Le giornate dell' 1 e 2 Agosto oltre all'enorme significato folcloristico legato alla figura di San Vito, ci dicono due cose: finalmente e il risultato del senso della collaborazione.

Perché "finalmente"? Bisogna riconoscere all'intero Comitato di San Vito l'aver rotto un paradigma che durava da parecchi anni e cioè che c'è spazio, durante le feste di San Vito, per il folklore. Specie quando questo è intimamente legato al nostro Patrono, alle nostre radici, ai suoi miracoli di cui abbiamo raccontato nel nostro precedente articolo. E in tutto ciò va detto con onestà: l'input, l'impulso decisivo, è arrivato proprio dai giovani del Comitato. Sono stati loro ad avere il coraggio di dire che la tradizione non è un soprammobile da spolverare una volta l'anno, ma linfa da rimettere in circolo. Sono stati loro, nel rispetto di chi ha tenuto accesa la devozione per anni con sacrificio, a ricordare che San Vito è anche festa di popolo, suono di fisarmoniche, battito di tamburi, passo di danza in piazza.

La due giorni che andremo a vivere, in fin dei conti, finirà per stupire, per rallegrare e per farci sentire vera comunità.

Il senso della collaborazione. Citare solamente la due giorni è riduttivo perché ieri sera, nella storica piazzetta di San Vito, "Voci in Piazza" hanno già raccontato di Lui, mentre il calendario che vivremo è articolato tra degustazioni, sfilate, balli al suono delle fisarmoniche e dei tamburi. Quando c'è collaborazione si parte con il piede giusto, senza steccati che dividono e nel rispetto di ogni peculiarità e capacità delle persone.  Chi crede nelle "coincidenze" non può che riflettere sul messaggio che arriva a tutti noi: c'è bisogno di rappacificazione. C'è bisogno cioè di guardarsi negli occhi e riconoscersi. Riconoscersi comunità. Riconoscersi popolo di San Vito. E questo messaggio, bello e dirompente, parte proprio da quei giovani che invece di andare altrove hanno scelto di restare, di sporcarsi le mani, di prendersi la responsabilità della festa. Loro ci stanno dicendo che non c'è futuro senza radici e non ci sono radici senza futuro.  San Vito era giovanissimo, quasi un ragazzo. E cosa c'è di più giovane e vivo di una danza? Il suo martirio non è stata una rinuncia alla gioia, ma la difesa della gioia più grande. Allora la festa diventa una cosa sola. La campana chiama e il tamburo risponde. La processione avanza con passo solenne e la tarantella le fa da eco con passo leggero. Ma è lo stesso cammino. È San Vito che  in mezzo a noi,  ci ricorda che la fede, se è vera, non spegne la festa. La accende.

L'1 e il 2 agosto non saranno solo folklore. Saranno la prova che quando i giovani vengono ascoltati, la comunità intera ringiovanisce.

 
 
 
 
 
 

Sarà l'Autodromo Nazionale di Monza ad ospitare la prossima tappa del Trofeo Predator's. Un palcoscenico d'eccezione per le monoposto del campionato che faranno da contorno alla tappa italiana dei Campionati Europei di F3 e Prototipi. E tra loro, con il numero 49 ben in vista sulla livrea, ci sarà anche il giovane regalbutese Giacomo Pellegrino. Per Giacomo è molto più di una gara. È il weekend più atteso dell'anno.

L'emozione del debutto a Monza

Centodue anni di storia, i nomi più iconici del motorsport incisi sull'asfalto, la folla della tribuna, il rombo che rimbomba nel Parco. Arrivare a Monza è un traguardo che vale una carriera. Lo sa bene Pellegrino, che non ha nascosto l'emozione alla vigilia:

" Già a sentire il nome tremano le gambe, all'inizio della mia carriera non avrei creduto di poter arrivare a correre in una pista così importante, prestigiosa, affascinante e leggendaria. Mi attende un weekend molto complicato, non conosco per niente la pista, non è stato possibile fare nemmeno un piccolo test. Cercherò di fare il massimo per raggiungere il miglior risultato possibile e non deludere i miei tifosi ed i miei sponsor che approfitto per ringraziare. Senza il loro aiuto, tutto questo non sarebbe possibile. La storia scritta nel Tempio della velocità dai campioni del motorsport è veramente ricca di nomi iconici. Il tracciato ha superato i 100 anni di storia. Chissà quali emozioni proverò a percorrere la leggendaria curva Parabolica o le curve di Lesmo o, ancora, la variante Ascari."

