Primo giorno di conoscenza all'Istituto Comprensivo G.F. Ingrassia. Venti ore di pallavolo per imparare giocando, a fare squadra e a rispettarsi.

REGALBUTO – C’è un primo giorno che vale più di tutti gli altri. Quello in cui ci si guarda negli occhi, ci si presenta e si inizia a fare squadra. Stamattina noi di Link Volley - Scuola di pallavolo Regalbuto abbiamo avuto l’onore di conoscere gli alunni della classe 1ª B a Curvatura Sportiva dell’Istituto Comprensivo G.F. Ingrassia di Regalbuto. Abbiamo voluto presentarci con qualche giorno di anticipo rispetto al 5 ottobre, data ufficiale di inizio del nostro viaggio. Un viaggio che ci porterà, nei lunedì a venire e fino alla conclusione delle 20 ore di attività previste, alla scoperta della pallavolo. Essere i   primi a “rompere il ghiaccio” con l’intera classe è per noi un onore e una responsabilità. Perché la Curvatura Sportiva non è semplicemente due ore in più di Educazione Fisica. È la vera novità scolastica di quest’anno: è l’idea che la pratica sportiva sia un fattore educativo e di crescita a 360 gradi, un contenitore di valori prima ancora che di tecniche. E in questo progetto ci sentiamo parte integrante. In queste 20 ore i ragazzi non dovranno solo imparare a palleggiare o a schiacciare. Dovranno imparare giocando. Imparare a fare squadra. Imparare il rispetto per se stessi e per i propri compagni. Imparare, in modo semplice e concreto, che lo sport unisce. Tutti gli sport. A cominciare dal volley. La pallavolo è lo sport di squadra per eccellenza: non puoi tenere la palla per te, devi per forza affidarti all’altro. È una lezione potentissima, soprattutto a 11 anni. Ringraziamo la Dirigenza e i docenti dell’I.C. Ingrassia per aver creduto in questo percorso e per averci accolto con così tanto entusiasmo.

L’appuntamento è fissato: lunedì 5 ottobre si comincia. Il campo ci aspetta.

Link Volley - Scuola di pallavolo Regalbuto

 
 
 
 
 
 
 

Non smetto di stupirmi.

Ho superato i settant'anni e ancora mi stupisco. Non per una ruga in più allo specchio, quella la conosco. Mi stupisco di come, quasi senza accorgermene, sono passato dall'altra parte della strada. Da quello che giudica a quello che viene giudicato. Da quello che decide chi è vecchio a quello che viene definito vecchio dagli altri. Succede ovunque. Mi capita nel mio impegno sportivo, quando un consiglio viene ascoltato con un sorriso cortese ma non viene seguito, perché tanto "cosa vuoi che sappia". Mi capita in quello politico, dove la mia presenza sembra un ingombro più che una risorsa, un nome da mettere in lista per far numero ma non da ascoltare quando si decide. Mi capita nella vita di ogni giorno, in fila alla posta, dal medico, al bar, quando la mia lentezza viene letta come incapacità e non come il passo di chi ha imparato che correre non serve sempre ad arrivare prima.

E poi c'è la confessione che devo fare, prima a me stesso che a voi che leggete.

Ero anch'io così. Consideravo vecchi quelli che avevano superato i cinquanta. Li guardavo con rispetto, sì, ma con quel rispetto che è già una forma di distanza. Un rispetto che dice: tu hai fatto il tuo tempo, ora guarda noi che facciamo il nostro. A volte non servivano nemmeno le parole. Bastava un'espressione del viso, un cenno di impazienza, un modo di non chiedere più il parere. Chissà come li ho fatti sentire, quei  cinquantenni di allora, con quel mio atteggiamento. Oggi lo capisco perché lo sento addosso. Basta davvero poco, un'occhiata, per farti capire che tutto ciò che hai imparato, tutto ciò che ancora potresti dare, viene rifiutato non perché non vale, ma perché lo porti addosso da troppi anni. I vecchi. È una parola che fa paura. La usiamo come un'etichetta. Appena festeggi il tuo primo giorno da pensionato, il mondo ti applica un timbro invisibile: improduttivo. Come se il valore di un uomo si misurasse solo con ciò che produce in otto ore, con un cartellino da timbrare. Il giorno prima eri un lavoratore, un tecnico, un allenatore, un militante, un punto di riferimento. Il giorno dopo sei un pensionato. E nella testa di molti, pensionato è sinonimo di finito.

