In mezzo a tutto questo caos, guerre, catastrofi climatiche, crisi varie ed eventuali, c’è ancora qualcuno che, inspiegabilmente, ha deciso di occuparsi di libri.
Anzi, di portarli in giro per il mondo.
Sono Gaetano Amoruso e Antonello La Piana, fondatori di GAEditori. Due persone che evidentemente non hanno ancora capito che l’epoca suggerirebbe ben altri passatempi. Una casa editrice fuori dal coro, metà azienda e metà Croce Rossa, con una caratteristica piuttosto rara nel mondo dell’impresa cioè due soci con un cuore sproporzionatamente grande rispetto al conto economico.
E così eccoci ancora una volta a scrivere di GAEditori. Perché non farlo, a questo punto, sarebbe quasi una forma di negligenza.
Il loro World Library Tour è in qualche modo l’esatto contrario di ciò che sembra essere diventata una buona parte dell’esistenza contemporanea.
Mentre il mondo costruisce muri, loro cercano biblioteche. 
Mentre qualcuno accumula, loro donano. 
Mentre tutti sembrano impegnati a spiegare perché non ci si può fidare degli altri, loro partono con una scatola di libri sotto il braccio e provano a dimostrare il contrario.
Sì, perché il progetto è semplicissimo. E proprio per questo è rivoluzionario... arrivare nelle biblioteche del mondo e donare libri di GAEditori.
Niente droni, niente algoritmi, niente miracolose formule per salvare l’umanità in sette passaggi. Soltanto libri. Libri che viaggiano, incontrano persone, entrano in biblioteche, occupano scaffali e magari finiscono nelle mani di qualcuno che non conoscerà mai Gaetano e Antonello, ma che attraverso quelle pagine potrà incontrare una storia, un pensiero, un’emozione.
È una piccola follia, certo.
Ma forse il problema è proprio questo... abbiamo bisogno di qualche follia buona in più.
Il World Library Tour crea connessioni culturali, alimenta uno spirito di comunità e rimette al centro una parola che rischiamo di usare sempre meno ovvero condivisione. E lo fa attraverso il gesto più antico e meno spettacolare del mondo,  donare.
GAEditori porta in giro per il pianeta un pezzo delle proprie storie, quelle dei suoi autori e delle sue autrici, trasformando i libri in ponti. E insieme alle parole fa viaggiare qualcosa che oggi viene nominato continuamente nei discorsi ufficiali e praticato assai meno nella vita reale, la pace innanzitutto, la fratellanza, la curiosità verso l’altro, il desiderio di conoscersi. 
Naturalmente non sappiamo se i due editori siciliani riusciranno davvero con qualche libro e parecchia ostinazione a cambiare il mondo.
Probabilmente no.
Ma intanto ci provano.
E forse è proprio questo il punto.
Perché mentre molti si chiedono quale sia il modo migliore per salvare l’umanità, loro hanno scelto una soluzione decisamente più semplice, partire.
Una biblioteca alla volta.
Un libro alla volta.
Un incontro alla volta.
Che poi, a pensarci bene, è esattamente così che cominciano le cose importanti.
Perciò, cari Gaetano e Antonello, continuate pure con questa vostra splendida, irragionevole idea. Noi, nel frattempo, continueremo a seguirvi.
Buon viaggio, dunque.
E soprattutto, buona Itaca.

Il nuovo report Istat fotografa un declino irreversibile. Anche nello scenario più favorevole la popolazione continuerà a diminuire e a invecchiare. Crollano le coppie con figli, boom di chi vive solo.

Un paese sempre meno popolato e sempre più vecchio. È questa, senza giri di parole, la fotografia dell'Italia scattata dall'Istat oggi, lunedì 31 agosto, nel nuovo report "Previsioni della popolazione residente, delle famiglie e delle forze lavoro".

I numeri sono netti e difficilmente controvertibili. Al 1° gennaio 2025 eravamo 58,9 milioni di residenti. Nel 2050 saremo 55 milioni. Nel 2080 saremo appena 45,8 milioni: oltre 13 milioni in meno rispetto a oggi. Un calo che, sottolinea l'Istituto, proseguirà "anche negli scenari più favorevoli".