Parole che raccontano tutto: rispetto, umiltà e fame di mettersi in mostra.

Una sfida ad alta difficoltà

Il Predator's è un campionato monomarca serratissimo, dove il manico fa la differenza. E farlo a Monza, a 260 km/h sul rettilineo principale per poi staccare alla Prima Variante, senza aver mai girato prima sul tracciato da 5.793 metri, è una sfida dentro la sfida. Niente test, niente riferimenti. Solo studio al simulatore, telemetrie e tanto lavoro con il team per arrivare preparati a un weekend che si preannuncia complicatissimo e ricco di adrenalina. Dalla doppia di Lesmo alla staccata della Roggia, dalla Variante Ascari al catino della Parabolica, oggi intitolata a Michele Alboreto, ogni curva di Monza è un esame.

Con la tappa italiana dell'Europeo F3 e Prototipi a fare da cornice, l'affluenza sarà da grande occasione. Per Pellegrino sarà l'opportunità di misurarsi con i migliori e di portare in alto i colori di Regalbuto in uno degli autodromi più famosi al mondo.

La tensione sale, i motori stanno per accendersi.

Con l'adesione di Sud chiama Nord al movimento Per Regalbuto, attraverso la coordinatrice provinciale Maria Carmela Romano, non è solo una tessera in più. È la conferma che si sta andando verso due poli. Due insiemi ben definiti e distinti, non due accozzaglie dell'ultimo minuto. E questa è una fortuna per Regalbuto. E dico il  perché.

  1. L'utilità più grande: un giudizio chiaro

L'attuale Sindaco Angelo Longo, eletto il 13-6-2022 con lista civica, nel 2027 avrà  governato per cinque anni. È giusto che il suo operato venga sottoposto al giudizio degli elettori senza alibi.  Se ci fossero 3, 4, 5 liste, quel giudizio si annacquerebbe. Sarebbe un voto su simpatie personali, parentele, risentimenti. Con due liste civiche contrapposte il meccanismo diventa referendario nel senso più nobile del termine:

Lista 1 = continuità: abbiamo amministrato, questo è il bilancio, chiediamo di continuare.
Lista 2 = alternativa: non abbiamo condiviso metodo e risultati, proponiamo altro.

L'elettore non deve decifrare. Deve scegliere.

  1. Fine del trasformismo e dei contenitori civetta

Nei comuni sotto i 15.000 abitanti come Regalbuto - 6.553 residenti oggi - la proliferazione di liste è quasi sempre il sintomo di una malattia: personalismi che non trovano posto.

Il progetto "Per REGALBUTO" parla di un'idea di buona Politica dove partiti, movimenti e singoli scelgono di svestire i panni dell'appartenenza per lavorare insieme ad un unico obiettivo. E la stessa Romano parla di superare i contrasti del passato perché il bene della comunità deve prevalere su ogni divisione.  Questa è l'utilità della formula a due poli: costringe tutti a fare una scelta di campo vera. Non puoi stare un po' di qua e un po' di là. Devi dire dove stai su trasparenza, ascolto, sviluppo. O stai con l'amministrazione uscente e ne rivendichi il percorso, o stai nell'alternativa e ne costruisci uno diverso. Non c'è spazio per la terza lista fatta per trattare posti in giunta il giorno dopo.