Eppure credetemi se vi dico che mi sbagliavo. Mi sbagliavo allora e si sbaglia oggi chi lo crede.

Noi anziani conserviamo un tesoro inestimabile che nessuna università può insegnare e nessun corso di formazione può fornire. È il tempo vissuto. Non è nostalgia, non è il racconto di "ai miei tempi". È la materia stessa della vita che si è depositata. Sono gli errori fatti e riconosciuti, le vittorie che non hanno avuto bisogno di applausi, le sconfitte che ci hanno insegnato più di mille vittorie, le persone amate e perse, le parole dette troppo tardi e quelle dette al momento giusto. È un archivio vivente di ciò che la vita ci ha insegnato quando non guardavamo. Questo tesoro non occupa spazio, non chiede stipendio, non pretende poltrone. Chiede solo una cosa: di essere ascoltato. Non per comandare, ma per consigliare. Non per prendere il posto dei giovani, ma per evitare che inciampino sullo stesso sasso su cui siamo caduti noi.

Vi assicuro una cosa che ho scoperto solo ora. Se il corpo invecchia, e invecchia ogni giorno che passa, è vero, le ginocchia fanno più rumore, il fiato è più corto, la notte è più leggera. Ma il cervello e lo spirito non seguono la stessa curva. Continuano a svilupparsi, al pari dei più giovani, a volte anche di più. Perché finalmente hanno tempo. Tempo per collegare i puntini, per capire il senso di cose che a trent'anni sembravano incomprensibili, per provare una forma di empatia che da giovani era coperta dall'ambizione, dalla fretta di arrivare. Non siamo menti spente in corpi stanchi. Siamo menti finalmente libere in corpi che ci ricordano ogni mattina che il tempo è prezioso. E allora fa male, fa davvero male, quando tutto questo viene rifiutato. Quando basta un'espressione del viso degli altri per dirti: grazie, non serve.

C'è una frase che mi gira in testa da tempo e che voglio lasciare scritta qui, nera su bianco, in questo libro che è la mia seconda memoria: si ricorderà dei vecchi quando passeranno a miglior vita.

È così. Quando non ci saremo più, tireranno fuori le foto, diranno "quanto era saggio", "se fosse qui ci direbbe cosa fare", "quante cose sapeva". Ci celebreranno da morti per non averci ascoltati da vivi. È un rito antico e stupido, a cui non voglio rassegnarmi. Non scrivo questo per pietà. Non voglio che qualcuno chiuda questo libro e dica "poverini, gli anziani". Non siamo poverini. Siamo necessari. Una società che considera i suoi anziani inutili è una società che ha deciso di ricominciare da zero ogni trent'anni, buttando via l'esperienza come si butta un giornale vecchio. E una società che ricomincia sempre da zero è destinata a non andare da nessuna parte.

Se avete settant'anni come me, non accettate questa etichetta. Non ritiratevi. Continuate a dare fastidio, a proporre, a stare in palestra, in sezione, in piazza, al mercato. Se ne avete trenta o quaranta, fate uno sforzo. La prossima volta che un vecchio vi parla, non guardate l'orologio. Guardate gli occhi. Lì dentro non c'è solo il passato. C'è un pezzo del vostro futuro che sta cercando di risparmiarvi dolore.

Io continuo a stupirmi. Ma ho smesso di stare in silenzio.

 
 
 
 
 
 
 

C'è un passaggio, nella nascita di Officina Civica a Regalbuto, che vale più di un programma elettorale. Ed è proprio nella sua definizione.

Non un partito, non una sigla, ma un laboratorio di idee, proposte e partecipazione, dove i problemi diventano progetti. Non un partito, non un movimento, non un'accozzaglia. Ma un insieme spontaneo di persone che vogliono partecipare, in senso largo del termine. Questa è già, di per sé, una rottura. A Regalbuto, come in tanti paesi dell'entroterra siciliano, la politica è stata negli ultimi vent'anni una questione di sigle, di correnti, di tessere contate nelle sezioni. Officina Civica rovescia il tavolo e dice: c'è un bisogno di ascolto. Nasce per creare uno spazio reale e concreto di confronto, nel quale mettere al centro i temi che riguardano Regalbuto, partendo proprio dall'ascolto.