Il Paese domani: più piccolo e più eterogeneo

Non è solo una questione di numeri. Come già indicato nelle precedenti previsioni, il futuro demografico restituisce l'immagine di un Paese più piccolo, più eterogeneo e con più differenze.

La certezza, per l'Istat, è una sola: l'invecchiamento. Nel 2080 l’Italia conterà oltre 13 milioni di residenti in meno con un costante invecchiamento che i flussi migratori non riusciranno a compensare. L'invecchiamento della popolazione si conferma "la prospettiva più certa".

Già entro il 2050 l'età media degli italiani supererà i 51 anni, rispetto ai 46,9 anni del 2025. Gli over 65 rappresenteranno il 34,5% del totale, fino a stabilizzarsi attorno al 36,8% nel 2080. Di contro, la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) subirà un netto calo, passando dal 63,4% attuale al 55,3% nel 2050 e al 53,2% nel 2080.

Il motore di questo spopolamento è un saldo naturale profondamente negativo. Le nascite, stabili a circa 355mila all’anno fino al 2030, scenderanno a 335mila nel 2050 per poi toccare quota 281mila nel 2080. Contestualmente, i decessi cresceranno dai 652mila del 2025 fino a un picco di 869mila nel 2058, con un divario massimo di -570mila unità nel 2059.

Non basterà l'immigrazione. Nonostante un saldo migratorio destinato a rimanere positivo, con una media stimata tra le 200mila e le 296mila unità annue, le entrate dall’estero non potranno colmare il deficit.

Addio alla famiglia tradizionale

A cambiare radicalmente sarà anche il tessuto sociale e familiare.

Entro il 2050 il numero delle coppie con figli crollerà dagli attuali 7,5 milioni (28,1% del totale) a 5,8 milioni (21,1%), venendo superato dalle coppie senza figli, che saliranno a 5,9 milioni (21,4%). Il sorpasso, secondo Istat, avverrà già nel 2047.

Esplode il fenomeno dell'isolamento abitativo: tra il 2025 e il 2050 le persone che vivono da sole aumenteranno del 16%, arrivando a 11,6 milioni. Un incremento che riguarderà principalmente la terza età, con gli over 75 soli che raggiungeranno i 4,7 milioni, di cui 3,4 milioni donne.

Il rapporto tra individui in età lavorativa e non (0-14 e 65 anni e più) passerà da circa tre a due a circa uno a uno nel 2050. Significa un lavoratore per ogni persona che non lavora.

Cosa significa? Meno giovani, meno lavoratori, più pensionati, più case vuote, più persone sole. È la sfida che l'Italia del 2080 dovrà affrontare già da oggi.

Quando la festa finisce, quello che resta non sono solo le luminarie spente. Restano dei segni. I giorni di San Vito di quest'anno ne hanno lasciati quattro, chiari, e vale la pena custodirli.

Il primo è la solidarietà che si mette in cammino.

Per una volta non siamo stati noi ad andare dal Santo. È stato Lui a uscire, a bussare alle porte di chi non poteva esserci. Portare le reliquie nelle case degli ammalati, negli sguardi di chi la festa poteva solo immaginarla, ha ribaltato il senso stesso della devozione. Ci ha ricordato che la festa è vera solo se non lascia indietro nessuno, e che c'è un'attesa, quella di chi soffre, che ha la stessa intensità e purezza di un'attesa d'amore. Quell'immagine non si dimentica.

Il secondo è il folclore ritrovato.

Abbiamo riscoperto che le nostre tradizioni non sono solo coreografia. Le ragazze e i ragazzi con le maglie verdi del Comitato ci hanno fatto capire che anche il ballo, quel passo che pensavamo solo folklore, nasce da un miracolo. La pizzica di San Vito non è stata un semplice spettacolo, è stata preghiera con il corpo, gioia antica che è tornata a parlare la lingua del Santo e ci ha stupiti proprio per questo.