  1. Governabilità

Chi vince a Regalbuto con il sistema delle due liste vince con una maggioranza solida, chiara, che non dovrà vivere di stampelle. Abbiamo visto cosa succede quando la maggioranza si sfilaccia in corsa - consiglieri che escono, gruppi autonomi che nascono. Una competizione bipolare iniziale costringe a fare l'accordo PRIMA, sul programma, non DOPO, sulle poltrone. E una giunta che nasce da un patto programmatico tra forze che decidono di stare insieme , o da una coalizione che conferma Longo, è molto più stabile di un'accozzaglia di 4 liste messe insieme per arrivare a vincere.

  1. Una campagna elettorale sui contenuti, non sulle persone

Paradossalmente, due sole liste abbassano i toni personali e alzano il livello politico. Con tre o quattro liste, per emergere devi urlare più forte dell'altro, devi distinguerti con l'attacco personale. Con due, sei costretto al confronto diretto: due candidati sindaco, due programmi, due visioni di paese. I regalbutesi non aspettano di sapere chi ce l'ha con chi. Aspettano risposte su servizi, lago di Pozzillo, centro storico, spopolamento, viabilità , occupazione etcc . Due liste hanno il tempo e l'obbligo di parlare di questo.

  1. Partecipazione e riduzione dell'astensionismo

Un'elezione frammentata in tanti rivoli disorienta e spinge a non votare. "Tanto sono tutti contro tutti".Due offerte chiare, invece, mobilitano. Ognuno sa dove portare il suo voto utile. E in un paese dove ci si conosce tutti, sapere che ci sono solo due squadre in campo favorisce anche il confronto nelle famiglie, nei bar, nelle associazioni. Si discute di visione, non di calcoli.

E la terza lista?

La mia ipotesi : difficile, ma non improbabile.

Una terza lista a Regalbuto nel 2027 avrebbe senso solo se portasse una rottura ideologica o generazionale vera, non rappresentata dagli altri due poli. Altrimenti, rischierebbe di fare solo da ago della bilancia, di togliere voti all'una o all'altra per questioni di posizionamento personale, condannando il paese a un ballottaggio finto o a una vittoria di misura che poi diventa ingovernabilità.

La democrazia non si misura dal numero di liste, ma dalla qualità dell'alternativa.

Due liste civiche forti, ben distinte, radicate, con dentro partiti, movimenti e società civile, sono oggi l'esercizio più maturo che Regalbuto possa regalarsi. Una sfida leale, senza alibi. Vince chi convince di più. Perde chi convince di meno. E alla fine, comunque, vince la comunità.

AgoVit

 

Ripropongo la foto che ritrae padre Angelo , con in mano le relique di San Vito , accompagnato da due volontari del Comitato dei Festeggiamenti e da Concetta , perchè tra i commenti al precedente post , mi ha commosso quello di  Antonella che riportava la gioia della mamma nel ricevere a casa San Vito. Perchè in quella  frase c'è tutto. Antonella l'ha scritta con semplicità: "Mia mamma era felice e li ha aspettati come si aspetta l'innamorato".  In quella attesa c'è tutta la condizione dei nostri anziani. Non è solo l'attesa di una visita. È l'attesa di qualcuno che bussa alla porta e ti dice: tu ci sei ancora, tu fai parte di noi, non ti abbiamo dimenticato. Gli anziani viviamo di questo. Viviamo  preparando la sedia, tenendo pronta la caffettiera , guardando l'orologio, tenendo la porta socchiusa. Viviamo di un'attesa che è amore. E poi quell'attesa si è compiuta. Padre Angelo, i volontari del Comitato, le reliquie di San Vito entrate in una casa. Non in chiesa, dove siamo abituati a cercarlo, ma in casa. In cucina, in camera da letto, dove la vita reale si fa fatica e preghiera. È un gesto che ribalta la festa. Di solito siamo noi ad andare da San Vito. Questa volta è San Vito che è andato a cercarli. Uno per uno. Come fa un pastore. Come fa una famiglia. Perché San Vito era un ragazzo. Un giovane che ha scelto di donarsi. E cosa chiede un giovane martire alla sua comunità? Non chiede solo le luminarie, la banda, la processione bella. Chiede di non lasciare indietro nessuno. Chiede che la festa sia prima di tutto una visita. Quella felicità di cui parla Antonella, quella di sua madre che aspetta come un'innamorata, è la prova che l'iniziativa ha centrato il cuore. Ha trasformato l'attesa in incontro. La solitudine in comunione.