Quella frase che è già un'ammissione

 Il punto più politico di tutta l'intervista a Francesco Bivona non è nelle dieci domande, ma nell'ultima. Alla domanda se diventerà una proposta per le amministrative, la risposta è: "È ancora presto per rispondere. Officina Civica farà certamente la propria parte, ma oggi il nostro impegno è costruire proposte concrete, fattibili e utili per Regalbuto. Queste proposte saranno sicuramente al centro del confronto sul futuro del paese e delle scelte che faremo insieme." È una frase diplomatica solo in apparenza. In realtà è una dichiarazione di metodo e di potenza. Non dice "ci candidiamo". Dice molto di più: dice che comunque andrà, le proposte che nasceranno da questo percorso saranno al centro. Candidati o meno, Officina Civica ha già deciso di dettare l'agenda. E in un paese dove l'agenda politica è da troppo tempo dettata da Roma, da Palermo o da accordi chiusi in una stanza, rimettere al centro le proposte concrete è rivoluzionario. Perché rivela anche la consapevolezza di una verità semplice: in un territorio annebbiato dai fondi del PNRR che hanno spostato l’attenzione su altro, abbiamo dimenticato i veri bisogni del territorio, concreti e quotidiani. Ed è lì che si gioca la novità del 2027.

Il silenzio degli altri è il termometro

L'altro elemento che noto, e che è politicamente evidentissimo, è il silenzio. Alcuni partiti e movimenti storici di Regalbuto tacciono. Non attaccano, non abbracciano, osservano. È il silenzio di chi ha capito che lo schema è cambiato. Finché Officina Civica era solo un'idea, poteva essere archiviata come l'ennesimo comitatino. Ma quando vedi che dentro ci sono persone numerose e diverse tra loro, di generazioni differenti, alcune con tessere diverse, altre senza tessera ma con esperienza nel volontariato, nell'associazionismo, nello sport, capisci che non è catalogabile.

È trasversale. E la trasversalità fa paura a chi ha costruito la sua forza sulla divisione.

Stanno alla finestra per capire fin dove si spingerà. Perché se davvero Officina riesce a fare quello che promette - incontri partecipativi non dove qualcuno parla e gli altri ascoltano, ma dove si lavora insieme per individuare i problemi e costruire soluzioni tecnicamente realizzabili - allora salta il vecchio metodo.

Il metodo: costruire, non calare

Ed è qui il cuore. Il punto, è tutto in quel "costruire proposte concrete".

La politica regalbutese, come quella nazionale, ha vissuto di pacchetti preconfezionati. Programmi scritti da un consulente, calati dall'alto, buoni per ogni stagione. Officina dice l'opposto: "non abbiamo un pacchetto di proposte preconfezionate perché sarebbe contrario al metodo che abbiamo scelto". È un rovesciamento copernicano. Non si parte dall'idea del leader, si parte dal bisogno del cittadino. Non si parte dalla poltrona da occupare, si parte dal problema da risolvere. Questo richiama, con una forza che a Regalbuto ha un suono particolare, il popolarismo di Don Luigi Sturzo. Sturzo non inventò un partito, inventò un metodo: nascere dal basso, dalla gente, dal contatto diretto con i problemi reali, dalla difesa dei ceti più deboli e dalla centralità del municipio come cellula della democrazia. Non a caso Sturzo diceva che la politica è servizio, non occupazione di potere. Officina Civica, che vuole ricostruire un rapporto di fiducia con le persone e lavorare a una proposta condivisa di cambiamento, sta esattamente in quel solco. È sturziana senza bisogno di dirlo.

Perché è già la novità del 2027

Ecco perché l' intuizione è corretta: Officina Civica è già la novità, indipendentemente dalla lista che presenterà o non presenterà nel 2027. Perché introduce tre rotture che i partiti tradizionali non possono più ignorare:

1. Rottura del luogo. Non più dentro le sezioni, svuotate del diritto degli iscritti di decidere nelle assemblee, ma in uno spazio civico aperto anche a chi vuole semplicemente ascoltare, incuriosirsi e avvicinarsi alla politica.