Il terzo è la collaborazione.

Niente di quello che abbiamo visto sarebbe stato possibile se ognuno fosse rimasto nel suo recinto. Associazioni diverse, persone con competenze diverse, storie diverse, hanno scelto di mettere in comune tempo e sapere. Quando questo accade, una festa smette di essere un evento organizzato da qualcuno e diventa una cosa generata da tutti. E una cosa generata da tutti genera comunità. È la differenza più grande.

Il quarto è la partecipazione vera.

L'abbiamo vista nell'alloro. Una processione composta, piena, silenziosa e allo stesso tempo carica di voci interiori. Non c'era solo gente che sfilava, c'era gente che pregava, che chiedeva, che ringraziava. Ognuno con il suo motivo intimo, tutti dentro lo stesso passo.

Queste quattro tracce sono già il cantiere per il 2027.

Pensarci ora non è anticipo, è responsabilità. Se vogliamo che la festa cresca ancora, che abbia un valore aggiunto, dobbiamo cominciare a tenerla viva da oggi, nei pensieri, nelle riunioni, nelle piccole scelte. Soprattutto dobbiamo avere il coraggio di smentire quel vecchio ritornello rassegnato che a Regalbuto le cose belle sarebbero destinate a spegnersi presto. Non è vero. Le cose durano se le facciamo durare. Se continuiamo a crederci insieme.

San Vito ce lo ha insegnato, in questi giorni.

 
 
 
 
dammi un titolo
Oggi
 
 
 
 

Ecco qualche idea, tutte per la stessa riflessione:

Titolo principale che ti consiglio:

Quattro tracce per il 2027

Altre alternative:

  1. Oltre la festa
  2. San Vito non finisce qui
  3. L'eredità dei giorni di San Vito
  4. Quando la festa diventa comunità
  5. Dopo le luci, quello che resta
 
 
 
 
 
 

ll corso è il palcoscenico più democratico che abbiamo inventato. Duecento metri di asfalto, le stesse pietre avanti e indietro. Non c'è meta, quindi nessuno è in ritardo. Non c'è prestazione, quindi tutti possono partecipare. I vecchi sulle panchine e davanti ai Circoli non erano spettatori. Erano l'archivio. Quelli che avevano visto le stesse coppie da bambini diventare genitori, poi nonni. Tenevano il punteggio morale della comunità senza dire una parola, solo guardando. Il gelataio  con la fila più lunga della settimana era la prova economica che quel rito funzionava: la gente non comprava un gelato, comprava il permesso di stare lì cinque minuti in più. Poi c'era il tavolo con i "bomboloni di zucchero  " appena fatti , a calia e le arachidi per tutti. 

Il vestito della domenica non era vanità. Era cura. Il padre in giacca e cravatta sempre anche ad agosto, la madre con le scarpe che fanno male, il bambino a cui viene detto "non ti sporcare". Oggi ci sembra costrizione. Allora era un messaggio: per voi mi sono messo in ordine. Per il paese mi presento pulito. È l'opposto dell'ostentazione, è rispetto per lo spazio comune. I fidanzati che volevano stare soli e dovevano stare in mezzo a tutti imparavano la cosa più italiana di tutte: il desiderio si disciplina camminando accanto, non scappando. Due passi avanti, uno sguardo ai genitori, la mano che quasi si sfiora. E quel mercato matrimoniale  non era cinico. Era lento. Ci si vedeva una domenica, ci si rivedeva la domenica dopo. Ci si valutava non sul colpo di fulmine, ma sulla costanza. Se torni per quattro domeniche di fila, forse fai sul serio. Capivi dagli sguardi e ci si scambiavano le lettere tra una passeggiata e l'altra di nascosto dei genitori , dei parenti , a volte persino dalle amiche. 