In fin dei conti è questa la nostra comunità quando è più vera. Una comunità che entra nelle case.

Grazie a chi ha avuto questa idea e a chi l'ha portata avanti con discrezione e amore.

È possibile affermare le idee liberali e soprattutto popolari al di fuori dei due poli che oggi comprimono la vita pubblica italiana? Sì, è possibile. Ed è anche necessario.

Non si tratta di inseguire la nostalgia, né di tentare l'operazione archeologica di una nuova Democrazia Cristiana. La storia non si ripete in fotocopia e chi ci prova finisce per produrre caricature. Si tratta invece di far riemergere dal passato ciò che il passato ha di più attuale. Vale a dire i valori del popolarismo sturziano, di Luigi Sturzo e di quanti ne furono convinti assertori. Quel popolarismo nato nel 1919 con l'Appello ai liberi e forti non era un centrino moderato per addolcire gli estremi. Era un progetto radicale. Il suo obiettivo era superare insieme lo statalismo soffocante e il centralismo liberale, che vedeva lo Stato come apparato distante, attraverso tre leve chiare. Il decentramento reale, le autonomie locali come scuola di responsabilità, e la valorizzazione dei corpi intermedi, sindacati, cooperative, associazionismo, imprese sociali, comunità. Un'idea che si distingueva con nettezza sia dal socialismo, perché non consegnava tutto allo Stato, sia dal conservatorismo, perché non consegnava tutto alla conservazione dell'esistente. Al centro metteva la persona, la sua partecipazione attiva, la sua ispirazione cristiana intesa non come confessionalismo ma come criterio di giudizio sulla politica.

Che fine hanno fatto quei valori nel bipolarismo italiano?

A sinistra, il Partito Democratico ha progressivamente smarrito quella componente popolare e comunitaria che era confluita nella sua storia dalle culture cattolico democratiche. Ha privilegiato altre lessici, altre priorità, altre alleanze culturali, perdendo il contatto con quel mondo del lavoro autonomo, del volontariato, del civismo locale che era l'humus del popolarismo. A destra, Forza Italia pur essendo organicamente nel Partito Popolare Europeo è rimasta a lungo un partito legato alla sua genesi personale e aziendalistica, incapace di strutturarsi come vero partito popolare di massa, radicato nei territori, nelle amministrazioni, nei corpi intermedi. E tutti i tentativi di rimettere insieme le particelle dell'ex mondo democristiano sono andati in frantumi. Sigle, federazioni, liste di ispirazione cristiana nate e dissolte nel giro di una legislatura. Il fallimento non è stato solo di leadership. È stato di metodo. Si è cercato di unire ceti politici, non idee. Si è badato a sommare simboli, non a costruire un progetto per il Paese.

Eppure proprio oggi, tra una destra che governa a trazione identitaria e una sinistra che fatica a definire un profilo di governo credibile, si avverte con forza crescente un vuoto. Manca una terza forza che non sia semplicemente un centro di posizionamento, ma una proposta di governo. Una forza liberale nei principi, popolare nel metodo, moderata nei toni, cristiana nell'ispirazione ideale. Una forza che creda nel mercato ma non nell'oligarchia, nello Stato ma non nella statolatria, nei diritti ma anche nei doveri e nelle comunità che li rendono esigibili.