2. Rottura del tempo. Non si parte tre mesi prima delle elezioni con le alleanze. Si parte molto prima con l'ascolto. Si costruisce prima il contenuto, poi il contenitore. È l'opposto del trasformismo elettorale.

3. Rottura dell'alleanza. Il nuovo metodo sulle alleanze  non è più "chi si mette con chi", ma "su cosa ci mettiamo d'accordo". Se le proposte nascono dal coinvolgimento dei cittadini, l'alleanza non è più un calcolo di percentuali, ma una convergenza su cose fattibili e utili. E questo spariglia le carte di un metodo obsoleto. Regalbuto ha un tema drammatico davanti, che Officina ha avuto il coraggio di mettere al centro: lo spopolamento. "Molti giovani vanno via non perché non vogliano impegnarsi, ma perché pensano che nei prossimi dieci anni nulla possa cambiare". La vera novità non è promettere un posto di lavoro, è ridare la speranza che si possa restare o tornare. E la speranza non la ridai con un comizio, la ridai facendo sentire le persone parte delle scelte, non limitate a subire decisioni già prese o calate dall'alto. Sarà interessante,  seguire la prima uscita pubblica. Lì capiremo se il metodo tiene alla prova della piazza, se le tecniche di facilitazione e di coprogettazione funzionano, se la porta davvero aperta a tutti non diventa una porta girevole.

Ma una cosa è già chiara: a Regalbuto si è riaperto uno spazio reale e concreto di confronto. E quando in un paese si riapre uno spazio, quel paese ricomincia a pensare il suo futuro. Officina Civica, che faccia una lista o che si limiti a mettere le sue proposte al centro del confronto, ha già vinto la sua prima battaglia culturale.

AgoVit

 
 
 
 
 
 
 

Un teatro chiuso a Taranto. Il famoso Cine Teatro Alfieri.  Era il 1971 . Fuori forse odore di nafta, di mare d'inverno. Dentro tutto esaurito e  un centinaio di ragazzi con la divisa ancora nuova, le prime uscite dalla caserma, i capelli tagliati da poco. Sul palco i New Trolls attaccano quell'arpeggio di chitarra che sembra già tramonto. E vnoi, senza metterci d'accordo, cantiamo tutti. Chi urla, chi bisbiglia. Con quelle lacrime da nascondere, perché un marinaio non piange. È per questo che quel brano ci è rimasto nel cuore. Non è solo una canzone. È una fotografia di quello che eravamo.

Le parole, riga per riga, sono la nostra storia

La canzone ha due tempi, come la vita.

L'infanzia, la casa.

Quando tornava mio padre sentivo le voci [...] Mi nascondevo nell'ombra del grande giardino Poi mi mettevano a letto finita la cena [...] Io rimanevo da solo ed avevo paura

 È il ricordo caldo, protetto. Il padre che torna, la madre che spegne la luce. Quel misto di sicurezza e di piccola paura di restare soli, che da bambini non confessiamo mai: "rimani un po'". Per vnoi reclute a Taranto, quella era la carezza. La casa lasciata da pochi giorni, la fidanzata, la madre, il cortile. Il profumo di qualcosa che fino a un mese prima davi per scontato.

Poi l'autunno, la scoperta della mancanza. " Quelle giornate d'autunno sembravano eterne [...] E rimanevo a pensare, mi manchi tu "

 Qui la voce cresce. Non è più il bambino nel giardino, è il ragazzo che capisce per la prima volta che qualcuno può mancare davvero. Quell'ombra negli occhi di sua madre diventa la sua ombra. È esattamente quello che prova un giovane militare la prima volta che è lontano: capisci che l'assenza ha un peso fisico.

