Rizzo, leader di Democrazia Sovrana Popolare, in diversi reel sostiene questo: l'Occidente non sta decadendo per invasione esterna, ma per rinuncia interna. I governi, per ragioni economiche, elettorali o ideologiche, avrebbero smesso di controllare i flussi migratori e di pretendere il rispetto delle stesse regole per tutti. Questo avrebbe favorito la crescita di comunità islamiche sempre più numerose e in parte impermeabili alle regole occidentali. Da qui gli esempi che cita di "permissivismo verso l'islamismo".

La domanda è: è davvero l'inizio di una decadenza?  Se per decadenza intendiamo crollo demografico, economico e militare imminente dell'Europa, i dati non lo mostrano. Se intendiamo perdita di capacità di far valere un patto comune di cittadinanza, allora il disagio che Rizzo intercetta ha basi più concrete.

Su cosa si appoggia la tesi

Sono tre piani diversi, spesso mescolati:

a) Piano numerico. In UE la popolazione di fede o cultura musulmana è stimata intorno al 5-6%, con punte più alte in Francia, Germania, Svezia, Belgio. In Italia siamo intorno al 4-5% della popolazione residente. Non è una sostituzione demografica, ma è una crescita rapida e concentrata in alcune città e quartieri, quindi molto visibile.

b) Piano dell'integrazione. Gli esempi che circolano in quel dibattito non sono inventati, sono casi reali europei: le banlieue francesi dove lo Stato fatica ad entrare, i tribunali informali di sharia tollerati per anni in UK per questioni familiari, alcuni quartieri in Svezia e Germania con tassi molto alti di criminalità e bassa integrazione lavorativa, scuole che rinunciano a gite o a programmi per non urtare sensibilità religiose. Non rappresentano la maggioranza dei musulmani in Europa, ma sono indicatori di una difficoltà di integrazione quando l'immigrazione è massiccia, rapida e poco gestita.

c) Piano del principio. Qui Rizzo tocca un punto più filosofico, che non riguarda solo l'Islam: un sistema che per paura di apparire intollerante rinuncia a far rispettare le proprie leggi, crea di fatto due pesi e due misure. E questo indebolisce la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Da questo punto di vista, per chi sostiene la tesi, la decadenza non è causata dall'Islam in sé, ma dall'incapacità occidentale di dire: queste sono le regole comuni, valgono per tutti.

Ci sono controevidenze forti:

1. Islam e islamismo non sono la stessa cosa. La ricerca sociologica europea mostra che la grande maggioranza dei musulmani in Italia e in Europa lavora, manda i figli a scuola pubblica, rispetta le leggi e ha un rapporto privatizzato con la fede. La radicalizzazione riguarda una minoranza molto piccola, anche se più rumorosa.

2. La seconda e terza generazione contano più della prima. I dati su istruzione, uso della lingua italiana, matrimoni misti e secolarizzazione mostrano una traiettoria di convergenza, non di divergenza, anche se lenta e diseguale. Dove l'integrazione fallisce di più, i fattori determinanti sono spesso lavoro precario, scuola debole e ghettizzazione abitativa, non solo religione.

3. La fragilità occidentale ha cause interne più antiche. Denatalità, bassa crescita, burocrazia, sfiducia nei partiti, perdita di senso civico: sono processi iniziati negli anni '70 e '80, prima dell'aumento recente dei flussi. Attribuire tutta la decadenza all'immigrazione è riduttivo.

4. Dove sta il nodo reale

Se proviamo a tenere insieme le due parti, emerge questo:

Non c'è una decadenza inevitabile causata da una religione. C'è invece una tensione reale tra due modelli di gestione dell'immigrazione.

Un modello a regole chiare e uguali per tutti: controlli ai confini, tempi certi per asilo e rimpatri, obbligo di scuola, lavoro e rispetto del diritto italiano ed europeo, senza eccezioni religiose. Storicamente, quando l'Occidente ha applicato questo modello, ha integrato.

Un modello permissivo e ambiguo: ingressi incontrollati, accoglienza permanente senza percorsi, paura di intervenire in nome del multiculturalismo. Questo modello produce enclave, economia informale e risentimento reciproco, sia negli autoctoni che negli immigrati stessi.

L'esempio di Lampedusa che vivi da vicino in Sicilia lo mostra bene: il problema percepito dalle persone non è il singolo migrante, è la sensazione che lo Stato non governi il fenomeno.

In conclusione, definire l'attuale fase come "inizio della decadenza causata dall'Islam" è una semplificazione. È più preciso dire che c'è una fase di debolezza dell'Occidente nel definire e far rispettare se stesso. Quando uno Stato smette di chiedere rispetto per le proprie regole, lascia spazio a qualsiasi altra norma più forte, religiosa o meno. Quando invece lo fa, l'integrazione è possibile ed è già avvenuta milioni di volte.