In questo senso il dialogo avviato in queste settimane tra Carlo Calenda e Pina Picierno è un segnale interessante, proprio perché prova a rompere lo schema. Tentare di costruire un'area che metta insieme cultura liberale, popolarismo europeo, riformismo responsabile e atlantismo. È ancora presto, forse prematuramente presto, per immaginare che da qui nasca già alle prossime elezioni politiche una terza forza strutturata e competitiva su scala nazionale. Ma la direzione è quella giusta. Perché l'Italia non ha bisogno dell'ennesimo partitino di testimonianza. Ha bisogno di una forza che si proponga esplicitamente per governare, che parli il linguaggio delle autonomie, delle competenze, delle imprese e delle famiglie, dei sindaci e delle realtà intermedie che tengono in piedi il Paese reale quando la politica urlata si spegne.

Il popolarismo di Sturzo era siciliano prima di essere nazionale, e per questo era universale. Sapeva che la politica nasce dal basso, dai comuni, dalle terre, dal lavoro. Ricominciare da lì non è un ritorno al passato. È l'unico modo per avere un futuro.

 
 
 
 
 
 

L'ironia più crudele di questa follia è proprio questa, ed è sempre la stessa.

Mandano i ragazzi contro i ragazzi. Da una parte i figli del popolo in divisa, con lo stipendio a fine mese, l'affitto, la madre o la moglie e i figli che aspettano  a casa, con vent'anni e un casco in mano per tenere una piazza che non hanno scelto loro di dover tenere. Dall'altra i figli di una borghesia annoiata e colpevolizzata, che credono di fare la rivoluzione spaccando il casco a un loro coetaneo. È la trappola perfetta, perché funziona sempre. Per ingenuità, per candore, per quella scarsa maturità cognitiva che scambia il rumore per coraggio, i giovani si convincono di colpire il potere prendendosela con l'ultimo anello della catena. Mai con chi la catena la forgia.

Perché i veri mandanti non sono mai in piazza. Non prendono manganellate, non prendono denunce. Sono al caldo, sul palco, con il microfono in mano, o siedono in Parlamento o dirigono Giornali e partecipano ai dibattiti .  Ieri sera  a Bologna erano lì, come sempre.

Sono quelli che accolgono  non per umanità, ma per ideologia e per calcolo. Quelli che chiamano resistenza il terrore e poi lo finanziano e con la nostra retorica. Sono quelli che sugli immigrati vogliono costruire o mantenere i personali privilegi politici. Quelli che speculano, che costruiscono carriere sulle emergenze, che divorano denaro pubblico in cooperative, fondazioni, nei partiti  e che mentre parlano di futuro lo stanno uccidendo, mattone dopo mattone. Sono quelli che preligono lo scontro perchè la posta in palio è alta nel 2027. Nessuno sconto a sinistra come a destra ! Nessuno. Chi ha cariche istituzionali di qualsiasi colore politico , ha il dovere di misurare le parole. 

E il copione vuole che il giovane picchi il giovane, che l'Italia si ferisca da sola, mentre loro applaudono e incassano. Aveva ragione Pasolini, come sempre. A Valle Giulia, nel '68, lo aveva già capito tutto. Quando scrisse che in quel momento di botte tra studenti e poliziotti, lui stava con i poliziotti. Non perché amasse la polizia, ma perché i poliziotti erano figli dei poveri, venivano dal Sud, dalle periferie vere, mentre i contestatori erano figli di papà con la rivoluzione come hobby estivo.  Oggi è identico. È cambiato solo il palcoscenico. Bologna non è più Valle Giulia, ma la dinamica è la stessa. Giovani contro giovani, Italia contro Italia. E i mostri, intoccabili, sul palco a benedire lo scontro che hanno provocato e a speculare sul sangue che non è mai il loro.

Questo gioco va avanti da decenni. E finché guarderemo ai giovani con il manganello e ai giovani con le spranghe , alle macchine bruciate, alle città messe a fuoco ,  invece di guardare a chi ha ordinato anche con una semplice , innocua frase detta al momento giusto ,  la carica, continuerà ad andare avanti. Ho scritto mesi fa che si sta alzando il livello politico in vista delle prossime elezioni del 2027. La posta in gioco è alta , anzi , altissima. Nello schieramento politico italiano non c'è più la DC dei compromessi , ci sono nuovi partiti e nuovi personaggi politici che fanno del quotidiano lo scontro e la provocazione. Alle violenze quasi sempre vengono generate altre violenze e non mi stupirei se prima del 2027 ci scappano i morti da ambo le parti e allora tutti a piangere . Anche i guru della politica e i guru religiosi . Si anche loro ! 

