Parlare di riforma della giustizia in Italia è un po' come discutere di calcio o di ricette della nonna: tutti hanno un'opinione forte e il dibattito non finisce mai. 

Il referendum sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo 2026 è un referendum costituzionale confermativo. A differenza dei referendum abrogativi (come quello del 2022), questo non richiede il quorum: il risultato sarà valido indipendentemente da quante persone andranno a votare. L'oggetto del voto è la riforma costituzionale che introduce la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (i giudici) e magistrati requirenti (i pubblici ministeri - PM), oltre a cambiare il funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM).

Ecco i principali motivi del e del No:

I Motivi del SÌ (A favore della riforma)

Sostenuti principalmente dai partiti della maggioranza di governo (Centrodestra) e da parte dell'avvocatura.

  1. Terzietà del giudice: I sostenitori affermano che un giudice non può essere "collega d'ufficio" di chi accusa (il PM). La separazione garantirebbe che il giudice sia davvero un terzo imparziale sopra le parti, come previsto dai principi del "giusto processo".

  2. Lotta alle "Correnti": La riforma introduce il sorteggio per la scelta dei membri del CSM. L'obiettivo è rompere il potere delle correnti interne alla magistratura (le fazioni politiche dei magistrati) che, secondo i promotori, hanno condizionato le carriere in base all'appartenenza politica anziché al merito.

  3. Specializzazione: Separare le carriere permetterebbe a giudici e PM di specializzarsi nei rispettivi ruoli fin dall'inizio, migliorando l'efficienza e la qualità della giustizia.

  4. Alta Corte Disciplinare: La creazione di un organo esterno per giudicare gli illeciti dei magistrati servirebbe a evitare il "corporativismo", ovvero il rischio che i magistrati siano troppo indulgenti nel giudicare i propri colleghi.

    I Motivi del NO (Contro la riforma)

    Sostenuti principalmente dalle opposizioni (PD, M5S, AVS), dall'Associazione Nazionale Magistrati (ANM) e da vari costituzionalisti.

    1. Rischio di controllo politico sui PM: Gli oppositori temono che, una volta separati dai giudici, i Pubblici Ministeri finiscano col tempo sotto il controllo del potere esecutivo (il Governo), perdendo la loro indipendenza.

    2. Perdita della "Cultura della Giurisdizione": Oggi il PM ha una cultura simile a quella del giudice: il suo fine non è condannare a tutti i costi, ma cercare la verità. Separandoli, si teme che il PM diventi un "super-poliziotto" interessato solo all'accusa, a scapito delle garanzie dell'imputato.

    3. Indebolimento del CSM: Dividere il CSM in due (uno per i giudici e uno per i PM) e introdurre il sorteggio svuoterebbe di significato l'organo di autogoverno, rendendo la magistratura più fragile di fronte agli altri poteri dello Stato.

    4. Frammentazione e Costi: La creazione di nuovi organismi (due CSM, l'Alta Corte) viene vista come una complicazione burocratica che aumenta i costi senza risolvere i veri problemi della giustizia, come la lentezza dei processi e il sovraffollamento carcerario.

      Cosa cambia in sintesi?

      Se vince il SÌ: La Costituzione viene modificata. Verranno creati due concorsi distinti, due carriere separate e due CSM. Sarà introdotto il sorteggio per i membri dei CSM e nascerà l'Alta Corte Disciplinare.

      Se vince il NO: La riforma viene bocciata. L'ordinamento della magistratura resta quello attuale, con la carriera unica (anche se con i limiti ai passaggi di funzione già introdotti dalle leggi ordinarie precedenti).

    Nota importante: Poiché si tratta di un referendum costituzionale, non conta quanti elettori votano: vince semplicemente l'opzione che ottiene più voti validi.

Desideriamo contribuire, con il nostro piccolo spazio, alla diffusione di un appello importante. Quello di Stefania Auci, per salvare la Biblioteca di Niscemi. 