Abbiamo sostituito tutto questo con il cellulare , che è la stessa pulsione ma senza corpo. Vedere ed essere visti dal divano non costa niente. Sul corso costava: dovevi uscire, esporti, accettare di essere guardato mentre guardavi. Per questo era elegante. L'eleganza non è mai solo estetica, è accettare le regole di un gioco inutile e giocarlo bene. Non serve a niente camminare avanti e indietro per un'ora. Ed è proprio perché non serve a niente che dice chi sei. Quel passo che non andava da nessuna parte perché il percorso era già tutto lì.

La modernità ci ha convinto che libertà è andare lontano, veloce, altrove. La passeggiata diceva il contrario. Libertà è poter restare. Poter dire: per un'ora la mia unica occupazione è stare qui, con i miei, sotto gli occhi degli altri, senza produrre, senza arrivare. Era una libertà non produttiva. E quindi scandalosa, oggi. Tu sei a Regalbuto, è domenica sera , all'uscita dalle Messe , siamo proprio in quella finestra tra le sette  e le otto . Il corso c'è ancora. Vuoto, magari con più macchine parcheggiate male, con i ragazzi che guardano il telefono invece della vetrina del bar. Ma la forma è ancora lì. Se esci adesso, non per fare una commissione, non per andare da qualche parte, ma solo per fare su e giù una volta, ti accorgi che il rito non è morto. Sta solo aspettando che qualcuno si rimetta il vestito della domenica, anche solo nell'atteggiamento.

AgoVit 

Nel 2001 Oriana Fallaci le chiamò così, con una parola sola che valeva più di un trattato: "cicale".

Non parlava di insetti. Prendeva il termine da Esopo e La Fontaine. Chi frinisce tutta l'estate senza lavorare, chiacchiera, moraleggia, vive di rendita intellettuale. Per Fallaci cicala era l'intellettuale da salotto, il politico opportunista, il giornalista compiacente, il pacifista a tutti i costi. Quello che parla molto, non rischia nulla e odia l'Occidente pur vivendoci benissimo. Da lì la sua definizione perfetta, rimasta nella storia: "cicale di lusso". Quanti ne conoscete ? Basterebbe osservare.  Forse nessun termine è più azzeccato oggi, a 25 anni di distanza. Le ritroviamo identiche. Nei talk, nelle redazioni, nei consigli comunali, nel condominio. Politici che hanno fatto dell'opportunismo la loro unica ideologia. Giornalisti da salotto che cambiano padrone e morale a seconda dell'ospite. E persone comuni, i vicini della porta accanto, che hanno trasformato l'opportunismo in politica personale. Come le riconosci? Fallaci ci aveva dato il metodo. Non da quello che dicono quando urlano contro gli altri. Ma da quello che fanno quando quel fatto diventa loro.

Sono ferocissime con il potere, finché il potere non è il loro. Sono intransigenti con l'errore altrui, elastiche con il proprio. Predicano sobrietà e vivono di eccesso. Invocano accoglienza per gli altri quartieri e alzano muri nel loro. Chiedono sacrifici e non ne hanno mai fatto uno. Urlano contro il privilegio mentre ne vivono dentro. Gridano contro l'Occidente mentre ne incassano ogni comfort. Fallaci le sentiva frinire già allora e si rifiutava di mischiarsi a loro. Diceva: "Mi impongo di non mischiarmi alle cicale".  Una frase quest'ultima da prendere come esempio per imporsi di non mischiarsi alle cicale. 

Oggi il frinire è assordante perché è amplificato dai social, ma la sostanza è la stessa.  Nella favola la cicala canta tutta l'estate mentre la formica lavora e accumula grano. Poi arriva l'inverno. L'inverno per Fallaci, e per oggi, non è una stagione. È il momento in cui la realtà ti presenta il conto. È quando succede una guerra vera, un attentato, una crisi economica, un quartiere che non è più sicuro, una bolletta che non riesci a pagare, una malattia. È il momento in cui non bastano più le parole. In quel momento si vede cosa hai messo da parte: Il grano sono i fatti concreti. Hai costruito qualcosa? Hai governato bene? Hai detto la verità anche quando era impopolare? Il lavoro fatto è la credibilità. Hai agito in modo coerente con quello che predicavi? La verità detta è il coraggio di non aver urlato contro gli altri solo per convenienza.