AgoVit

 
 
 
 

 
 
 

Ecco alcuni titoli, tutti nella stessa linea dell'articolo:

Titolo principale che ti consiglio:

Pasolini aveva ragione: a Bologna, giovani contro giovani

Altre varianti più secche:

  1. L'eterna trappola
  2. Valle Giulia è a Bologna
  3. Sul palco i mandanti, in piazza i ragazzi
  4. Italia contro Italia
  5. Il gioco che va avanti da decenni
 
 
 
 

L’Istituto S. Citelli di Regalbuto (EN) ha ricevuto da Trinity College London il Trinity Digital Transformation Badge per l’anno accademico 2025-2026, un importante riconoscimento che valorizza l’impegno della scuola nell’adozione di modalità d’esame innovative, sostenibili e in linea con le trasformazioni della società contemporanea. Essere Sede d’Esame Trinity rappresenta un valore aggiunto concreto per la nostra offerta formativa. Gli studenti hanno infatti la possibilità di sostenere gli esami di certificazione linguistica direttamente all’interno dell’Istituto, in un ambiente conosciuto e attraverso modalità digitali moderne e flessibili.L’esperienza degli esami Trinity in formato digitale favorisce lo sviluppo di competenze linguistiche, comunicative e tecnologiche sempre più richieste nei percorsi universitari, nella formazione superiore e nel mondo del lavoro.

Il riconoscimento ottenuto conferma quindi la volontà dell’Istituto di accompagnare gli studenti nella costruzione consapevole del proprio futuro, offrendo opportunità formative riconosciute a livello internazionale e strumenti utili per valorizzare il curriculum personale.In una prospettiva di orientamento, scegliere il nostro Istituto significa entrare in una scuola attenta all’innovazione, alle competenze e alle reali esigenze formative degli studenti.

Una scuola che non prepara soltanto agli esami, ma alle scelte e alle opportunità del futuro.

Non è solo una vasca. È una palestra di vita.

Rosario ci mette tutto. Tempo, energie, sacrifici, notti insonni a pensare a come far quadrare tutto. Ma chi lo conosce lo sa, non è la piscina in sé ciò che conta davvero. Contano loro. Le decine di ragazze e ragazzi che ogni pomeriggio varcano la porta della sua scuola di nuoto a Centuripe con lo zaino in spalla, la cuffia in mano e gli occhi pieni di voglia di fare. Quest'anno è un traguardo speciale. Quindici anni di attività. Quindici anni di brevetti,  allenamenti, di gare, di trasferte macinate tra un paese e l'altro, di partenze all'alba e di ritorni tardissimi. Quindici anni in cui l'entusiasmo e la determinazione non lo hanno mai abbandonato. Perché Rosario appartiene a quella generazione di Presidenti di ASD che non si è mai risparmiata. Quella che è abituata a lottare, a trovare una soluzione quando sembra non esserci, a tenere aperto quando sarebbe più facile chiudere. Presidenti che non sono solo tecnici o dirigenti, ma punti di riferimento. La Piscina degli Erei ( è una mia libertà ) ma meglio la piscina Comunale di Centuripe  è molto più di un impianto sportivo. Per il cuore della Sicilia è un'opportunità preziosa. Non solo per i residenti di Centuripe, ma per tutti i ragazzi che arrivano dai borghi vicini, da Regalbuto, da Catenanuova, da tutta l'area degli Erei. Un luogo che offre la possibilità di praticare forse lo sport più completo che ci sia, uno sport che insegna fatica, rispetto, disciplina e libertà. E ogni anno Rosario e il suo staff fanno un piccolo miracolo. Riescono a coniugare tutto. La scuola nuoto, l'agonismo, l'accoglienza dei più piccoli, l'attenzione alle famiglie, la burocrazia infinita di chi manda avanti una ASD in Sicilia.