Poche ore e si parte. Domani la lunga colonna della Processione dell'Alloro aprirà ufficialmente i quattro giorni più attesi dell'anno.

Regalbuto non ha bisogno del calendario per capire che è arrivato agosto. Lo capisci dai fiocchi rossi che uniscono i balconi di via Garibaldi e del Corso, dalle luminarie che già disegnano il cielo sopra Piazza della Repubblica, dal profumo delle prime bancarelle che si sistemano in centro e da quel movimento diverso, più lento e più allegro, che si respira per le vie. Lo avevamo capito nelle scorse settimane ,  soprattutto dalle magliette verdi. Uomini, donne, ragazzi con il quaderno in mano che hanno bussato  alle porte: "Buongiorno, stiamo raccogliendo il contributo per la festa di San Vito". Non è solo una raccolta. È il primo atto della Festa. Ed è così che si capisce che Regalbuto è davvero pronta. Come è pronto il Comitato dei festeggiamenti, che dopo mesi di lavoro è pronto a vivere fino in fondo una 4 giorni che per ogni regalbutese, vicino o lontano, è casa, fede e appartenenza.

Una festa antica 500 anni

La Festa di San Vito a Regalbuto, celebrata annualmente dall’8 all’11 agosto, è uno degli eventi più significativi e partecipati della comunità. Non è una festa nata ieri. Tutto cambia nel 1540, quando arrivano in città le preziose reliquie del Santo - parti del cranio, un braccio e un piede - custodite oggi nella Chiesa Madre dentro la Cappella della "Fortezza di San Vito". Prima si venerava Maria SS. del Soccorso, da allora in poi il cuore di Regalbuto batterà per Vito Martire, il ragazzino morto martire nel 303 d.C. sotto Diocleziano.

Il legame però è ancora più profondo e affonda nella leggenda. In fuga da Mazara del Vallo con la nutrice Crescenzia e il precettore Modesto, Vito trovò rifugio proprio a Regalbuto, in una grotta vicino a dove oggi sorge la Chiesa dei Cappuccini. Lì, racconta la tradizione, avrebbe incontrato dei pastori disperati perché alcuni cani avevano sbranato un bambino; allora il Santo, richiamati i cani, si sarebbe fatto restituire i resti del corpo del bambino a cui avrebbe ridonato la vita. Quel miracolo è ricordato ancora oggi con una statua nella Chiesa Madre. La statua lignea del Patrono che vedremo in processione è del 1790, opera di Giuseppe Picano.

8 Agosto - Il profumo dell'alloro e il grido che attraversa i secoli

Si comincia domani, 8 agosto dal primo pomeriggio, il rito che tutti aspettano. Nei tre giorni precedenti, per voto e devozione, i regalbutesi si sono recati ad Agira, a piedi o con mezzi, per acquistare i rami di alloro. È "U Viaggiu". Un gesto antico che un tempo portava i fedeli lontano.  Nel pomeriggio tutti si ritrovano alla Chiesa dei Cappuccini, entrano dalla porta centrale per rendere omaggio al luogo dei miracoli ed escono dalla laterale. Poi inizia la lunga colonna.

Apre il corteo chi porta gli antinni, cioè dei pali rivestiti di alloro e addobbati con fazzoletti variopinti e nastri rossi. Seguono i fedeli, ognuno con il suo fascio di alloro addobbato con i zahareddi, i nastrini rossi simboli del martirio di San Vito. C'è chi cammina scalzo per un voto sciolto, ci sono gli uomini a cavallo riccamente addobbati - un tempo sparavano anche le "scupette" a salve .  Lungo tutto il percorso, da via Garibaldi al Corso Ingrassia, risuona lo stesso grido da generazioni: un solista lancia "E gridamu, e gridamu ccu cori cuntritu" e tutti rispondono "Viva Diu e Santu Vitu". La benedizione finale dell'alloro, dal sagrato della Chiesa Madre, apre ufficialmente la Festa.

9 Agosto - Il cuore della Festa

Il 9 agosto è il momento centrale. Fa memoria dell'arrivo a Regalbuto in questo giorno delle reliquie provenienti da Piazza Armerina nel 1547. Dopo la Messa Solenne, la Processione delle Reliquie con il reliquiario in argento del cranio e le effigie di Modesto e Crescenzia scende lungo il Corso fino alla chiesetta di San Vito, nel quartiere Tribona, all'antico ingresso sud del paese. Lì, dove la tradizione vuole siano state accolte le reliquie, i sacerdoti si fermano per la solenne benedizione. Poi il ritorno lento verso la Madre Chiesa, tra luci, banda e preghiere.

10 e 11 Agosto - La città che non dorme

Gli ultimi due giorni sono l'abbraccio collettivo. Le vie sono un tappeto di gente, di emigrati tornati apposta - perché ad agosto Regalbuto raddoppia - di bambini con lo zucchero filato, di luminarie accese fino a tardi.