La cicala, in inverno, non ha niente di tutto questo. Ha solo consumato. Ha urlato contro gli altri quando era facile, ma quando tocca a lei gestire lo stesso problema che prima denunciava, crolla. Resta lì, senza soluzioni, senza risultati, senza coerenza. Le rimane solo una cosa: continuare a frinire. Cioè continuare a parlare, a giustificarsi, a dare la colpa a qualcun altro, a fare rumore per coprire il vuoto.

È per questo che Fallaci le disprezzava così tanto. Perché all'inverno ci arriviamo tutti.

 
 
 
 
 
 

In politica due parole bastano a fare un comizio. "A casa".

È una sintesi perfetta. Non dice "non sono d'accordo con te", non dice "la tua proposta è sbagliata", non dice "costruirò un'alternativa migliore". Dice: sparisci. Chiudi la porta e togliti di mezzo. Se occupi un posto di Governo, significa: dimettiti. Ed è proprio per questo che è così usata. Perché è facile, è definitiva, fa rumore. Quando "a casa" è giusto.  C'è un solo caso in cui quella frase non è solo uno slogan, ma è un dovere civile. Quando chi governa ha superato il confine non più politico, ma giuridico e morale. Se c'è un rilievo penale, se c'è una condanna, se c'è un conflitto di interessi evidente, un abuso di potere, una menzogna grave che mina la fiducia nelle istituzioni. Lì "a casa" non è un insulto, è la traduzione popolare di "dimettiti". È la richiesta di assumersi una responsabilità. E in quel caso è opportuno, è necessario.

 Quando "a casa" è una scorciatoia

Fuori da quel perimetro, invece, la frase cambia completamente natura. Diventa un'arma spuntata. La si lancia all'avversario perché non lo si riesce a battere sul terreno delle idee. Perché non si ha una proposta più convincente sulla sanità, sul lavoro, sulle tasse, sulla città. Allora si accorcia tutto: non discutiamo, mandiamolo a casa. Ma in democrazia nessuno va a casa perché lo chiede una minoranza rumorosa, un talk show, un hashtag o una piazza, per quanto grande. In democrazia si va a casa in tre modi soli: per scadenza naturale del mandato, per una mozione di sfiducia votata in Parlamento, per il giudizio degli elettori.

 La paura nascosta dentro lo slogan

E qui arriva il punto più interessante : spesso quel continuo gridare "a casa" nasconde esattamente il contrario di forza. Nasconde la paura delle elezioni. Perché le elezioni sono l'unico momento in cui davvero si manda a casa qualcuno. Sono costose in termini di impegno, di rischio, di confronto. Bisogna metterci la faccia, un programma, prendersi la responsabilità di governare dopo. È molto più comodo chiedere le dimissioni dell'altro dal balcone, che chiedere il voto ai cittadini e accettarne l'esito. La Costituzione all'articolo 1 lo dice con chiarezza: la sovranità appartiene al popolo. Non all'opposizione, non alla maggioranza di turno, non al commentatore più indignato. Al popolo, che la esercita votando. La maggioranza che esce dalle urne, a qualsiasi livello, dal Comune al Governo nazionale, ha il diritto e il dovere di governare fino a quando gli elettori non decideranno diversamente. Chiedere "a casa" ogni giorno per ogni cosa significa, in fondo, non rispettare quel patto. Significa dire: non riconosco la legittimità del tuo mandato, anche se te l'hanno dato gli elettori.

In politica si dovrebbe mandare a casa un'idea con un'idea migliore, non una persona con uno slogan.

C'è tanto odio in giro, non so se ho ragione. Non solo quello grande delle guerre, dei confini, dei palazzi. C'è quello piccolo, quotidiano, che ci portiamo a tavola. Nei commenti, nel traffico, in famiglia. Un rumore di fondo continuo.

E' azzardato dirlo ma  fa male perché è vera: ne abbiamo bisogno come il pane.