A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, la terra si muove. Non è una novità per chi conosce la fragilità del territorio siciliano, ma questa volta il baratro non minaccia solo il cemento e l'asfalto. A rischiare di scomparire è il cuore pulsante della comunità: la sua biblioteca comunale.

Il fango e l’incuria stanno erodendo il costone su cui poggia l’edificio. All’interno, sono custoditi oltre quattromila volumi. Non parliamo solo di carta e inchiostro, ma di: Documenti rari e mappe storiche che tracciano i confini del passato. Testi antichi che hanno resistito a secoli di storia, ma potrebbero cedere alla gravità di pochi giorni di pioggia. Storie locali, quelle "radici" che permettono a una comunità di sapere chi è e da dove viene. Scrittori, intellettuali, giornalisti e librai si mobilitano per salvare la biblioteca . La voce si è alzata forte grazie alla scrittrice Stefania Auci, che ha denunciato con vigore il rischio imminente. La sua non è solo una protesta, ma un grido d'aiuto per evitare che "un pezzo di memoria finisca letteralmente in polvere". A rilanciare questo grido con forza è Regalbuto Press.. La perdita di questi libri rappresenterebbe un'amputazione culturale definitiva per Niscemi e per l’intera Sicilia. Salvare la biblioteca di Niscemi non è un esercizio di stile per intellettuali, ma un dovere civile. Una città senza i suoi libri è una città senza bussola. Mentre il costone frana, frana anche la nostra capacità di proteggere il bello e l'essenziale. Sosteniamo Niscemi, proteggiamo le sue radici. Perché quando un libro cade nel vuoto, facciamo tutti un passo indietro verso l'oblio.

AgoVit - Regalbuto - "Il potere logora chi non ce l'ha". Mai come oggi, la celebre massima andreottiana risuona non come un semplice aforisma, ma come una diagnosi clinica dell'attuale stato della nostra democrazia. Per descrivere il momento politico che stiamo vivendo, forse non esiste sintesi migliore. Eppure, rispetto ai tempi in cui quella frase fu pronunciata, qualcosa di fondamentale è cambiato: il logoramento non si limita più alle manovre di palazzo, ma è tracimato nelle piazze, trasformandosi in un crescendo di violenza materiale che è figlia diretta, legittima e preoccupante di una violenza verbale che parte dall'alto. È inutile nasconderci dietro un dito: ciò a cui assistiamo è il frutto avvelenato di una frustrazione politica. Dopo anni di governi tecnici o di larghe intese, il ritorno di un polo di centrodestra al governo – eletto democraticamente – ha scatenato una reazione che va oltre la dialettica politica. Il potere che manca, logora. E questo logoramento si sta traducendo in rabbia. Al centro di questo mirino c'è un'unica persona: il Presidente del Consiglio. Ma l'analisi deve essere onesta : la violenza non è solo politica, è ferocemente personale e, paradossalmente classista. Epiteti come "la borgatara", "la pescivendola", le minacce di vederla "a testa in giù", le foto bruciate nelle piazze, non sono critiche all'operato di governo. Sono attacchi a una colpa imperdonabile: quella di essere arrivata dal basso. Giorgia Meloni paga la colpa di venire dall'abbandono, dal lavoro umile, di aver salito gli scalini della politica uno ad uno senza cooptazioni.  Questo "fastidio antropologico" viene mascherato dietro l'etichetta di "fascista", usata non come categoria storica, ma come lasciapassare morale per ogni tipo di insulto.