Quando capita di accompagnare mia nipote all'allenamento, vado sempre volentieri. Perché lì trovi qualcosa che ormai è raro. Trovi ospitalità, gentilezza, amicizia. Trovi due chiacchiere sincere a bordo vasca, dove ci si racconta, tra un tuffo e l'altro, le nostre pene e le nostre gioie nel portare avanti i nostri rispettivi sport. Quelli veri, fatti di volontariato e di cuore. Quindici anni così non sono solo un anniversario. Sono una storia che merita di essere raccontata e festeggiata. Allora auguri, di cuore, a Rosario. Auguri al suo staff, ai suoi ragazzi e a tutte le famiglie che gli hanno dato fiducia in questi anni.

Che siano solo le prime 15 vasche di una lunga, lunghissima gara.

AgoVit 

Aria irrespirabile su tutta l'isola. Non solo le grandi città costiere, ma anche l'entroterra è in emergenza. È l'effetto dell'anticiclone africano. A Sparacollo ieri la temperatura ha sfiorato i 46 °C 

È una Sicilia che non respira. Il Ministero della Salute ha acceso il livello massimo di allerta su tutta l'isola, con bollini rossi che si estendono da Palermo a Catania, da Messina fino alle zone interne. Quella che stiamo vivendo non è una semplice ondata di caldo, ma un'emergenza sanitaria a tutti gli effetti. Il bollettino nazionale sulle ondate di calore monitora 27 città italiane, tra cui Ancona, Bari, Bologna, Bolzano, Cagliari, Catania, Messina, Palermo e molte altre. Nel weekend appena trascorso erano 18 le città da bollino rosso, destinate a salire a 21, tra cui Catania e Palermo.

Cosa significa? Il bollino rosso, livello 3, indica condizioni di emergenza con possibili effetti negativi, non solo sulla salute di persone a rischio come anziani, bambini e persone affette da patologie croniche, ma sulla salute di persone sane e attive.

Oltre i 40 gradi, ovunque

L'anticiclone africano ha messo le tende sul Mediterraneo e non vuole andarsene. Le previsioni parlano chiaro: rischio di 40 gradi o localmente superiori tra Sardegna e Sicilia, con picchi attesi di 42-43°C proprio sulle due isole maggiori, fino a 38-39°C anche sul sud peninsulare. A Palermo si boccheggia a 41 gradi all'ombra, con un'afa che non dà tregua nemmeno di notte. A Catania la pietra lavica dell'Etna restituisce il calore accumulato e la temperatura percepita sfiora i 45 gradi. A Messina lo Stretto è immobile, senza un filo di vento. Ma a sorprendere è l'entroterra.

Enna e il centro Sicilia: la vera fornace

Se sulle coste c'è almeno la brezza, al centro si soffoca. Enna, Caltanissetta, le zone interne di Agrigento e Palermo: qui non c'è mare a mitigare. Come confermano i meteorologi, le aree lontane dalle coste saranno quelle maggiormente esposte ai picchi termici, con un caldo persistente. Enna, a 900 metri di quota, ha toccato i 40 gradi, un valore eccezionale per la città più alta di Sicilia. Nelle vallate dell'interno, tra Piana di Catania e piana di Gela, i termometri delle stazioni agrometeo hanno superato i 43 gradi. Strade deserte nelle ore centrali, campi ingialliti, allerta massima per gli incendi. La Protezione Civile ha già diramato la preallerta in quasi tutte le province siciliane.

Cosa fare nelle prossime 48 ore

Il culmine è atteso tra oggi e domani. Ecco le indicazioni del Ministero: 

Uscire solo se necessario tra le 11 e le 18

Bere almeno 2 litri d'acqua al giorno, evitare alcolici

Rinfrescare la casa nelle ore più fresche e tenere le tapparelle abbassate

Prestare attenzione a anziani soli, bambini e persone fragili

In caso di malori, chiamare subito il 118

La Sicilia è abituata al caldo, ma questo non è il caldo estivo a cui siamo abituati. È un caldo che ferma tutto. E per ora, non è prevista alcuna via d'uscita prima di metà settimana.