L'odio è un pane avvelenato, ma sazia subito. È più facile dell'amore. L'amore chiede pazienza, vulnerabilità, tempo. L'odio no. Ti dà subito un'identità: io sono quello che non è come te. Ti dà subito una ragione, un nemico, una storia semplice. E noi, stanchi di storie complicate, lo mangiamo ogni giorno.

Dov'è finito Gesù?

Forse non è finito da nessuna parte. È rimasto esattamente dove lo abbiamo messo noi. In croce. Ai margini. Nel posto scomodo dove non vogliamo guardare. Forse lui lo aveva capito. Che l'odio non si abbatte una volta per tutte, come si abbatte un muro. Che non sarebbe bastato un miracolo, una frase perfetta, un discorso. L'odio è una possibilità umana, sempre lì, come un seme. Allora il suo sacrificio non è stato un tentativo fallito di cancellare l'odio dal mondo. È stato l'esempio opposto: cosa succede quando l'odio ti arriva addosso con tutta la sua forza, e tu scegli di non restituirlo. Non lo ha combattuto con più odio. Lo ha attraversato. Si è lasciato ferire senza diventare ferita che ferisce altri. Questo è lo scandalo. 

Noi invece,  facciamo il contrario. Sentiamo l'odio del mondo e pensiamo di doverne produrre di più per difenderci. Rispondiamo al veleno bevendone altro. Lo alimentiamo per non sentirci soli dentro di esso. Ci convinciamo che se odiamo abbastanza forte, finalmente staremo al sicuro.

Ma non succede mai.

Gesù non è sparito. È solo diventato invisibile al nostro modo di guardare. Lo cerchiamo nei trionfi, nella forza, in chi vince. Lo cerchiamo nelle competizioni , nella quotidianità spicciola , nella sopraffazione .  Lui sta sempre dall'altra parte. In chi perdona quando sarebbe più facile urlare. In chi tace invece di umiliare. In chi resta umano quando tutto intorno invita a disumanizzare.

Forse la domanda non è "dov'è finito Gesù", ma "dove abbiamo finito noi per non vederlo più".

La bozza che vorrebbe vietare le arterie ad alto scorrimento agli ultraottantacinquenni fa discutere. Ma forse il problema non è l'età, è il modello di guida che abbiamo costruito in autostrada.

Da giorni i giornali battono la notizia: una bozza vorrebbe vietare agli over 85 la circolazione in autostrada e sulle superstrade, costringendoli a percorsi alternativi, più lenti. Che sia una proposta destinata a cadere o l'anticipazione di una norma futura, la notizia ha già diviso l'Italia tra chi parla di sicurezza e chi grida alla discriminazione.

Io, nel mio piccolo, quella scelta l'ho già fatta. E non per obbligo.

Da tempo ho scelto, o meglio ho riscoperto, le strade alternative all'autostrada. Non solo perché il traffico è più lento e, diciamolo, meno stressante. Ma perché il vero pericolo, oggi, in autostrada non è la lentezza. È l'alta velocità unita a una imprudenza che vedo crescere ogni giorno. Macchine che sfrecciano a 160 all'ora come se fosse normale, sorpassi al limite, e sempre più spesso quel bagliore bluastro in mano: il cellulare. Gente che guida guardando uno schermo.Sull'autostrada vai forte, ma sei solo. Sei un numero in una corsia, chiuso tra guardrail e rumore. Devi stare sempre all'erta non tanto per te, ma per gli altri.

Sulle statali, sulle provinciali, è un altro viaggio.

Certo, arrivi 4 minuti dopo. A volte 10. Ma vuoi mettere?