Se guardiamo indietro, alle tribune elettorali di qualche decennio fa, il confronto era aspro, ma esisteva un perimetro sacro: il rispetto per l'avversario. Né da destra, né da sinistra, né dal centro si osava valicare certi confini. Oggi quel freno si è rotto. La violenza che abbiamo visto esplodere a Torino, e che serpeggia pericolosamente anche nei piccoli paesi, nasce esattamente dalle tribune politiche odierne. Quando il linguaggio dei leader e degli opinionisti , di ogni colore politico ,  perde ogni freno inibitore, quando l'avversario viene dipinto come il "male assoluto" da estirpare e non come un competitore da battere, si armano le mani. Si istigano le folle. E, come la storia insegna, nella folla eccitata dall'odio si nasconde sempre "il cretino": quello che prende il sasso, quello che accende la miccia, quello che spara, quelli che solamente in branco riducono un polizziotto all'impotenza e in pericolo per la sua vita.  

C'è un'altra frase storica che torna alla mente, quella di Massimo d'Azeglio: "L'Italia è fatta, adesso bisogna fare gli italiani". A distanza di 160 anni dall'Unità e a 80 dalla Liberazione, quell'obiettivo sembra ancora lontano. Non siamo mai usciti veramente dalla logica della guerra di liberazione. Quella fu una guerra giusta, necessaria e fondativa. Ma continuare a combatterla oggi, contro fantasmi immaginari, serve solo a giustificare un clima di scontro perenne.La democrazia e lo Stato di diritto non nascono nelle piazze che bruciano manichini, ma nel rispetto delle istituzioni. E il rispetto si misura, prima di tutto, con le parole. Chi oggi soffia sul fuoco dell'intolleranza perché "logorato" dalla mancanza di potere, si assume la gravissima responsabilità di riportare l'Italia indietro di decenni, in un clima di opposti estremismi che credevamo di aver sepolto per sempre. 

"In fondo, non posso fare a meno di rimpiangere i comunisti di una volta. Se la storia ci ha consegnato l'immagine di Almirante in fila a Botteghe Oscure, sono certo che, a parti inverse, Enrico Berlinguer avrebbe reso lo stesso omaggio alla salma del leader missino. Quegli uomini, pur divisi da abissi ideologici, condividevano il senso profondo delle Istituzioni e il rispetto per la statura dell'avversario. Oggi, purtroppo, quel riconoscimento reciproco è svanito. Per dirla con le parole del mio maestro di scuola politica, il prof. Tano D'Agostino:" i partiti sono diventati 'incolore', incapaci di quella grandezza umana che precedeva persino lo scontro politico." 

AgoVit - REGALBUTO - C’è un copione stanco e tragico che l’Italia recita ciclicamente, una sceneggiatura che non conosce confini geografici e che, nel gennaio del 2026, ha trovato in Niscemi il suo ennesimo palcoscenico drammatico. Dopo il passaggio del ciclone e la ferita aperta dalla grande frana, quel che resta sul terreno non è solo fango e detriti, ma la radiografia impietosa di un Paese fragile. Un territorio trascurato, violentato e dilapidato al punto da aver perso ogni difesa immunitaria contro la furia degli elementi.

Guardando le immagini che arrivano dalla Sicilia, la tentazione del "già visto" è forte, così come è forte l’abitudine, tutta italiana, di cercare il capro espiatorio facile. Quando la terra trema o scivola al Sud, si sprecano i richiami alla mala politica locale, all’abusivismo, all’ombra lunga delle mafie. Luoghi comuni rassicuranti per chi guarda da lontano, utili a circoscrivere il male in un recinto specifico per sentirsi assolti. Ma la verità che emerge da Niscemi è ben più scomoda: non c’è differenza tra Nord e Sud, tra Regioni virtuose e non, quando si parla di dissesto idrogeologico. L’Italia intera è un gigante dai piedi d’argilla, lasciato in balia delle onde senza alcuna difesa strutturale.