L'11 agosto, giorno del Patrono, è la chiusura solenne. Dopo la celebrazione serale, il fercolo con il simulacro di San Vito esce dalla Chiesa Madre e percorre via Don G. Campione, via Catania, via Roma, piazza Veneto e tutto il corso principale. A tarda sera, lo spettacolo pirotecnico sul cielo di Regalbuto chiude tutto. Le campane suonano a festa in ogni angolo. È tutto pronto, davvero. I fiocchi rossi sventolano, le bancarelle sono al loro posto, il comitato è in strada. Mancano poche ore.

E come ogni anno, Regalbuto è pronta a gridare, tutta insieme, con il cuore in gola: Viva Diu e Santu Vitu!

 
 
 
 
 
 
 

 

Chiedi a Meta AI...
 

C'è una notizia che nessuno avrebbe voluto scrivere. Francesco Guccini se n'è andato. Aveva 86 anni.

Secondo quanto riportato stamattina, si è spento nella sua Pavana, il 6 agosto 2026. Lì dove da anni aveva scelto di vivere ritirato, ormai stabilmente, quasi stabilmente per ragioni affettive e pratiche, cullato da quel "suono continuo e ossessivo che fa il Limentra" che lui stesso aveva messo in musica. Per citare una sua canzone celeberrima, sì: è morto un Dio. Ma è morto un uomo, soprattutto. E con lui muore un mondo. Guccini veniva da quel mondo delle osterie e delle balere che non esiste più. Aveva mosso i primi passi come cantante e chitarrista in un'orchestra da balera, tra riviera romagnola e nord Italia, tra rock'n'roll e liscio. Un mondo di fumo, di vino, di storie raccontate a voce bassa. Un mondo che lui ha reso eterno, trasformandolo in letteratura. La sua parabola è stata lunga più di mezzo secolo. Periodo di attività musicale 1960-2026, dal debutto ufficiale con Folk beat n. 1 nel 1967 fino all'addio alle scene. Nel mezzo, venti album, libri, un lessico intero.

Bologna, la vecchia signora

Bologna l'aveva definita, con quell'ironia affettuosa che solo lui poteva permettersi, "una vecchia signora dai fianchi un po' molli, col seno sul piano padano e il culo sui colli". E Bologna non lo ha mai dimenticato. Ancora oggi c'è chi cerca il respiro di quei luoghi, in primis all'Osteria delle Dame. Non è un caso che Opera buffa, disco goliardico e teatrale, sia stato registrato proprio all'Osteria delle Dame di Bologna e al Folkstudio di Roma. Lì dentro c'è tutto Guccini: il cabaret, l'ironia colta, il racconto.E c'è Pavana, naturalmente. Il borgo sull'Appennino tosco-emiliano dove è tornato a vivere, dove ha chiuso il cerchio. È lì che affondano le sue Radici. È lì che ha ambientato Amerigo, la ballata dedicata allo zio emigrante, che narra la storia di povertà ed emarginazione di un prozio emigrante. Storia di migranti, storia italiana, storia nostra.

Il cantautore per eccellenza

Non è che io l'ascoltassi molto, negli anni che furono. Non ero di quelli con tutti i vinili in fila. Ma riconoscevo, come tutti, la bellezza dei suoi testi. Testi che erano già poesia quando la canzone d'autore ancora cercava una dignità. Dio è morto fu una delle sue canzoni più note, un brano dal testo "generazionale" che per l'universalità del suo contenuto superò ogni confinamento ideologico. E poi Auschwitz, La Locomotiva, L'Avvelenata, Canzone per un'amica, Il vecchio e il bambino. Canzoni che non invecchiano perché parlano di quello che non passa mai: il tempo, la memoria, la giustizia, l'addio. Guccini era il cantautore per eccellenza perché non ha mai voluto fare il cantante. Ha voluto fare il burattinaio di parole, come si definiva lui. E le parole le sapeva usare. La sua morte, oggi, per chi ha avuto una giovinezza vissuta con intensità, è qualcosa di più di una notizia di cronaca. È quella parte di giovinezza che se ne va e che non si ripeterà mai. È il suono dell'osteria che si abbassa, è la balera che chiude le luci.

Riascoltare oggi le sue canzoni fa un effetto strano. Sembra che parlino ancora meglio di ieri.

Fai buon viaggio, Francesco.