Sulla statale c'è il paese che attraversi, il bar dove ti fermi per un caffè senza l'ansia dell'Autogrill, il campo, il mare che si intravede tra due case, l'Etna che ti accompagna se sei da queste parti. C'è il tempo di guardare. C'è la possibilità di sbagliare strada e scoprire una scorciatoia che diventa la strada preferita. È la bellezza della lentezza. Non è nostalgia, è sicurezza attiva. A 70 o 80 all'ora hai il tempo di vedere, di capire, di frenare. Hai il tempo di guidare davvero, invece di dover solo reagire. Direte di guardare alla condizione delle nostre strade in Sicilia ? E' vero . Ma è anche vero che non tutte sono nelle condizioni pietose .  Mi chiedo se questa bozza, con tutta la sua durezza, non ci stia dicendo involontariamente una verità più grande: abbiamo trasformato le autostrade in piste dove contano solo i cavalli e i minuti guadagnati, dimenticando che guidare dovrebbe rimanere un gesto umano, prudente. 

Non si tratta di difendere gli over 85 o di accusare i giovani. Ho visto ventenni guidare come padri di famiglia e settantenni guidare come se fossero in pista. L'età anagrafica dice poco. Dice molto di più come stiamo al volante.

Se davvero vogliono togliermi la corsia di sorpasso, non mi offendo. Io l'ho già lasciata. E invito chiunque, anche chi ha 40 o 50 anni, a provare una volta a settimana a fare lo stesso: spegnere il navigatore che ti manda sempre sul percorso più veloce, e prendere la vecchia statale.

Arriverete qualche minuto dopo. Ma arriverete più sereni. E forse, riscoprirete il piacere di viaggiare, non solo di spostarvi.

 
 
 
 
 
 

Le notizie allora non correvano. Non c'erano dirette, notifiche, breaking news sul telefono. C'erano solo le edizioni straordinarie dei telegiornali, in bianco e nero, e il gracchiare delle agenzie. Eppure la mattina del 21 agosto arrivò lo stesso, secca, incredibile: i russi avevano invaso la Cecoslovacchia.

Dopo otto mesi finiva così, in una notte di carri armati, la Primavera di Praga.

Ricordo bene lo sgomento. Noi avevamo vent'anni. Erano gli anni in cui si discuteva fino a tardi, nei bar, nelle sezioni, nei cortili delle scuole. Volevamo una società più giusta e ci credevamo davvero. In casa giravano i dischi dei Beatles, quelli dei cantautori italiani, De André, Guccini, De Gregori appena arrivato. In ogni quartiere nasceva un complessino, con una batteria scassata e un amplificatore prestato. Di lì a poco sarebbero nate le prime radio libere. 

In Cecoslovacchia i ragazzi come noi lottavano per le stesse cose, solo che loro le stavano facendo. Un comunismo dal volto umano, lo chiamava Dubček. Libertà di stampa, di parola, la possibilità di pensare diverso senza finire in galera. Non era contro il socialismo, era per renderlo finalmente umano. La Russia spense tutto. Nella notte tra il 20 e il 21 agosto le truppe del Patto di Varsavia, esclusa la Romania, invasero il Paese, ponendo termine a un esperimento. E per una volta, noi che eravamo cresciuti a pane e idealismi , scendemmo in piazza contro Mosca. Perché avevamo capito che non era una questione di schieramenti. Era la libertà che veniva schiacciata sotto i cingoli. 

Poi venne gennaio.

Jan Palach

Era un ragazzo come noi. Jan Palach, studente ceco di filosofia, nato a Všetaty nel 1948. Allievo della facoltà di filosofia dell'università di Praga, si diede fuoco il 16 gennaio 1969 in piazza San Venceslao, nel cuore di Praga, per protestare contro l'occupazione. La piazza è diventata luogo di memoria proprio quel giorno, quando vi si diede fuoco in segno di protesta contro l'invasione sovietica del 21 agosto 1968, tesa a mettere fine a quel movimento riformista noto come Primavera di Praga. Non fu un gesto folle. Aveva lasciato delle lettere. Si firmava Torcia n. 1. Chiedeva uno sciopero generale, chiedeva che la gente non si abituasse. Voleva svegliarci dall'indifferenza che già stava tornando.

Morì tre giorni dopo, il 19 gennaio, per le ustioni. Al suo funerale sfilarono in silenzio centinaia di migliaia di cecoslovacchi. Fu l'ultima grande manifestazione libera di Praga prima del lungo inverno della normalizzazione.