E poi arriva il ritornello, che è un dilemma esistenziale, non un ritornello pop: Non so più il sapore che ha / Quella speranza che sentivo nascere in me / Non so più se mi manca di più / Quella carezza della sera o quella voglia di avventura / Voglia di andare via di là

 Perché per noi faceva così male, e così bene

Tutta la canzone sta in quell'o. Quella carezza della sera o quella voglia di avventura. Per un ragazzo di vent'anni in Marina, quelle due cose non sono in opposizione, sono la stessa cosa che ti spacca in due:

La carezza della sera è tutto ciò che è morbido, conosciuto. Non è solo una donna. È la mano di tua madre sulla fronte, è la sera d'estate al paese, è l'amore lasciato alla stazione con la promessa "torno presto". È una carezza che arriva piano, come dice il titolo, ti sfiora e se ne va. Proprio come un ricordo. La voglia di avventura è il motivo per cui ti sei arruolato. Voglia di andare via di là. Quel "di là" è bellissimo perché non ha una meta. Non è "andare a La Spezia" o "andare in America". È andare via. Oltre l'orizzonte del Mar Grande, oltre il paese. È la spinta che ha fatto , salire sul treno, dire "vado a vedere il mondo".

E i New Trolls, che in quel periodo stavano lasciando il rock progressico  per tornare a una poesia più semplice - scritta da Bardotti, Belleno, De Scalzi e gli altri - ti mettono davanti alla verità: non saprai mai quale delle due ti manca di più. E non devi scegliere.

Quella sera in teatro ci siamo commossi  tutti insieme perché, per la prima volta, qualcuno ci dava il permesso di sentire entrambe le cose senza vergogna. Potevi essere forte con la divisa, e allo stesso tempo avere una nostalgia che ti stringeva lo stomaco. Potevi avere voglia di partire per mare e allo stesso tempo voler tornare a casa di corsa. Cantare a squarciagola era il nostro modo di dire: "sì, mi manchi tu". Sottovoce, con le lacrime nascoste dentro, era il modo di custodire quella carezza, per portarla con noi in mare il giorno dopo.

È rimasta nel cuore perché non invecchia. Ogni volta che la riascolto, torna quel ragazzo di Taranto, diviso perfettamente a metà tra le cose che avevo  lasciato e il mare davanti.

Da poco è nata Officina Civica, uno spazio reale e concreto di confronto, aperto a tutti coloro che hanno a cuore il futuro della nostra Città. Non un partito, non una sigla, ma un laboratorio di idee, proposte e partecipazione, dove i problemi diventano progetti e le critiche diventano proposte costruttive. Per capire meglio chi è, cosa vuole fare e quali sono i suoi obiettivi, abbiamo voluto incontrare Francesco Bivona, componente di Officina Civica. Con lui abbiamo parlato di come è nata l'idea, di cosa significa oggi fare impegno civico e di quali sono i primi temi su cui Officina vuole accendere i riflettori.

  1. Cosa è Officina civica e Perché nasce?

C’è un bisogno di ascolto. Officina Civica nasce per creare uno spazio reale e concreto di confronto, nel quale mettere al centro i temi che riguardano Regalbuto, partendo proprio dall’ascolto. In un territorio annebbiato dai fondi del PNRR che hanno spostato l’attenzione su altro, abbiamo dimenticato i veri bisogni del territorio, concreti e quotidiani, che dobbiamo ascoltare per tornare ad affrontarli.

Per costruire un vero cambiamento è necessario incontrarsi, ascoltarsi e discutere insieme dei problemi e del futuro del nostro paese. Solo così possiamo ricostruire un rapporto di fiducia con le persone e lavorare a una proposta condivisa di cambiamento.

  1. Perché vi definite «non un partito, ma un’officina»?

Perché immaginiamo Officina Civica come un laboratorio aperto a tutti, nel quale le decisioni e le proposte si costruiscono insieme. I partiti esistono già e con loro vogliamo dialogare. Molti dei nostri componenti hanno tessere di partito, anche diverse tra loro, ma da tutti emerge la necessità di costruire un dialogo serio ed aderente ai bisogni della nostra comunità. Quello che oggi manca, secondo noi, è uno spazio civico nel quale possano confrontarsi sia le persone che hanno una tessera di partito, sia quelle che provengono dal volontariato, dall’associazionismo, dallo sport o da altre esperienze. Uno spazio aperto anche a chi vuole semplicemente ascoltare, incuriosirsi e avvicinarsi alla politica.

  1. Chi sono le persone che hanno dato vita al Comitato?

Sono persone numerose e diverse tra loro. Appartengono a generazioni differenti e portano esperienze, idee e competenze diverse. Alcune hanno una tessera di partito, altre no. Ci unisce la volontà di costruire un percorso nuovo per Regalbuto, mettendo a disposizione della comunità il contributo di ciascuno.

