LA POLITICA NON METTA IN LIQUIDAZIONE LE IMPRESE di Monica Proiti

Gennaio 29, 2013 1742

Il titolo riprende lo slogan della giornata di mobilitazione che si è tenuta il 28 Gennaio scorso di R.ETE. Imprese Italia (Casartigiani, CNA, Confartigianato, Confcommercio e Confesercenti) che ha presentato un documento a tutte le forze politiche per dare un contributo di proposte per la prossima legislatura. L'obiettivo è quello di accendere i riflettori sulle difficoltà delle imprese.

"Chiediamo di essere ascoltati " ha ribadito il presidente di R.ETE. Italia, Carlo Sangalli, il quale sostiene di ripartire dalle imprese legate al territorio, cioè da quel tessuto produttivo che nonostante tutto non si rassegna e non vuole tirare i remi in barca.

Politica, istituzioni e forze sociali condividano la responsabilità di mettere in campo scelte e politiche conseguenti, il Governo che verrà dovrà far avanzare in sede europea scelte capaci di sospingere crescita ed occupazione.

Ogni giorno nel 2012, hanno chiuso 1000 aziende, l'anno peggiore dall'inizio della crisi. Sono questi i dati sulla mortalità delle attività, contenuti nel Registro delle imprese e diffusi oggi da Unioncamere.

In pratica in Italia muore un'azienda al minuto, strangolata dal fisco e dalla burocrazia.

Sono tre i punti sul quale ripartire: FISCO, CREDITO e BUROCRAZIA fattori determinanti che hanno contribuito alla chiusura di numerose aziende.

Se una politica miope e disattenta avesse pensato a fare meglio e più, forse molte imprese avrebbero potuto essere salvate. E' difficile mantenere un'impresa quando l'imposta vera è al 55% e ci sono tasse che le aziende debbono pagare anche quando sono in perdita, come l' IMU, ad esempio, che è una vera patrimoniale sui beni strumentali o l' IRAP (Imposta Rapina) che è la tassa sulla crescita, bisognerebbe scongiurare, ad esempio, l’ulteriore innalzamento dell’aliquota IVA previsto a partire dal 1° luglio prossimo e prevedere la destinazione del gettito, derivante dal recupero delle risorse evase, alla riduzione del carico fiscale.

Tasse onerose in tutti i sensi, che inevitabilmente incidono sui costi di produzione e quindi sul prezzo che il consumatore dovrà pagare al momento dell’acquisto. Pensate che sulle aziende gravano 120 adempimenti fiscali al mese, per i quali seguirli con relative scadenze sottrae mediamente ad un imprenditore 36 giorni lavorativi all'anno.

Le imprese hanno sempre più difficoltà di accesso al credito e sempre meno capacità di fronteggiare il loro fabbisogno finanziario, ad esempio modernizzare il sistema dei pagamenti, dando piena attuazione alla nuova legge sui tempi di pagamento, darebbe respiro a numerose aziende che chiudono per crediti avanzati nei confronti degli Enti Pubblici (che non si adeguano ai pagamenti brevi) e non per debiti contratti.

E' ovvio che serve un cambio di marcia nei tempi e soprattutto nei contenuti, affinché le politiche di semplificazioni normativa e di snellimento burocratico possano avere un impatto reale sugli imprenditori, i quali, hanno bisogno di riforme che semplifichino in profondità norme spesso inutili ed incomprensibili che, tra l'altro, espongono le imprese al  rischio di sanzioni derivanti da errori formali a cui la complessità delle regole non lascia via d'uscita.

Si dovrebbe allora consentire alle imprese di utilizzare tutte le forme contrattuali, andrebbe ripensata la lotta contro il lavoro nero e occorrerebbe intervenire sul cuneo fiscale e retributivo, per diminuire il costo del lavoro ed aumentare la competitività dei nostri sistemi produttivi.

A quanti in lista per rappresentarci in Parlamento, sappiate quali sono i pesi oramai insopportabili che stanno trascinando sul fondo molte delle nostre aziende e che ostacolano la voglia di fare impresa e di creare quotidianamente una prospettiva di ripresa.

                                                                                      Monica Proiti
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