Oltre la nostalgia. La vera sfida della Nuova DC ( AgoVit )

Ottobre 20, 2026 400

Leggo anch'io l'articolo apparso di recente su un noto quotidiano on line , dal titolo "Andare oltre Cuffaro per salvare il partito" e, come molti, mi soffermo su quel virgolettato che descrive i delegati regionali siciliani al Congresso nazionale come "anti Cuffaro". Una lettura che non mi convince, e che non corrisponde alla realtà che vivo. Non è questo il punto. E non è così che si rende un servizio alla Nuova Democrazia Cristiana.

Al Presidente Totò Cuffaro va riconosciuto, senza infingimenti, un merito storico: ha avuto il coraggio di rimettere in campo un simbolo, un nome, una cultura politica che sembrava condannata all'archivio. Ha dato a tanti democristiani, che dopo il 1994 si erano dispersi in mille rivoli, la possibilità di ritrovarsi, di riconoscersi di nuovo in quel modo di pensare e di agire tipico della grande Democrazia Cristiana. Questo è un dato di fatto, che piaccia o no. Ma proprio per rispetto a questo percorso, credo sia sbagliato ridurre tutto a una questione di persone, di correnti pro o contro. Sarebbe l'ennesima replica di un copione già visto.

Come ho scritto in un mio precedente articolo, la vera maledizione della Democrazia Cristiana dopo il 1994 non è stata quella di non essere riuscita a far risorgere il partito. È stata quella di non essere riuscita a superarlo.

Da trent'anni assistiamo allo stesso film: tribunali per contendersi un simbolo, divisioni, spaccature, la moltiplicazione infinita di sigle che rivendicano tutte l'eredità più pura. Abbiamo confuso la fedeltà con la ripetizione. Abbiamo pensato che bastasse riesumare lo Scudo Crociato per far rivivere la DC, senza chiederci cosa quella storia dovrebbe dirci oggi. Se vogliamo davvero far risorgere la Nuova DC, il problema non è andare oltre Cuffaro. Il problema è andare oltre la stessa storia della DC così come l'abbiamo idealizzata. L'elettore di oggi non è quello del dopoguerra. Non vive l'ansia della ricostruzione, ma quella della precarietà, della transizione ecologica e digitale, dello spopolamento delle aree interne, di una Sicilia e di un Mezzogiorno che chiedono infrastrutture, lavoro e dignità, non assistenzialismo. Non cerca una rievocazione, cerca una risposta.

Andare oltre significa allora questo: prendere i temi cari a Don Luigi Sturzo - la centralità della persona, la sussidiarietà, la libertà delle comunità intermedie contro ogni statalismo - e l'insegnamento di De Gasperi - l'Europa come destino, la serietà amministrativa, l'idea di un partito popolare e non classista - e calarli con coraggio nella realtà degli anni Duemila. Cosa significa oggi la dottrina sociale della Chiesa di fronte all'intelligenza artificiale, al lavoro povero, alla crisi demografica? Cosa significa essere popolari quando il popolo non va più in sezione ma vive sui social? Cosa significa essere autonomisti in Sicilia oggi? Ecco il dibattito che vorrei al Congresso nazionale. Non il conteggio dei delegati pro o contro, ma un confronto sul come superare quella maledizione che ci ha tenuti prigionieri della nostalgia.

Salvare il partito non vuol dire cambiare il presidente. Vuol dire finalmente avere il coraggio di superare noi stessi.

 
 
 
 
 
 
 
 
Ultima modifica il Martedì, 20 Ottobre 2026 09:29
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