  1. Quale messaggio vorreste rivolgere a chi guarda con diffidenza alla nascita di questo nuovo gruppo?

Pensiamo che la differenza la facciano le persone. Abbiamo deciso di metterci la faccia perché crediamo che il contributo di ciascuno possa essere importante e che idee ed energie nuove possano generare cambiamento. A chi guarda Officina Civica con diffidenza diciamo una cosa molto semplice: la porta è aperta. Non abbiamo preconcetti, né ambizioni se non l’obbiettivo di mettere al servizio esperienze, competenze e proposte concrete. Venite a conoscerci, ad ascoltare e a portare il vostro punto di vista per costruire proposte concrete.

  1. In che cosa Officina Civica vuole distinguersi dalle esperienze politiche già presenti o vissute in passato a Regalbuto?

Vogliamo distinguerci soprattutto per il metodo. Crediamo nella forza delle persone che lavorano insieme e nell’intelligenza collettiva. Regalbuto ha bisogno di cittadini che possano sentirsi parte delle scelte, non limitarsi a subire decisioni già prese o calate dall’alto. Per questo vogliamo costruire proposte attraverso il confronto, l’ascolto e la partecipazione. Questa però non si improvvisa, ha bisogno di metodo e di esperienze che sono già al nostro interno messe a disposizione di tutti.

 

  1. Quale spazio avranno i giovani, le donne, le associazioni e le persone che finora sono rimaste lontane dalla politica?

La porta è aperta a tutti. Chi vuole semplicemente condividere un bisogno, un problema o un’idea troverà uno spazio di ascolto. Chi invece desidera impegnarsi maggiormente potrà partecipare in modo attivo e diventare parte del percorso. Vogliamo che ciascuno possa scegliere liberamente come e quanto contribuire.

  1. In che modo intendete ascoltare e coinvolgere concretamente i cittadini?

Già dalle prossime settimane avvieremo un ciclo di incontri aperti di ascolto e coprogettazione, ai quali inviteremo tutta la cittadinanza, ma voliamo bassi. L’obiettivo non è mettere insieme tante persone ma chi vorrà starci liberamente in uno spazio aperto a tutti.  Saranno incontri partecipativi, organizzati e facilitati attraverso tecniche specifiche capaci di raccogliere il contributo di tutti. Non saranno eventi nei quali qualcuno parla e gli altri ascoltano. Lavoreremo insieme per individuare i problemi, capire come affrontarli e costruire soluzioni concrete e tecnicamente realizzabili.

  1. Quali proposte concrete volete costruire per il futuro del paese?

Vogliamo partire dai temi più urgenti per Regalbuto e dai bisogni reali delle persone. Abbiamo chiare le direttive principali ma non abbiamo un pacchetto di proposte “preconfezionate” perché sarebbe contrario al metodo che abbiamo scelto.

Le proposte saranno costruite insieme ai cittadini, attraverso gli incontri e il confronto, verificando che siano concrete, fattibili ma sopratutto utili per il paese.

  1. Come pensate di affrontare lo spopolamento e la progressiva perdita di giovani?

È un tema molto importante, forse il tema principale su cui devono ruotare tutte le iniziative che stiamo mettendo in campo, un tema che non può essere affrontato con risposte semplici o slogan. Abbiamo aderito al Patto per Restare, una rete di organizzazioni civiche impegnate sul diritto a restare nei propri territori, che ha già presentato all’Assemblea regionale siciliana la proposta di legge “Sicilia, Regione a disoccupazione zero”.

Partiamo da un dato che ci preoccupa: molti giovani vanno via non perché non vogliano impegnarsi, ma perché pensano che nei prossimi dieci anni nulla possa cambiare. Vogliamo provare a invertire questa convinzione, costruendo un percorso nel quale sia possibile partecipare e impegnarsi concretamente per cambiare le cose. Ridare la speranza che si possa restare qui o ancora meglio che si possa tornare a Regalbuto.