Il caso di Niscemi è, in questo senso, l'archetipo del fallimento nazionale. Non siamo di fronte all'imprevedibile capriccio del destino, ma alla cronaca di un disastro annunciato e protocollato. La ferita della montagna era nota dal lontano 1997, quando una frana analoga sconvolse tre quartieri, costringendo intere famiglie all'evacuazione ed evidenziando in modo inequivocabile l'instabilità del versante. Dal 12 ottobre 1997 al gennaio 2026 sono passati quasi trent'anni. Trent'anni di carte bollate, di progetti forse immaginati e mai realizzati, di parole spese al vento.

Nonostante la conoscenza scientifica del rischio, la mancanza di interventi strutturali di messa in sicurezza ha preparato il terreno – letteralmente – per la riattivazione del movimento franoso. E qui crolla l'alibi della politica di parte. Nessuno, oggi, può permettersi di puntare il dito contro il governo di turno o l'amministrazione locale del momento per lavarsi la coscienza. Le responsabilità sono storicamente trasversali: destra, sinistra, centro, liste civiche. Colori diversi che si sono alternati alla guida del Paese e degli enti locali, uniti però da un unico filo conduttore: l’incapacità di passare dalla cultura dell’emergenza a quella della prevenzione.

La fragilità del territorio abbraccia tutta la Penisola, dalle Alpi agli Appennini, fino alle isole. Abbiamo costruito dove non dovevamo, abbiamo cementificato i letti dei fiumi, abbiamo disboscato i versanti che reggevano le nostre colline. E poi, puntuali come una sentenza, arrivano le piogge, i cicloni, e noi ci stupiamo. Lo stupore è forse l'aspetto più ipocrita di questa tragedia: ci meravigliamo che sia accaduto ciò che sapevamo sarebbe accaduto.

Niscemi oggi è il simbolo di un'Italia che ha smesso di curare se stessa. Se non comprendiamo che la difesa del suolo è la prima grande opera pubblica di cui questo Paese ha bisogno, continueremo a contare i danni e, Dio non voglia, le vittime. Non serve un altro "stato di calamità", serve uno stato di coscienza. Perché la lezione ci è stata impartita decine di volte, dal Vajont a Sarno, da Messina a Ischia, fino a Niscemi. Il problema non è che non l'abbiamo capita; è che, con colpevole ostinazione, abbiamo scelto di non impararla.

"Garantire il pieno sostegno alla Regione Siciliana tramite l'attivazione del Fondo Europeo di Solidarietà» e «prevedere l'erogazione di fondi straordinari dedicati specificamente a questa emergenza, al fine di garantire un adeguato sostegno al territorio e ai cittadini siciliani coinvolti». Questi sono i due strumenti messi nero su bianco da Raffaele STANCANELLI, eurodeputato della Lega, alla Commissione Europea. «Questo non è il tempo dei dibattiti né delle teorie, ma dei fatti concreti: l'Unione Europea possiede risorse specifiche e strumenti efficaci per rispondere prontamente al disastro che è avvenuto in Sicilia», commenta STANCANELLI.
In un'interrogazione a risposta scritta con oggetto "Emergenza maltempo in Sicila", l'europarlamentare ha portato sul tavolo dei vertici comunitari il tema. «Negli ultimi giorni la Sicilia è stata colpita dal ciclone Harry, caratterizzato da piogge intense e persistenti, fortissime raffiche di vento e mareggiate, con onde continue che hanno raggiunto 8-10 metri. Nel corso di 48 ore, l'azione del ciclone ha determinato un impatto distruttivo diffuso sul territorio, compromettendo infrastrutture, stabilimenti e lidi balneari, abitazioni e numerosi edifici residenziali. Le intense mareggiate e precipitazioni persistenti hanno provocato cedimenti strutturali, fenomeni di erosione costiera e dissesti localizzati, con danni rilevanti al patrimonio pubblico e privato. La violenza dell'evento ha inoltre generato condizioni di elevato rischio per i cittadini, rendendo necessari interventi di protezione civile e misure straordinarie di sicurezza; in alcuni casi è stato necessario procedere ad evacuazioni preventive». Dopo la descrizione del quadro complessivo, l'esponente siciliano del gruppo dei Patrioti europei è entrato nel dettaglio: «Considerato che l'ammontare dei danni si quantifica in diversi miliardi, è necessario garantire un sostegno immediato ed efficace ai cittadini e alle attività economiche colpite, tramite un intervento coordinato a livello europeo che consenta di fronteggiare adeguatamente l'emergenza in atto».