Il pilota di Regalbuto protagonista nella tappa italiana del Campionato Europeo di Formula 3: secondo in Gara 1 dopo una rimonta sotto il diluvio, quinto in Gara 2 

Weekend incredibile a Monza per Giacomo Pellegrino. Il pilota di Regalbuto ha esordito in uno degli autodromi più prestigiosi al mondo in occasione della tappa italiana del Campionato Europeo di Formula 3. Venerdì, nei due turni di prove libere, il siciliano si è dimostrato subito velocissimo, facendo segnare il miglior tempo di giornata con tanto di record della pista. La qualifica del sabato si è rivelata più complicata a causa di un'interruzione con bandiera rossa. Il miglior tempo per Pellegrino è stato il quinto. Domenica mattina, in Gara 1, le cose si sono complicate ulteriormente. Dopo due giorni di caldo torrido, un temporale improvviso si è abbattuto sul circuito. La Direzione Gara ha dichiarato la procedura di gara bagnata e i team sono stati costretti a sostituire gli pneumatici montando le gomme rain. Fin dalla partenza Pellegrino ha mostrato grande coraggio e doti di guida impressionanti, nonostante la visibilità fosse resa quasi nulla dalla nube d'acqua sollevata dalle vetture davanti. È iniziata così una rimonta da brividi, con sorpassi spettacolari che hanno fatto impazzire la tribuna della Prima Variante. Il pilota della CM Motorsport ha recuperato quattro posizioni, chiudendo a soli 12 centesimi dal primo posto. Nel pomeriggio le condizioni sono cambiate completamente: sole, caldo e pista di nuovo asciutta. Gara 2 è stata uno spettacolo puro, con i primi sette piloti racchiusi in appena un secondo. Sorpassi continui e continui cambi al vertice, sempre nella massima correttezza sportiva. Alla bandiera a scacchi Pellegrino ha tagliato il traguardo in quinta posizione.

Queste le sue parole: "Poter dire di aver corso a Monza ed essere salito sul secondo gradino del podio è qualcosa di eccezionale, un'emozione che non si può raccontare. Ricorderò per sempre questa esperienza. Il Tempio della Velocità si è dimostrato davvero all'altezza delle aspettative. L'influenza della scia è impressionante, così come l'importanza della potenza del motore e della pulizia di guida".

Per Giacomo Pellegrino adesso qualche settimana di pausa. Il prossimo appuntamento è fissato a metà settembre in pista a Vallelunga, nel Lazio.

 

 
 
 
 
 
 

Peppe Di Franco: "Un accordo tecnico DC - Lega - ScN può garantire un solido risultato sia  alle Regionali 2027" che alle Nazionali . 

A margine della recente Assemblea della DC Siciliana che si è svolta il 24 luglio a Caltanissetta è intervenuto Giuseppe Di Franco con una valutazione di merito sulle prospettive elettorali in vista del rinnovo dell'Assemblea Regionale Siciliana del 2027. L'Assemblea nissena, ha spiegato Di Franco, ha fatto valutazioni realistiche sul futuro. Il nodo centrale resta il sistema elettorale siciliano, che prevede una soglia di sbarramento regionale al 5% per le liste, un ostacolo concreto per il raggiungimento del quoziente e per l'accesso alla ripartizione dei seggi.

" L'Assemblea della DC siciliana che si è svolta il 24 luglio a Caltanissetta - scrive Di Franco nel suo comunicato -  ha fatto delle valutazioni realistiche sulle prospettive elettorali del 2027, segnatamente per quanto riguarda il rinnovo del Parlamento regionale, ed ha previsto che per il conseguimento del quoziente, al fine di superare la soglia di sbarramento, potrebbe essere necessario pervenire a delle alleanze tecniche-elettorali. In tal senso, dal dibattito, emergevano due ipotesi compatibili: andare con ScN di Cateno De Luca, o con la Lega, anche se questa seconda opzione sembrava avere più consenso." 

Proprio da quel dibattito, racconta Peppe Di Franco, nasce una riflessione più ampia, maturata nei giorni successivi confrontandosi con diversi amici e dirigenti: " Tuttavia, - scrive -  da riflessioni che ho fatto dopo, ho pensato che forse sarebbe più efficace piuttosto che partire dalla classica scheda della 'bicicletta' con i simboli della DC e della Lega, immaginare una formula più ampia, con un 'triciclo' che veda insieme DC, Lega e ScN, partendo da quell'idea di Intergruppo che aveva ipotizzato Ignazio Abbate all'incontro di novembre a Palazzo dei Normanni." 

L'idea di Abbate, lanciata a novembre all'ARS, prevedeva appunto un Intergruppo capace di mettere in dialogo culture politiche diverse ma con una comune attenzione al territorio e alle autonomie. 

Secondo Di Franco la formula a tre avrebbe una sua solidità tecnica ed elettorale:

1. DC: il radicamento storico, la rete di amministratori locali e il richiamo ai valori del popolarismo e del centro.

2. Lega: una forza strutturata del centrodestra nazionale, con organizzazione e capacità di mobilitazione, che in Sicilia cerca un consolidamento definitivo.

3. Sud chiama Nord: il movimento di Cateno De Luca, che ha dimostrato di saper intercettare il voto di protesta e il radicamento territoriale, soprattutto nelle aree dove la politica tradizionale fa più fatica.