A distanza di tanti anni, quando riascolto una canzone del '68, non penso solo alle nostre assemblee, alle nostre chitarre, alle nostre speranze un po' ingenue. Penso anche a lui. A quel ragazzo di vent'anni che in un mondo senza social, senza dirette, trovò l'unico modo che gli era rimasto per farsi sentire da tutto il mondo: farsi luce.

Noi non dobbiamo spegnerla. Perchè ancora quella luce ci parla di altre " primavere " spente nel sangue. 

Perché il pensiero dei popolari è scomodo.
 
Non perché sia vecchio. Ma perché è difficile.
 
È difficile oggi come lo era ieri, solo che oggi non abbiamo più il coraggio di dirlo. Diciamo che è superato, che è da museo, che è da prima Repubblica. In realtà ci spaventa perché ci chiede troppo.
 
Il pensiero di Sturzo è scomodo perché non parte dal potere, ma dalla persona.  Don Luigi diceva che la politica è organizzazione di libertà. Non conquista di poltrone. Diceva che lo Stato non deve fare tutto, deve aiutare a fare. Sussidiarietà. Una parola che oggi non sta in un tweet, non fa audience. Richiede di credere che la gente, le famiglie, le cooperative, i comuni, le parrocchie, i sindacati, sappiano già costruire. Il politico non è il salvatore, è il servitore. E servire, testardamente servire è la cosa più anti-moderna che ci sia.
 
De Gasperi è scomodo perché non ha mai urlato. Ha ricostruito. E ricostruire è noioso, è lento, è fatto di compromessi letti come tradimenti. Ha tenuto insieme un paese spaccato tra chi voleva la rivoluzione e chi voleva la restaurazione, e ha scelto la via più difficile: le case, la terra, il lavoro, l'Europa. Non un nemico da indicare, ma un popolo da rimettere in piedi.
 
Moro è scomodo perché è l'uomo della complessità. In un tempo che vuole tutto bianco o nero, lui insegnava che la democrazia è mediazione. Che l'avversario non è un mostro da cancellare, ma una parte di verità da ascoltare. Pagò questa idea con la vita. E oggi preferiamo dimenticarlo, perché la mediazione non porta like.
 
Fanfani è scomodo perché ci ricorda che i popolari erano riformisti concreti. Case per i lavoratori, riforma agraria, scuola. Non slogan, ma piani INA-Casa, mattoni, leggi. Un riformismo che non chiedeva permesso ai mercati e non faceva la carità, ma dava diritti.
 
E poi le donne. Quelle che la storia della DC ha spesso messo in nota a piè di pagina, e che invece ne sono state la coscienza. 
 
Tina Anselmi, partigiana, maestra elementare, prima donna ministro nella storia d'Italia, che dalla parte degli ultimi ha scritto la legge sulle pari opportunità e quella che scioglieva la P2. Maria Eletta Martini, che ha inventato il servizio civile. Angela Gotelli, Lina Merlin no, lei era socialista, ma le tante amministratrici locali, sindache di paese, segretarie di sezione che tenevano aperte le sedi quando pioveva dentro.
 
Perché non lo imitiamo più?
 
Perché essere popolari significa una cosa faticosissima: stare dalla parte del popolo reale, non del popolo immaginato dei social. Il popolo reale puzza di fatica, ha tempi lunghi, ha contraddizioni, non ti applaude sempre. Essere interclassisti oggi è quasi un insulto. Siamo abituati a parlare solo alla nostra bolla. I popolari parlavano a tutti, ai contadini e agli imprenditori, agli operai e ai professionisti. Non per opportunismo, ma perché credevano che il bene comune esistesse.
 
Perché leggere Sturzo è difficile. Chiede studio, silenzio, interiorità. Chiede una fede, anche laica, che la politica sia servizio e non carriere. Chiede di non servirsi, ma di servire.
 
Ecco perché è scomodo. Non perché ha fallito. Ma perché ci chiede di essere migliori di come siamo diventati. 
 
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