Un lettore mi scrive a proposito dell'articolo pubblicato sulla prima pagina , il 17 ottobre scorso : " Professore, ho letto con piacere il suo articolo sullo spopolamento. La prenderanno per visionario, ma è l'unica ricetta possibile. La triste verità è che, anche a seguito delle prossime amministrative, tutto rimarrà come prima, a prescindere da chi ne uscirà vincitore."
" Ho letto con attenzione e, lo confesso, una punta di malinconia, la lettera di un lettore che ha voluto commentare la mia recente analisi sul fenomeno dello spopolamento. L'apprezzamento per quella che lui definisce "l'unica ricetta possibile" mi lusinga, ma è la seconda parte della sua missiva a colpire nel segno, un'amara e lucida verità che tocca il nervo scoperto delle nostre democrazie locali: "anche a seguito delle prossime amministrative, tutto rimarrà come prima, a prescindere da chi ne uscirà vincitore." Questa non è disillusione, è constatazione. Ed è proprio da qui che dobbiamo partire per comprendere la vera natura della crisi che affligge le nostre aree interne, i borghi e le città meno fortunate: una crisi che è demografica, economica, ma soprattutto istituzionale e culturale.
La Trappola della "Rotazione Inutile"
La fede cieca nella capacità risolutiva di un singolo evento elettorale è, essa stessa, parte del problema. Il lettore coglie un punto fondamentale: la rotazione delle forze politiche al governo locale troppo spesso si traduce in una "rotazione inutile."Non è questione di buona volontà o onestà dei singoli amministratori; è un problema di struttura. Sia la giunta uscente che quella entrante si trovano prigioniere di meccanismi di gestione consolidati e, peggio, di una vera e propria cultura del piccolo cabotaggio amministrativo. Le risorse – umane, finanziarie, di saper fare – sono insufficienti per attuare politiche a lungo termine, quelle che sole potrebbero invertire la curva dello spopolamento.
Il risultato è un'amministrazione che, per sopravvivenza, si concentra sulla gestione dell'ordinario, sulle piccole opere visibili e sull'assistenza spicciola, anziché sulla pianificazione strategica e sulla visione a lungo raggio. Non si governa per invertire la rotta, ma per mantenere in vita le ultime luci.
L'Assenza di Visione Trasversale
La mia "ricetta" – che molti definiscono "visionaria" perché richiede un radicale cambio di paradigma – non è una proposta politica di parte. È un imperativo sistemico. Lo spopolamento non è una battaglia che si vince con la destra, la sinistra o il centro. Richiede una coalizione trasversale di intenti che vada oltre la scadenza elettorale, concentrata su tre pilastri:
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Attrattività Sostenibile: Non basta offrire incentivi estemporanei; servono servizi essenziali di qualità (sanità, scuola, connettività digitale) e un ecosistema economico capace di generare lavoro qualificato.
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Riforma Burocratica e Strumentale: Le piccole amministrazioni devono potersi unire e accedere a competenze che da sole non possono permettersi. La mera gestione del bilancio comunale non è sufficiente.
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Riconnessione Culturale: Riscoprire e valorizzare l'identità del luogo, trasformandola da peso morto in motore di innovazione sociale e turistica.
Se non c'è una convergenza di tutte le forze politiche su un patto di legislatura che impegni ogni vincitore e ogni sconfitto a perseguire questi obiettivi per almeno quindici anni, il risultato sarà quello profetizzato dal mio lettore: la mera alternanza di facce alla cloche di un aereo che continua a perdere quota.
La Vera Rivoluzione
Il lettore è nel giusto: le amministrative da sole non salveranno i nostri borghi. La vera rivoluzione non è nelle urne, ma nella società civile che impone la visione.
Se i cittadini continuano a votare sulla base di promesse individuali (l'aiuto per un permesso, la piccola opera di quartiere), anziché premiare chi presenta un piano di sviluppo credibile e finanziabile per il rilancio demografico ed economico dell'intera area, allora il ciclo vizioso si autoalimenterà.
Accetto l'etichetta di "visionario" se questo significa rifiutare l'apatia e la rassegnazione. La verità è che l'unica alternativa al visionario è il funerario. Se non guardiamo al futuro con un progetto radicale di rinascita, non resterà che gestire con dignità le esequie delle nostre comunità.
È tempo che i vincitori delle prossime elezioni capiscano che il loro mandato non è più quello di gestire l'esistente, ma di avviare il disperato e vitale processo di trasformazione. In caso contrario, la rassegnazione del mio lettore diventerà l'epitaffio di intere aree del Paese.

