Io, al centro, e stanco degli estremi. ( AgoVit ) In evidenza

Giugno 01, 2026 603

Sono stato al centro e ci resto. Non per equidistanza pigra, non per paura di scegliere. Ci resto perché credo che la politica serva a tenere insieme un Paese, non a spaccarlo in tifoserie.

Oggi però tenere insieme è diventato più difficile. In Italia nascono continuamente sigle nuove, e non al centro. Nascono a sinistra del PD e a destra di Fratelli d'Italia, e non sono dettagli di folklore. Sono forze che pesano, che alzano la voce, che spostano l'asse del dibattito.

A sinistra del PD ormai c'è un arcipelago stabile: AVS che nei sondaggi viaggia sopra il 6%, e intorno una costellazione di movimenti che si presentano come "più puri", più radicali, più intransigenti sul lavoro, sul clima, sulla Palestina, sulla Nato. Ognuno con il suo manifesto, ognuno con la sua piccola rendita di testimonianza. A destra di Fratelli d'Italia succede lo specchio: liste che accusano Meloni di essere "troppo morbida" sull'Europa, sull'immigrazione, sulle tasse, sulla famiglia. Futuro Nazionale è dato intorno al 4%, ma dietro ci sono sigle che vivono sui social, che promettono muri più alti, uscite più rapide, identità più chiuse. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il campo largo progressista e il centrodestra sono inchiodati a un pareggio quasi perfetto, intorno al 46% ciascuno. Non vince chi convince il centro, vince chi riesce a non farsi ricattare dai propri estremi.

Perché gli estremi non mi piacciono

Non mi piacciono perché non governano, occupano. Non propongono soluzioni, propongono identità. A sinistra del PD la politica diventa un processo alle intenzioni: se non sei abbastanza radicale sei un traditore. A destra di FdI diventa una gara di durezza: se non urli abbastanza forte sei un complice del sistema. In entrambi i casi il meccanismo è identico: semplificano problemi complessi in slogan ;  trasformano ogni compromesso in resa ;  hanno bisogno del nemico interno più di quello esterno.  E così condizionano tutto. Il PD non può fare una riforma del lavoro senza guardarsi alle spalle. Fratelli d'Italia non può gestire un dossier europeo senza temere l'accusa di "svendita". Il centro, che dovrebbe essere il luogo della mediazione, viene schiacciato tra due veti.

È il momento di ragionare

Essere al centro oggi non significa stare fermi in mezzo. Significa fare un lavoro ingrato: ricordare che l'Italia non è un Paese estremista. È il Paese che nel 1946 ha scelto la Repubblica con un margine stretto, e poi ha imparato a farla funzionare insieme. È il Paese delle piccole imprese che vogliono meno burocrazia, non rivoluzioni. Delle famiglie che chiedono scuole che funzionano, non battaglie culturali.

Ragionare vuol dire dire tre cose chiare:

  1. Un partito non è più serio perché è più puro. È più serio se risolve.
  2. La radicalità non è coraggio. Il coraggio è prendersi la responsabilità di governare, quindi di deludere qualcuno.
  3. La democrazia non ha bisogno di più bandierine, ha bisogno di meno veti.

Io resto al centro non perché non ho idee, ma perché ho visto dove portano gli estremi: a parlamenti bloccati, a governi che durano il tempo di un tweet, a cittadini che smettono di votare perché non si riconoscono più in nessuno. Se continueremo a moltiplicare partiti a sinistra del PD e a destra di FdI, non avremo più politica, avremo solo rumore. E il rumore, alla fine, non costruisce ospedali, non abbassa le tasse, non difende i confini.

Essere al centro, oggi, è l'unico modo per restare fiero di fare politica senza odiare.

 
 AgoVit 
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