 

Intervento della Regione Siciliana a sostegno delle biblioteche aperte al pubblico nell'Isola. Una circolare dell’assessorato dei Beni culturali e dell’identità siciliana illustra i criteri e le procedure per la richiesta e l’erogazione dei contributi. I fondi, 670 mila euro di risorse regionali, serviranno a finanziare le spese per la conservazione dei beni librari, la digitalizzazione dei servizi e l’acquisto di pubblicazioni ma anche di arredi e attrezzature utili alla lettura.

«In un tempo in cui l’apprendimento rischia di diventare sempre più superficiale ed effimero – dice l’assessore Francesco Paolo Scarpinato – la promozione della lettura e il sostegno alle biblioteche, pubbliche e private, rappresentano iniziative fondamentali per la diffusione dei valori della cultura».

I contributi possono essere richiesti entro il 15 marzo di quest’anno e fino a un massimo di 15 mila euro per domanda dalle biblioteche comunali o da quelle facenti capo a enti e associazioni culturali private, purché non aventi fini di lucro, e a istituti ecclesiastici.

 

Circolare n. 2 del 21.01.2026 - Contributi per la conservazione dei beni librari e per l’acquisto di pubblicazioni da assegnare alle biblioteche aperte al pubblico. Procedure per la richiesta e l’erogazione. Capitoli 377349 e 377915

NISCEMI – La terra trema e scivola sotto il peso di un dissesto idrogeologico che non dà tregua. La città di Niscemi sta attraversando uno dei momenti più bui della sua storia recente, colpita da frane profonde che hanno squarciato il territorio, imponendo l’evacuazione forzata di centinaia di nuclei familiari. In queste ore di angoscia, il messaggio che deve arrivare forte e chiaro è uno solo: Niscemi non deve essere abbandonata. Il pensiero corre immediatamente alle famiglie che, con il cuore colmo di incertezza, hanno dovuto abbandonare le proprie case, i propri ricordi e la propria sicurezza. È a loro che va la più sentita vicinanza e un affetto sincero. In questo scenario di crisi, il ruolo delle istituzioni locali è fondamentale: un plauso va al sindaco Massimiliano Conti e a tutti gli uomini e le donne della Protezione Civile, dei Vigili del Fuoco e delle Forze dell’Ordine che, in prima linea, stanno lavorando incessantemente per tutelare l’incolumità dei cittadini.Il pericolo più grande, oltre alla perdita delle abitazioni, è che l’intero territorio possa rimanere isolato. La tempestività non è un’opzione, ma un dovere morale. Come già avvenuto per i recenti eventi meteorologici avversi che hanno colpito l’isola, è necessario che la burocrazia corra veloce quanto l’emergenza. 

Esistono luoghi che non sono semplicemente coordinate su una mappa, ma stati d’animo. "Noi siamo Regalbuto" non è solo uno slogan da social media; è una dichiarazione di esistenza, un ruggito di dignità che nasce da una storia fatta di lavoro, ingegno e una testarda capacità di non arrendersi mai. C'è stato un tempo in cui Regalbuto dettava il ritmo dell’economia locale. Ricordiamo tutti l’epopea delle industrie della plastica: non era solo produzione, era economia circolare ante litteram. Eravamo un polo capace di esportare visione e prodotti ben oltre i confini regionali, sostenuti da un artigianato e un commercio che non temevano confronti. Poi, la discesa. Lo spopolamento, le serrande abbassate, il silenzio di alcuni capannoni. Ma se la struttura ha tremato, le fondamenta – fatte di persone – sono rimaste intatte.

