In politica due parole bastano a fare un comizio. "A casa".
È una sintesi perfetta. Non dice "non sono d'accordo con te", non dice "la tua proposta è sbagliata", non dice "costruirò un'alternativa migliore". Dice: sparisci. Chiudi la porta e togliti di mezzo. Se occupi un posto di Governo, significa: dimettiti. Ed è proprio per questo che è così usata. Perché è facile, è definitiva, fa rumore. Quando "a casa" è giusto. C'è un solo caso in cui quella frase non è solo uno slogan, ma è un dovere civile. Quando chi governa ha superato il confine non più politico, ma giuridico e morale. Se c'è un rilievo penale, se c'è una condanna, se c'è un conflitto di interessi evidente, un abuso di potere, una menzogna grave che mina la fiducia nelle istituzioni. Lì "a casa" non è un insulto, è la traduzione popolare di "dimettiti". È la richiesta di assumersi una responsabilità. E in quel caso è opportuno, è necessario.
Quando "a casa" è una scorciatoia
Fuori da quel perimetro, invece, la frase cambia completamente natura. Diventa un'arma spuntata. La si lancia all'avversario perché non lo si riesce a battere sul terreno delle idee. Perché non si ha una proposta più convincente sulla sanità, sul lavoro, sulle tasse, sulla città. Allora si accorcia tutto: non discutiamo, mandiamolo a casa. Ma in democrazia nessuno va a casa perché lo chiede una minoranza rumorosa, un talk show, un hashtag o una piazza, per quanto grande. In democrazia si va a casa in tre modi soli: per scadenza naturale del mandato, per una mozione di sfiducia votata in Parlamento, per il giudizio degli elettori.
La paura nascosta dentro lo slogan
E qui arriva il punto più interessante : spesso quel continuo gridare "a casa" nasconde esattamente il contrario di forza. Nasconde la paura delle elezioni. Perché le elezioni sono l'unico momento in cui davvero si manda a casa qualcuno. Sono costose in termini di impegno, di rischio, di confronto. Bisogna metterci la faccia, un programma, prendersi la responsabilità di governare dopo. È molto più comodo chiedere le dimissioni dell'altro dal balcone, che chiedere il voto ai cittadini e accettarne l'esito. La Costituzione all'articolo 1 lo dice con chiarezza: la sovranità appartiene al popolo. Non all'opposizione, non alla maggioranza di turno, non al commentatore più indignato. Al popolo, che la esercita votando. La maggioranza che esce dalle urne, a qualsiasi livello, dal Comune al Governo nazionale, ha il diritto e il dovere di governare fino a quando gli elettori non decideranno diversamente. Chiedere "a casa" ogni giorno per ogni cosa significa, in fondo, non rispettare quel patto. Significa dire: non riconosco la legittimità del tuo mandato, anche se te l'hanno dato gli elettori.
In politica si dovrebbe mandare a casa un'idea con un'idea migliore, non una persona con uno slogan.