  1. Officina Civica diventerà anche una proposta per le prossime elezioni amministrative?

È ancora presto per rispondere. Officina Civica farà certamente la propria parte, ma oggi il nostro impegno è costruire proposte concrete, fattibili e utili per Regalbuto. Queste proposte saranno sicuramente al centro del confronto sul futuro del paese e delle scelte che faremo insieme.

 

Lo spopolamento di oggi non è più il Treno del Sole del 1974, ma il meccanismo sotto è lo stesso. Allora si partiva perché non c'era lavoro. Oggi si fa fatica a tornare perché il lavoro che c'è non basta a far tornare. I numeri lo dicono senza retorica. Il report Istat di giugno 2025 sulle migrazioni interne fotografa che nel biennio 2023-24 ci sono stati 241 mila trasferimenti dal Mezzogiorno al Centro-Nord e 125 mila sulla rotta inversa, con una perdita secca di 116 mila residenti per il Sud. E non è solo chi parte per la prima volta, è chi non rientra più.

1. Il lavoro c'è, ma è povero e precario

Paradossalmente il Sud oggi lavora di più di ieri. Il tasso di occupazione ha toccato il 51,1%, il massimo storico dall'inizio delle rilevazioni. Tra il 2021 e il 2024 sono stati creati quasi mezzo milione di posti nel Mezzogiorno spinti da PNRR e investimenti. Eppure negli stessi anni 175 mila giovani lasciano il Sud in cerca di opportunità. Perché? Perché l'occupazione cresce ma resta più bassa di 20 punti rispetto al Nord, con salari medi più bassi del 15-20%, contratti a termine, part-time involontario, stagionalità legata al turismo e all'agricoltura. Per una giovane laureata di Regalbuto o di Centuripe, la differenza non è tra lavoro e non lavoro, è tra un tempo indeterminato a 1.400 euro a Torino o Milano e un co.co.co. a 800 euro a Enna, senza prospettiva di crescita. Nel 1974 si  accettava perché era a tempo indeterminato. Oggi è proprio quello che manca.

Torino da sola registra 16.840 iscrizioni dal Sud, circa il 15,7% degli universitari presenti. E una quota crescente non si ferma al Nord: nel 2024 circa 13.000 laureati meridionali hanno lasciato direttamente l'Italia. Perché? Perché percepiscono, a torto o a ragione, più meritocrazia, più possibilità di fare carriera senza raccomandazione, più aziende strutturate dove la robotica che studiano a Regalbuto o l'alberghiero che studiano a Centuripe diventa davvero un mestiere con livelli, scatti, formazione continua.

3. I servizi che decidono se resti o resisti

Quando avevi 20 anni bastava un lavoro. Oggi per restare a 30 anni serve un ecosistema. Sanità e mobilità. Treni che arrivano in orario, un ospedale dove non devi andare a Catania per un esame, una strada che non si chiude per una frana. Un aeroporto che non si ferma per la cenere del vulcano , le strade provinciali e statali percorribili .  Welfare. Asili nido: al Sud la copertura è intorno al 15% contro oltre il 30% al Centro-Nord. Se sei una giovane coppia, tornare significa spesso scegliere tra un figlio e il lavoro. Reti. Al Nord in tre anni ti sei fatto un giro di colleghi, fornitori, amici. Al Sud dovresti ricominciare da zero, spesso in un paese dove tutti si conoscono ma le opportunità girano poco. E la concorrenza - capita anche questa - spesse volte è sleale. 

4. La vita nel frattempo è andata avanti

Questo è il punto più umano e meno detto nei rapporti. Chi è partito a 19 anni oggi ne ha 32. Ha un compagno o una compagna conosciuta a Bologna, un mutuo a Modena, un figlio che va all'asilo a Susa. Non è che non vuole tornare in Sicilia. È che tornare significherebbe sradicare di nuovo, come hnno  fatto dal sud al nord , ma al contrario. E allora si crea quel circolo vizioso che i demografi descrivono da anni: meno giovani restano, meno servizi tengono aperto, meno servizi ci sono, meno giovani tornano.

5. Cosa li farebbe tornare davvero?

Il lavoro si programma.