Unire le tre anime in un accordo tecnico-elettorale, senza snaturare i simboli ma presentandosi con una lista unitaria, permetterebbe di superare con più sicurezza lo sbarramento del 5% e di puntare a un risultato solido, mettendo al riparo la rappresentanza democristiana all'ARS e offrendo contemporaneamente un polo autonomista e popolare dentro la coalizione. Una proposta che ora passa al vaglio dei vertici regionali dei tre movimenti, ma che a partire dall'ennese e dal nisseno inizia già a far discutere.

La quadriglia della tradizione e la grande novità del "ballo di San Vito" sulle note della pizzica. L'applauso unanime a Samanta e alle sue ragazze, e il grazie a un Comitato che ogni anno rende la festa più bella.

Alla fine dei due giorni di folklore dedicati a San Vito, è naturale fermarsi e tirare le somme su ciò che si è vissuto. Stamattina, come ogni mattina, eravamo seduti davanti al solito bar per il rito del caffè rigorosamente freddo. Al passaggio di Stefania, l'augurio è stato unanime. Un grazie detto con il sorriso, per come e per quanto hanno ballato. Perché in quei due giorni, Regalbuto ha ballato con loro. Protagonista è stato il gruppo della quadriglia Sikelia, che per questo evento ha scelto di curare in ogni minimo particolare due momenti essenziali.

Il primo, quello più identitario, dedicato al ballo tipico della quadriglia, custode di una tradizione che è memoria e orgoglio. Il secondo, l'evento più atteso, la vera novità di quest'anno: il "ballo di San Vito" con le movenze travolgenti della pizzica. Un'esplosione di ritmo che ha portato allegria vera, voglia di alzarsi e muoversi tra il numeroso pubblico che ha assistito, coinvolto, quasi trascinato in pista. Dietro tutto questo, e va detto con forza, non c'è nulla di improvvisato. C'è studio, c'è lavoro, ci sono ore di prove e infine la nascita di una coreografia pensata, costruita, sentita. Si vedeva.

Le ragazze di Sikelia sono state perfette. Forse un po' emozionate all'inizio, come è prevedibile e come è giusto che sia. Ma poi quell'emozione ha lasciato spazio a quel sano e liberatorio "lasciarsi andare" che accade solo quando balli per qualcuno, per qualcosa di più grande. Quando balli per San Vito, protettore dei ballerini, dei danzatori.

Per anni a Regalbuto si è sperato che nascesse un gruppo che non solo portasse in giro il nome della città, ma che la rappresentasse davvero, dal di dentro. Sikelia, in questi due giorni, è stata la dimostrazione che quel sogno è una realtà piacevole, concreta e già amatissima. Ma se la danza è stata il cuore, l'anima è stata del Comitato di San Vito. Un comitato spontaneo che non appartiene solo a San Vito, ma che grazie a San Vito riesce, ogni anno, a regalarci una festa sempre più bella, più partecipata e più coinvolgente. Una festa che ti fa sentire comunità.E per questo motivo appartiene a tutti. Come appartengono a tutti quei volontari che, in ogni associazione o anche da soli, ogni giorno danno una mano per la propria città. Senza clamore, con amore.

Alla fine restano le gambe stanche, il suono della pizzica ancora nelle orecchie e la certezza che San Vito, anche quest'anno, ha fatto ballare Regalbuto.

Ed è quello che ha fatto la classe '76 di Regalbuto, in quel locale pieno di voci che si sovrapponevano.

Vederli insieme, sorridenti, è un'immagine che vale più di qualsiasi discorso. Non più ragazzini con le ginocchia sbucciate e le bici lanciate per le vie del paese, ma neanche uomini e donne stanchi. Cinquantenni. Nel mezzo esatto della vita, dove finalmente si capisce. La '76 è una generazione di confine. Nata nell'analogico puro, senza cellulari, senza notifiche, con le estati lunghissime e le porte aperte. Cresciuta negli anni '80 a pane e oratorio, nelle aule della scuola media dove si è formata la prima idea di futuro. Diventata grande nei '90, quando bisognava andare via per studiare, per lavorare. È la generazione che ha imparato a scrivere a mano e poi a vivere online, che ha tenuto un piede a Regalbuto e uno nel mondo. A cinquant'anni ognuno è arrivato con la sua vita in mano. C'è chi ha i figli grandi, chi li ha appena avuti. C'è chi è rimasto, chi è tornato, chi vive lontano e quando torna sente quell'odore di casa che non se ne va mai. C'è il lavoro, che per anni è stato corsa e dimostrazione, e ora finalmente è anche mestiere, identità, a volte stanchezza. Ci sono i genitori che non sono più giovani, e questa è la parte più difficile da dire di questa età.

E poi vi siete seduti allo stesso tavolo. E tutto questo, per una sera, è passato in secondo piano.