 

L'Italia non ha smesso di credere nella democrazia, ma ha iniziato a dubitare della sua efficacia. E quando il dubbio diventa esasperazione, anche l'impensabile torna pensabile. Secondo un sondaggio SWG commissionato da Azione e rilanciato nelle ultime settimane da Carlo Calenda, il 36% degli italiani si direbbe favorevole a una "dittatura a tempo" per risolvere i problemi del Paese. Non un regime permanente, ma un uomo forte o un gruppo ristretto con pieni poteri per un periodo limitato, con l'incarico esplicito di rimettere in sesto il sistema. Il dato più dirompente riguarda le nuove generazioni. Tra i giovani sotto i 34 anni la percentuale sale al 52%. Lo stesso Calenda lo ha sintetizzato così a margine del congresso di Azione: “Il 50% dei ragazzi fino a 34 anni non crede più nella democrazia e vorrebbe la dittatura perché la politica non è capace di far accadere niente”. Il dettaglio per fascia d'età rende il quadro ancora più chiaro. Il 42% dei giovani tra i 18 e i 24 anni è favorevole all'ipotesi di un premier con mani libere, percentuale che sale al 52% quando vengono interpellati gli italiani tra i 25 e i 34 anni.

Non è voglia di autoritarismo, è stanchezza

Chiamarla pulsione autoritaria sarebbe fuorviante. Quello che emerge non è un'adesione ideologica al fascismo o ai regimi, ma una frustrazione radicale verso la democrazia così come viene vissuta.

Tre fattori si sommano:

1. L'instabilità percepita come regola. L'Italia ha avuto 68 governi in 78 anni di Repubblica. Per chi ha 25 anni, la politica è una sequenza di crisi, cadute, rimpasti e promesse rinviate. La "dittatura a tempo" viene immaginata come un reset, non come un ideale.

2. La lentezza decisionale. Su giustizia, burocrazia, lavoro, infrastrutture, la percezione diffusa è che la democrazia parlamentare discuta molto e deliberi poco. L'uomo forte incarna, nell'immaginario, la scorciatoia dell'efficacia.

3. La crisi della rappresentanza. Partiti frammentati, leader percepiti come autoreferenziali, dibattito pubblico spostato sui social dove l'indignazione premia più della mediazione. Il risultato è un elettore che non si sente rappresentato e che inizia a pensare che le regole stesse siano il problema.

Un sintomo europeo, non solo italiano

L'Italia non è un'eccezione. I sondaggi YouGov in Europa mostrano che circa un giovane su cinque sarebbe aperto a un regime autocratico a certe condizioni, dato che in Italia sale al 24%. È la Gen Z, cresciuta tra crisi finanziaria del 2008, pandemia, guerra, inflazione e crisi climatica, a mostrare la maggiore disaffezione verso i meccanismi classici della democrazia rappresentativa. Non chiedono meno libertà, chiedono più risultati. E quando le istituzioni non riescono a dare risposte visibili in tempi ragionevoli, la tentazione di sospendere temporaneamente le regole per "fare le cose" diventa seducente.

La domanda vera

Il dato del 36% non va letto come un pericolo imminente di svolta autoritaria, ma come un termometro. Misura la febbre di una democrazia che fatica a riformarsi. La provocazione di Calenda, che usa quel sondaggio per chiedere una Costituente e una riforma profonda delle istituzioni, coglie il punto: se la democrazia non riesce a dimostrare di saper decidere e funzionare, i cittadini, soprattutto i più giovani, inizieranno a cercare altrove, anche a costo di immaginare scorciatoie che la storia italiana ha già mostrato essere senza ritorno.

La vera sfida non è convincere il 52% dei giovani che la dittatura è sbagliata. Lo sanno. La sfida è convincerli che la democrazia può ancora funzionare.