era già tutto lì.
La modernità ci ha convinto che libertà è andare lontano, veloce, altrove. La passeggiata diceva il contrario. Libertà è poter restare. Poter dire: per un'ora la mia unica occupazione è stare qui, con i miei, sotto gli occhi degli altri, senza produrre, senza arrivare. Era una libertà non produttiva. E quindi scandalosa, oggi. Tu sei a Regalbuto, è domenica sera , all'uscita dalle Messe , siamo proprio in quella finestra tra le sette e le otto . Il corso c'è ancora. Vuoto, magari con più macchine parcheggiate male, con i ragazzi che guardano il telefono invece della vetrina del bar. Ma la forma è ancora lì. Se esci adesso, non per fare una commissione, non per andare da qualche parte, ma solo per fare su e giù una volta, ti accorgi che il rito non è morto. Sta solo aspettando che qualcuno si rimetta il vestito della domenica, anche solo nell'atteggiamento.
AgoVit
LE CICALE SONO TORNATE 25 anni dopo Oriana Fallaci (Ago Vit)
Nel 2001 Oriana Fallaci le chiamò così, con una parola sola che valeva più di un trattato: "cicale".
Non parlava di insetti. Prendeva il termine da Esopo e La Fontaine. Chi frinisce tutta l'estate senza lavorare, chiacchiera, moraleggia, vive di rendita intellettuale. Per Fallaci cicala era l'intellettuale da salotto, il politico opportunista, il giornalista compiacente, il pacifista a tutti i costi. Quello che parla molto, non rischia nulla e odia l'Occidente pur vivendoci benissimo. Da lì la sua definizione perfetta, rimasta nella storia: "cicale di lusso". Quanti ne conoscete ? Basterebbe osservare. Forse nessun termine è più azzeccato oggi, a 25 anni di distanza. Le ritroviamo identiche. Nei talk, nelle redazioni, nei consigli comunali, nel condominio. Politici che hanno fatto dell'opportunismo la loro unica ideologia. Giornalisti da salotto che cambiano padrone e morale a seconda dell'ospite. E persone comuni, i vicini della porta accanto, che hanno trasformato l'opportunismo in politica personale. Come le riconosci? Fallaci ci aveva dato il metodo. Non da quello che dicono quando urlano contro gli altri. Ma da quello che fanno quando quel fatto diventa loro.
Sono ferocissime con il potere, finché il potere non è il loro. Sono intransigenti con l'errore altrui, elastiche con il proprio. Predicano sobrietà e vivono di eccesso. Invocano accoglienza per gli altri quartieri e alzano muri nel loro. Chiedono sacrifici e non ne hanno mai fatto uno. Urlano contro il privilegio mentre ne vivono dentro. Gridano contro l'Occidente mentre ne incassano ogni comfort. Fallaci le sentiva frinire già allora e si rifiutava di mischiarsi a loro. Diceva: "Mi impongo di non mischiarmi alle cicale". Una frase quest'ultima da prendere come esempio per imporsi di non mischiarsi alle cicale.
Oggi il frinire è assordante perché è amplificato dai social, ma la sostanza è la stessa. Nella favola la cicala canta tutta l'estate mentre la formica lavora e accumula grano. Poi arriva l'inverno. L'inverno per Fallaci, e per oggi, non è una stagione. È il momento in cui la realtà ti presenta il conto. È quando succede una guerra vera, un attentato, una crisi economica, un quartiere che non è più sicuro, una bolletta che non riesci a pagare, una malattia. È il momento in cui non bastano più le parole. In quel momento si vede cosa hai messo da parte: Il grano sono i fatti concreti. Hai costruito qualcosa? Hai governato bene? Hai detto la verità anche quando era impopolare? Il lavoro fatto è la credibilità. Hai agito in modo coerente con quello che predicavi? La verità detta è il coraggio di non aver urlato contro gli altri solo per convenienza.
In politica si dovrebbe mandare a casa un'idea con un'idea migliore, non una persona con uno slogan ( AgoVit )
In politica due parole bastano a fare un comizio. "A casa".