Perché a cinquant'anni succede una cosa bellissima: non devi più impressionare nessuno. Le risate sono più libere, gli aneddoti si raccontano senza vergogna, anche quelli che da ragazzi vi facevano arrossire. Ci si prende in giro come allora, ma con una tenerezza nuova. Vi siete riconosciuti negli occhi prima che nei volti. Ed è lì il miracolo. Queste rimpatriate non sono nostalgia. Sono manutenzione dell'anima. In un tempo dove tutto scorre e si consuma veloce, fermarsi per dire "noi c'eravamo e ci siamo ancora" è un atto di resistenza. Appartiene  alle cose che contano. Non fa curriculum, non fa carriera. Fa cuore. Le foto, la torta, il brindisi, quell'applauso un po' scomposto quando si spengono le candeline dei cinquant'anni. Sono riti semplici, e per questo necessari. Servono a dirsi che il tempo passa, sì, ma non ci ha sparpagliati del tutto.

E quell'arrivederci al 2027 è la frase più bella. Perché a cinquant'anni lo sai: non si rimanda più per pigrizia. Se dici arrivederci, è perché hai davvero voglia di rivederti ancora.

Auguri, classe '76.

 
 
 
 
 
 

Alla fine, quel che resta sono 84 morti.

Non numeri. Non un dossier. Non una categoria da talk show. 84 ragazzi marocchini. Con un nome, una faccia, una madre che li aspettava. Ragazzi a cui è stato venduto un miraggio legittimo, quello di una vita migliore, e che di quel miraggio sono stati fatti esca.

Sono stati utilizzati, illusi e mandati a morire. Questa è la cosa che conta. Il resto è rumore. Perché è su quella pelle che si è giocato. Sulla pelle di chi non ha nulla se non la speranza, e sulla speranza si è costruito un ricatto tra Stati, una prova di forza, un messaggio da lanciare all'altra sponda.

Eppure di questo non se ne parla. Non si parla di come sono morti a Ceuta. Non si parla di chi li ha lasciati passare, di chi li ha spinti, di chi li ha guardati annegare o cadere. Non si parla di quella frontiera che è diventata un teatro. Di cosa si parla allora? Si parla di tutt'altro. I politici duellano. Duellano sempre, duelleranno sempre. È il loro mestiere. Un voto in più, un sondaggio in più, una frontiera da sbandierare come un trofeo. I morti sono utili solo se servono alla loro narrazione. I giornali vendono le migliori notizie. E i morti di Ceuta non fanno notizia. Non hanno il morto giusto, al momento giusto, nel posto giusto. Sono troppi per commuovere e troppo pochi per scandalizzare. Così diventano un'arma. Un numero da lanciare nel dibattito sull'immigrazione.

Ma io resto qui, con l'unica cosa che conta davvero.

84 ragazzi che volevano vivere meglio e che invece sono stati mandati a morire.

E allora il pensiero va oltre Ceuta. Non può fermarsi lì.

Va a tutti gli altri ragazzi. Va a quelli che muoiono in Iran, con una corda al collo o un colpo alla schiena, solo perché volevano una vita migliore, una vita più libera, poter dire una parola in più senza paura. Ragazzi a cui è stata spezzata l'esistenza per un velo, per una canzone, per un post.

Va a quelli che muoiono in Ucraina, infilati in una trincea di fango a vent'anni, con addosso una divisa troppo grande. Mandati a morire per una frontiera disegnata da altri, per orgogli di altri. Va a quelli che muoiono in Palestina e in Israele, gli stessi ragazzi, con la stessa paura negli occhi. Da una parte e dall'altra del muro. Vite identiche spezzate dallo stesso identico meccanismo, che li vuole nemici prima ancora che uomini. Va a quelli che muoiono al confine tra il Messico e gli Usa, nel deserto dell'Arizona, disidratati, persi, con in tasca il numero di telefono della madre scritto su un pezzo di carta. Anche loro cercavano solo una vita migliore. Anche loro sono stati illusi e poi abbandonati.

È sempre la stessa storia. Cambia solo la divisa di chi li guarda morire.

Sono sempre giovani. Sono sempre poveri. Sono sempre gli ultimi a cui viene chiesto di pagare il prezzo più alto per le paure e i calcoli dei potenti. Per loro non ci sono minuti di silenzio che durano davvero. Ci sono solo bandiere da sventolare, e poi da ripiegare in fretta quando non servono più. Alla fine, quel che resta non sono le mappe, non sono i confini, non sono le percentuali nei sondaggi.