Una Culla di Talenti (Non per Caso)

Se guardiamo ai figli di questa terra, il quadro è impressionante. Regalbuto ha generato una classe dirigente diffusa: medici, ingegneri, professionisti e politici che portano alto il nome della nostra città ovunque si trovino. Le nostre imprese edili sono oggi sinonimo di affidabilità in tutto il territorio; i nostri artigiani sono apprezzati ovunque, anche nella ristorazione sappiamo proporre e che dire dei nostri laureati che competono ai massimi livelli; i nostri atleti nello sport  e agricoltori sono custodi di una disciplina che non s’improvvisa.

Un esempio su tutti? Il recente coinvolgimento nel controllo qualità delle "Arance della Salute". Sapere che Regalbuto è stata chiamata a certificare la qualità di un prodotto simbolo della ricerca sul cancro in Italia non è un caso: è la conferma che quando si parla di serietà e "saper fare", il nostro nome è in cima alla lista.

La Sinergia come Unica Via: Il Carnevale e Oltre

L’orgoglio, però, non deve essere un piedistallo su cui sedersi, ma una molla. La sfida oggi è trasformare le singole eccellenze in un sistema. Nessun imprenditore, per quanto bravo, o professionista, per quanto stimato, può invertire la rotta da solo. Il Carnevale che sta per iniziare è la metafora perfetta di ciò che possiamo essere: È creatività che diventa spettacolo. È artigianato che si fa arte. È, soprattutto, comunità che si ritrova. Se riusciamo a mettere nel rilancio economico e sociale la stessa passione, lo stesso coordinamento e lo stesso orgoglio che mettiamo nell'organizzare i nostri eventi identitari, allora non avremo nulla da invidiare a nessuna realtà vicina o lontana.

 Ritrovare l'Appartenenza

Essere di Regalbuto significa appartenere a una stirpe che sa costruire, che sa studiare e che sa resistere. È il momento di smettere di chiederci cosa il futuro ci riserverà e iniziare a decidere cosa vogliamo costruire noi. Siamo stati culla di progresso, siamo custodi di qualità, saremo artefici del nostro ritorno. Orgogliosi di esserlo. Orgogliosi di restarlo.

La mia vuole essere un’analisi lucida,  che riflette lo spaesamento di chi oggi guarda fuori dalla finestra e non riconosce più il panorama geopolitico in cui è cresciuto. Il sentimento di "tradimento" che si prova non è solo un’opinione politica: è la constatazione della fine di un’epoca, quella della Pax Americana, in cui la protezione degli Stati Uniti era il presupposto implicito di ogni nostra scelta.      Per quasi un secolo, l’Europa ha vissuto sotto un ombrello sicuro. Gli Stati Uniti non erano solo un alleato militare, ma il garante di un ordine basato su regole condivise. Oggi, la logica dei dazi come ricatto e dell'isolazionismo ("America First") ci dice che quell'ombrello è stato chiuso, o peggio, che ora ha un prezzo di affitto che rischia di strangolare le nostre economie. Quando una superpotenza smette di agire come un leader globale e inizia a comportarsi come un esattore transazionale, il paradigma cambia necessariamente. Non è l'Europa che si allontana; è l'America che ha deciso di giocare una partita diversa. 

I "Quattro Amici" al Tavolo: Il Ritorno degli Imperi

La  sensazione di un tavolo da gioco dove pochi potenti si spartiscono il mondo è supportata dai fatti. Stiamo assistendo al passaggio da un mondo multipolare ordinato a un neocolonialismo delle risorse. I giganti al tavolo (USA, Cina, Russia, e l'emergente India) non cercano più il consenso, ma il controllo: La vera posta in gioco sono le terre rare per i chip, il litio per le batterie e il controllo delle rotte energetiche. La paura che scenari devastanti come quello di Gaza e Ucraina  diventino "opportunità di ricostruzione" o pedine di scambio è il lato oscuro di questa nuova politica cinica, dove il diritto umano soccombe davanti all'interesse dei dividendi. 