È una sintesi perfetta. Non dice "non sono d'accordo con te", non dice "la tua proposta è sbagliata", non dice "costruirò un'alternativa migliore". Dice: sparisci. Chiudi la porta e togliti di mezzo. Se occupi un posto di Governo, significa: dimettiti. Ed è proprio per questo che è così usata. Perché è facile, è definitiva, fa rumore. Quando "a casa" è giusto. C'è un solo caso in cui quella frase non è solo uno slogan, ma è un dovere civile. Quando chi governa ha superato il confine non più politico, ma giuridico e morale. Se c'è un rilievo penale, se c'è una condanna, se c'è un conflitto di interessi evidente, un abuso di potere, una menzogna grave che mina la fiducia nelle istituzioni. Lì "a casa" non è un insulto, è la traduzione popolare di "dimettiti". È la richiesta di assumersi una responsabilità. E in quel caso è opportuno, è necessario.
Quando "a casa" è una scorciatoia
Fuori da quel perimetro, invece, la frase cambia completamente natura. Diventa un'arma spuntata. La si lancia all'avversario perché non lo si riesce a battere sul terreno delle idee. Perché non si ha una proposta più convincente sulla sanità, sul lavoro, sulle tasse, sulla città. Allora si accorcia tutto: non discutiamo, mandiamolo a casa. Ma in democrazia nessuno va a casa perché lo chiede una minoranza rumorosa, un talk show, un hashtag o una piazza, per quanto grande. In democrazia si va a casa in tre modi soli: per scadenza naturale del mandato, per una mozione di sfiducia votata in Parlamento, per il giudizio degli elettori.
La paura nascosta dentro lo slogan
E qui arriva il punto più interessante : spesso quel continuo gridare "a casa" nasconde esattamente il contrario di forza. Nasconde la paura delle elezioni. Perché le elezioni sono l'unico momento in cui davvero si manda a casa qualcuno. Sono costose in termini di impegno, di rischio, di confronto. Bisogna metterci la faccia, un programma, prendersi la responsabilità di governare dopo. È molto più comodo chiedere le dimissioni dell'altro dal balcone, che chiedere il voto ai cittadini e accettarne l'esito. La Costituzione all'articolo 1 lo dice con chiarezza: la sovranità appartiene al popolo. Non all'opposizione, non alla maggioranza di turno, non al commentatore più indignato. Al popolo, che la esercita votando. La maggioranza che esce dalle urne, a qualsiasi livello, dal Comune al Governo nazionale, ha il diritto e il dovere di governare fino a quando gli elettori non decideranno diversamente. Chiedere "a casa" ogni giorno per ogni cosa significa, in fondo, non rispettare quel patto. Significa dire: non riconosco la legittimità del tuo mandato, anche se te l'hanno dato gli elettori.
In politica si dovrebbe mandare a casa un'idea con un'idea migliore, non una persona con uno slogan.
Il pane dell'odio ( AgoVit )
C'è tanto odio in giro, non so se ho ragione. Non solo quello grande delle guerre, dei confini, dei palazzi. C'è quello piccolo, quotidiano, che ci portiamo a tavola. Nei commenti, nel traffico, in famiglia. Un rumore di fondo continuo.
E' azzardato dirlo ma fa male perché è vera: ne abbiamo bisogno come il pane.
L'odio è un pane avvelenato, ma sazia subito. È più facile dell'amore. L'amore chiede pazienza, vulnerabilità, tempo. L'odio no. Ti dà subito un'identità: io sono quello che non è come te. Ti dà subito una ragione, un nemico, una storia semplice. E noi, stanchi di storie complicate, lo mangiamo ogni giorno.
Dov'è finito Gesù?
Forse non è finito da nessuna parte. È rimasto esattamente dove lo abbiamo messo noi. In croce. Ai margini. Nel posto scomodo dove non vogliamo guardare. Forse lui lo aveva capito. Che l'odio non si abbatte una volta per tutte, come si abbatte un muro. Che non sarebbe bastato un miracolo, una frase perfetta, un discorso. L'odio è una possibilità umana, sempre lì, come un seme. Allora il suo sacrificio non è stato un tentativo fallito di cancellare l'odio dal mondo. È stato l'esempio opposto: cosa succede quando l'odio ti arriva addosso con tutta la sua forza, e tu scegli di non restituirlo. Non lo ha combattuto con più odio. Lo ha attraversato. Si è lasciato ferire senza diventare ferita che ferisce altri. Questo è lo scandalo.