Quel che resta sono loro. I nomi che non leggeremo mai.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Bisogna partire dal silenzio. Perché la storia della guerra è sempre raccontata come rumore - boati, mitraglie, ordini gridati - ma chi è entrato a Regalbuto quel giorno ricorda il contrario. Il silenzio. Quando la 231ª Brigata Malta, con l'appoggio della 1ª Divisione canadese, riuscì finalmente a penetrare a Regalbuto dopo giorni di combattimenti durissimi, non c'era nessuno ad aspettarli. Nessun mazzo di fiori, nessuna bandiera improvvisata, nessuna mano tesa per una sigaretta. Non per ingratitudine. Perché non c'era più una città dove stare ad aspettare. La gente se n'era andata. Nascosta nelle campagne, nelle grotte, nelle trazzere tra Regalbuto e Troina. Perché vivere dentro le case era diventata una condanna a morte.

Quello che fa più male di ogni retorica: 130 morti civili. Le cronache dell'epoca parlano del bombardamento più feroce, quello del 26 luglio, con 134 morti in un solo giorno. Ma il numero esatto non cambia il senso. Cambia solo il peso che ogni famiglia ha portato. Regalbuto non fu un danno collaterale. Fu un nodo della difesa tedesca. Qui era schierato un reggimento della divisione "Sizilien", trincerato casa per casa. E quando i tedeschi si trincerano in cima a un paese di pietra, gli Alleati non hanno altra risposta che spianarlo dal cielo per poter avanzare.

Per questo più del 70% del centro abitato venne giù. Non crollò. Fu polverizzato.  Le case dei vicoli ridotte a cumuli dove si riconosceva ancora una sedia, un quadro, una madonnina. E sotto, i morti. E intorno, i vivi stremati dalla fame, perché da settimane non entrava più farina, non entrava più acqua, non entrava più niente se non bombe. È questo che i liberatori non capirono subito. Pensavano di liberare un paese. Invece liberarono un'assenza.

Lo sguardo dei canadesi

C'è un dettaglio che spero venga colto  e che è storicamente vero: quando i canadesi entrarono a Regalbuto al seguito delle truppe di occupazione della Brigata di Malta, si trovarono davanti a una scena di distruzione ben più estesa di qualsiasi altra avessero incontrato in Sicilia. Loro venivano dall'avanzata del 31 luglio - 3 agosto, quando la 3a Brigata di fanteria canadese aveva il compito di sfondare tra Catenanuova e Regalbuto per dividere le difese tedesche. Avevano visto Centuripe arroccata, avevano visto Agira insanguinata. Ma Regalbuto era altro. Era vuota e rasa al suolo allo stesso tempo. Una città fantasma senza più nemmeno i fantasmi, perché i fantasmi hanno bisogno di muri a cui restare aggrappati. I diari di quei soldati raccontano lo stesso sgomento. Si aspettavano spari, o abbracci. Trovarono polvere. E il pianto sommesso di chi tornava dai campi per vedere se la propria casa c'era ancora. Hanno pianto i morti.  Ed è giusto così. Perché la prima forma di ricostruzione non è la pala. È il lutto. Dare un nome a chi è sotto le macerie. Coprirlo. Pregare.

Quelli del 1943

E poi arriva la parte che amo di più : "quella popolazione che io chiamo con amore quelli del 1943".

Ho voluto dare un nome collettivo perché non erano più i regalbutesi di prima. Quelli di prima erano contadini, artigiani, madri, bambini. Quelli del 2 agosto erano sopravvissuti. E un sopravvissuto è un uomo diverso. Ha visto la sua città morire e ha deciso, nello stesso istante, di non morire con lei. Quelli del 1943 non hanno aspettato gli aiuti. Non c'erano aiuti. Non hanno aspettato il piano regolatore. Non c'era più un regolatore, non c'era più un piano. Hanno fatto l'unica cosa che una comunità forte e laboriosa sa fare quando tutto è perduto: hanno iniziato da una pietra. Pietra su pietra. Non è una metafora. È cronaca. Hanno tolto le pietre dalle strade per far passare un mulo. Poi hanno tolto le pietre dalle case crollate per farne una capanna. Poi da una capanna hanno rifatto una stanza. Da una stanza, una casa. Da una casa, una chiesa. Monumento su monumento, chiesa su chiesa.  Scavando, lavorando senza sosta.

Senza fotografie sui giornali. Senza medaglie. Mentre il mondo già guardava oltre, verso Cassino, verso lo sbarco in Normandia, verso la fine della guerra. Loro erano ancora lì, con le mani sanguinanti di calce e di pietra lavica.

Ritornare a vivere

Ecco, l'ultima frase che secondo me  dovrebbe essere scritta su una lapide all'ingresso di Regalbuto :

"nell'unico obiettivo possibile: ritornare a vivere."

Non vendicarsi. Non chiedere. Ritornare a vivere.

È un obiettivo che sembra piccolo, quasi banale, dopo tanta morte. Invece è l'unico rivoluzionario. Perché il fascismo aveva promesso l'impero, i tedeschi l'ordine nuovo, la guerra la vittoria. Quelli del 1943 hanno capito che dopo che il 70% di tutto è diventato macerie, l'unica ideologia che regge è rimettere un tetto sopra i figli.