L’Italia e l’Europa possono farcela da sole?

Questa è la domanda da un milione di dollari. La risposta onesta è: L'Italia da sola no. L'Europa, forse.

  1. L'illusione della solitudine: In un mondo di giganti, un'Italia isolata sarebbe come un guscio di noce in un uragano. Senza il peso del mercato europeo, saremmo i primi a subire non solamente  i dazi senza avere alcuna leva per rispondere.

  2. Il cambio di paradigma: L'Europa deve smettere di essere un "club di burocrati" e diventare un blocco sovrano. Questo significa avere un esercito comune, una politica energetica unica e una voce sola nelle trattative.

  3. Il costo della libertà: Farcela da soli (come continente) richiede un sacrificio: smettere di litigare per i piccoli interessi nazionali per proteggere l'interesse comune. Se non lo facciamo, saremo il "piatto" servito al tavolo dei quattro amici, invece di essere uno dei giocatori.

     

    La diffidenza forse è l'unico anticorpo efficace. La storia ci insegna che quando le grandi potenze diventano "spregiudicate", i paesi medi hanno solo due strade: diventare vassalli (accettando i dazi e il silenzio) o unirsi per fare massa critica.

    Il cittadino comune oggi non chiede "destra o sinistra", ma chiede protezione e dignità. E la dignità, in questo nuovo secolo, si ottiene solo avendo la forza di dire "no" a un ricatto politico- economico. Non è un percorso facile, ma è l'unico che ci impedisce di diventare territorio di conquista.

La tesi di Carney suggerisce che l'integrazione europea non è un lusso ideologico, ma l'unico modo per evitare l'irrilevanza. Se non diventiamo "Stati Uniti d'Europa", resteremo una splendida collezione di musei a cielo aperto, tecnicamente avanzati ma politicamente inerti.

Non si tratta più del sogno romantico e pacificista dei padri fondatori, ma di una questione di pura sopravvivenza geopolitica nel XXI secolo. L'idea centrale è che, in un mondo dominato da giganti, l'unico modo per non essere schiacciati è diventare un gigante a propria volta. Mark Carney tocca un punto nevralgico: l'illusione della sovranità nazionale isolata. Quando un singolo Stato europeo (anche i "grandi" come Germania, Francia o Italia) siede al tavolo con gli USA o la Cina, il rapporto di forza è intrinsecamente sbilanciato. Senza un fronte comune, i paesi europei finiscono per farsi concorrenza tra loro per ottenere briciole di favore dai giganti (investimenti, accordi commerciali), svendendo standard normativi, diritti o asset strategici. L'Europa è stata per decenni una "potenza civile": forte nel diritto, nel commercio e nel welfare, ma debole nella proiezione di forza. Sviluppare questo pensiero significa invertire la rotta: Trasformare il mercato unico da semplice zona di scambio a arma negoziale. Chi vuole accedere a 450 milioni di consumatori benestanti deve accettare le nostre regole (il cosiddetto "Brussels Effect"). Autonomia Strategica: Significa ridurre la dipendenza tecnologica dagli USA e quella manifatturiera/energetica da Cina e Russia. Senza una difesa comune e una politica industriale integrata, l'Europa resta un "cliente" e non un "attore". In un mondo tripolare (o multipolare), l'Europa deve smettere di essere un campo di battaglia per le influenze altrui. Per arrivare a ciò è necessario essere  estremisti : Perché si parla di "estremisti"? Perché per realizzare questo piano serve un salto federale che molti considerano radicale:Non si può essere una potenza se una singola capitale può bloccare la politica estera di un continente. Non esiste potenza senza portafoglio e senza spada. Passare dall'essere una "unione di nazioni" all'essere una "nazione di nazioni".