Noi invece, facciamo il contrario. Sentiamo l'odio del mondo e pensiamo di doverne produrre di più per difenderci. Rispondiamo al veleno bevendone altro. Lo alimentiamo per non sentirci soli dentro di esso. Ci convinciamo che se odiamo abbastanza forte, finalmente staremo al sicuro.
Ma non succede mai.
Gesù non è sparito. È solo diventato invisibile al nostro modo di guardare. Lo cerchiamo nei trionfi, nella forza, in chi vince. Lo cerchiamo nelle competizioni , nella quotidianità spicciola , nella sopraffazione . Lui sta sempre dall'altra parte. In chi perdona quando sarebbe più facile urlare. In chi tace invece di umiliare. In chi resta umano quando tutto intorno invita a disumanizzare.
Forse la domanda non è "dov'è finito Gesù", ma "dove abbiamo finito noi per non vederlo più".
La bozza che vorrebbe vietare le arterie ad alto scorrimento agli ultraottantacinquenni fa discutere. Ma forse il problema non è l'età, è il modello di guida che abbiamo costruito in autostrada.
Praga : 21 Agosto 1968. La mattina in cui la radio tacque.
Le notizie allora non correvano. Non c'erano dirette, notifiche, breaking news sul telefono. C'erano solo le edizioni straordinarie dei telegiornali, in bianco e nero, e il gracchiare delle agenzie. Eppure la mattina del 21 agosto arrivò lo stesso, secca, incredibile: i russi avevano invaso la Cecoslovacchia.
Dopo otto mesi finiva così, in una notte di carri armati, la Primavera di Praga.
Ricordo bene lo sgomento. Noi avevamo vent'anni. Erano gli anni in cui si discuteva fino a tardi, nei bar, nelle sezioni, nei cortili delle scuole. Volevamo una società più giusta e ci credevamo davvero. In casa giravano i dischi dei Beatles, quelli dei cantautori italiani, De André, Guccini, De Gregori appena arrivato. In ogni quartiere nasceva un complessino, con una batteria scassata e un amplificatore prestato. Di lì a poco sarebbero nate le prime radio libere.
In Cecoslovacchia i ragazzi come noi lottavano per le stesse cose, solo che loro le stavano facendo. Un comunismo dal volto umano, lo chiamava Dubček. Libertà di stampa, di parola, la possibilità di pensare diverso senza finire in galera. Non era contro il socialismo, era per renderlo finalmente umano. La Russia spense tutto. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto le truppe del Patto di Varsavia, esclusa la Romania, invasero il Paese, ponendo termine a un esperimento. E per una volta, noi che eravamo cresciuti a pane e idealismi , scendemmo in piazza contro Mosca. Perché avevamo capito che non era una questione di schieramenti. Era la libertà che veniva schiacciata sotto i cingoli.
Poi venne gennaio.
Jan Palach
Era un ragazzo come noi. Jan Palach, studente ceco di filosofia, nato a Všetaty nel 1948. Allievo della facoltà di filosofia dell'università di Praga, si diede fuoco il 16 gennaio 1969 in piazza San Venceslao, nel cuore di Praga, per protestare contro l'occupazione. La piazza è diventata luogo di memoria proprio quel giorno, quando vi si diede fuoco in segno di protesta contro l'invasione sovietica del 21 agosto 1968, tesa a mettere fine a quel movimento riformista noto come Primavera di Praga. Non fu un gesto folle. Aveva lasciato delle lettere. Si firmava Torcia n. 1. Chiedeva uno sciopero generale, chiedeva che la gente non si abituasse. Voleva svegliarci dall'indifferenza che già stava tornando.
Morì tre giorni dopo, il 19 gennaio, per le ustioni. Al suo funerale sfilarono in silenzio centinaia di migliaia di cecoslovacchi. Fu l'ultima grande manifestazione libera di Praga prima del lungo inverno della normalizzazione.
A distanza di tanti anni, quando riascolto una canzone del '68, non penso solo alle nostre assemblee, alle nostre chitarre, alle nostre speranze un po' ingenue. Penso anche a lui. A quel ragazzo di vent'anni che in un mondo senza social, senza dirette, trovò l'unico modo che gli era rimasto per farsi sentire da tutto il mondo: farsi luce.
Noi non dobbiamo spegnerla. Perchè ancora quella luce ci parla di altre " primavere " spente nel sangue.