Oggi, quando camminiamo per Regalbuto e la vediamo ordinata, con le sue chiese ricostruite, le sue piazze larghe - più larghe di prima, perché le bombe avevano allargato gli spazi - noi camminiamo letteralmente sopra quel lavoro. Ogni pietra che non è caduta nel '43 è una pietra che qualcuno ha rimesso lì a mano nel '44, nel '45.

Il 2 agosto non è entrato nessuno in città. Ed è proprio per questo che quel giorno è nato tutto. Perché il vuoto che trovarono i canadesi non era la fine. Era lo spazio vuoto dove ricominciare.

Onore, allora, a quelli del 1943. A chi non ebbe fiori da offrire, ma ebbe le mani per ricostruire tutto.

AgoVit

 
 
 
 
 
 
Ottantatré anni ci separano da quei giorni di fuoco, ma il ricordo della battaglia di Regalbuto (31 luglio – 2 agosto 1943) resta una ferita aperta nella storia della Sicilia. Mentre gli eserciti alleati e le forze dell'Asse si contendevano ogni palmo di terra lungo la linea dell'Etna, a pagare il prezzo più alto fu la popolazione civile, travolta da una violenza cieca e devastante.Nelle settimane precedenti allo scontro terrestre, Regalbuto divenne il bersaglio di ripetuti e devastanti bombardamenti aerei alleati. Le bombe rasero al suolo interi quartieri, distruggendo monumenti storici, case storiche e la monumentale Chiesa Madre. Più del 70% del centro abitato fu ridotto in macerie. 
Quando i canadesi entrarono a Regalbuto al seguito delle truppe di occupazione della Brigata di Malta, si trovarono di fronte a una scena di distruzione ben più estesa di qualsiasi altra avessero incontrato in Sicilia.
La città era stata colpita in pieno da bombardamenti e cannoneggiamenti aerei, e quasi nessun edificio era rimasto intatto. Le macerie bloccavano completamente la strada principale, e un passaggio fu aperto solo quando i genieri, con l'aiuto di bulldozer, riuscirono a creare un varco a senso unico lungo una stretta via laterale. Per una volta non ci fu nessuna folla festante ad accoglierli, con le solite grida di richieste di sigarette, cioccolato o biscotti. Il luogo era quasi deserto; la maggior parte degli abitanti era fuggita sulle colline circostanti o nelle gallerie ferroviarie. Solo ora cominciavano a tornare, sporchi, straccioni e apparentemente denutriti, per cercare disperatamente qualche misero avanzo tra le macerie delle loro case distrutte. " 
Per sfuggire alla morte che pioveva dal cielo, migliaia di cittadini cercarono rifugio nelle campagne circostanti, ammassandosi in grotte, gallerie ferroviarie in costruzione e ripari di fortuna. Molti non sopravvissero:
Le vittime innocenti: Furono oltre 130 i civili regalbutesi che persero la vita a causa dei bombardamenti e dei successivi scontri corpo a corpo tra le strade del paese.
Le stragi dimenticate: Alle incursioni aeree si sommarono le violenze a terra. 
I sopravvissuti: Chi restò dovette scavare a mani nude tra le macerie per recuperare i corpi dei propri cari, in un clima di terrore, fame e totale distruzione.
I registri storici e i cimiteri di guerra permettono di tracciare una stima dei soldati caduti nello scontro:
-Canadesi e Alleati.
Si stimano circa 100 soldati morti e oltre un centinaio di feriti per la sola area di Regalbuto.
La maggior parte dei soldati canadesi caduti in questa fase è sepolta nel vicino Cimitero di Guerra Canadese di Agira, dove riposano 485 militari (sui circa 562 totali deceduti nell'intera campagna di Sicilia).
-Tedeschi.
Le perdite della Divisione Hermann Göring furono pesantissime a causa degli incessanti bombardamenti d'artiglieria e aerei alleati.
Si stimano diverse decine di morti (compresi molti dispersi rimasti sotto le macerie), i cui corpi furono successivamente traslati nel Cimitero Militare Tedesco di Motta Sant'Anastasia (Catania).
-Italiani.
Anche per il Regio Esercito si parla di decine di caduti sul campo, tra cui figurano ufficiali come il sottotenente d'artiglieria Giovanni Cattaneo.
Il dovere della memoria
Ricordare quei giorni non significa solo rievocare una pagina di storia militare, ma onorare la memoria di donne, uomini e bambini strappati alla vita dalla furia della guerra. Regalbuto custodisce nel suo silenzio il sacrificio di una comunità che ha saputo risorgere dalle proprie ceneri, riaffermando il valore supremo della pace.
Per quanti vorrebbero approfondire vi rimando al libro scritto da Angelo Plumari 
 
 
Image
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale , ai sensi della legge n° 62 del 7/3/2001.