Non basta dire "tornate". Serve creare le condizioni prima, per i Comuni. Programmazione, non bandi. Un piano industriale di paese: che imprese voglio tra cinque anni a Regalbuto? Che filiera lego tra scuola di robotica, aziende agricole, manutenzione? Stabilità prima di tutto. Un tempo indeterminato, anche con stipendio iniziale più basso, pesa più di tre bonus. È quello che ha fatto tornare chi poteva mantenere lo stesso stipendio e tenore di vita . Rete di ritorno. Sportelli veri per chi vuole rientrare, case a canone calmierato per i primi due anni, asili, coworking, collegamenti. Non incentivi una tantum. I ragazzi del Sud non sono scappati per mancanza di amore per la propria terra. Sono andati via perché altrove l'amore per la terra si poteva trasformare in una vita. Quella vita l'hanno vista e vissuta altrove , i figli sono cresciuti , già escono con gli amici , ti muovi in strade percorribili, con i treni da un luogo all'altro , tra una regione all'altra , arrivi da Milano a Roma in tre ore e mezzo, torni per le vacanze in aereo per salutare gli amici , i parenti e , se sono ancora vivi , i genitori. La loro vita è lì ! Tornare significherebbe ricominciare. Il divario tra Nord e Sud c'è ancora. 

 
 
 
 
 
 

 
 
 
 

Questa è la frase che mi è rimasta più vera di tutte. Perché a Regalbuto, da giovane, io stavo bene. Avevo finito i due anni di militare a Taranto, in Marina. Macchinista, sottufficiale. Mi ero congedato da Sergente Maggiore con 175 mila lire di stipendio, quando un impiegato ne prendeva 80. Non era poco. Era dignità, era un futuro che si poteva già toccare. Eppure ebbi il coraggio sfacciato di rinunciare. E poi quella domanda per insegnare Educazione Tecnica a Torino, spedita nel 1973. Non ricordavo nemmeno di averla mandata. L'avevo fatta convinto che fosse inutile, una di quelle cose che si fanno perché te lo dicono, ma tanto non chiamano mai. E invece chiamarono.

Mi telefonò la Preside di Susa. Voce secca, del nord. " Accetta  l'incarico a tempo indeterminato? " La mia risposta fu " Preside significa per tutta la vita ? " Lei sorrise e sapete già quale fu la sua risposta . Ho detto sì. Così, senza grandi calcoli. Ho detto sì e ho lasciato Regalbuto il 4 gennaio 1974.

Il Treno del Sole 

Ho preso il famosa Treno del Sole , con la cuccetta. Catania Torino. Non ero un caso isolato, ero uno di migliaia. Quel treno era l'Italia intera che si spostava. Le valigie chiuse con gli spaghi e i lacci fatti passare fuori dai finestrini per non perderle, la folla sul marciapiede, le lacrime ai saluti che non volevano finire. Il fischio lungo, poi il buio dei finestrini e il viaggio infinito. Ricordo il saluto alla Madonna sullo stretto di Messina , ricordo l'indicazione " NORD " che mi fece pensare cosa eravamo noi siciliani ?  Mi ricordo la neve. La vidi per la prima volta ad Alessandria. Bianca, sporca ai bordi della ferrovia. Io che venivo dalla pietra calda di Regalbuto e mi ritrovavo a guardare quella distesa muta. Poi Torino, poi Susa. Un altro mondo, freddo fuori e caldo dentro le case degli altri.

Ero tra i fortunati

Me ne sono accorto subito. Quando mi chiamavano "professore" mi voltavo per capire chi stessero chiamando. Non ci credevo. Mi sembrava un vestito troppo grande. Altri non avevano questa fortuna. Tanti, tantissimi, andavano tutti alla Fiat. Vivevano in cinque o sei in una stanza sola, con un water fuori sul ballatoio, in baracche di lamiera che d'inverno gelavano. Lavoravano a catena, si spaccavano la schiena. Erano braccia, così li chiamavano. Braccia siciliane, calabresi, lucane.

Ecco cos'era lo spopolamento. Non una parola da convegno. Era un paese che si svuotava perché non c'era lavoro stabile. Il Sud non è stato abbandonato, si è spopolato da solo per necessità. Interi paesi sono diventati una riserva di manodopera per il nord. Le case chiuse, le strade più vuote, le feste patronali con sempre meno giovani a portare il Santo. Le campagne di grano abbandonate o per necessità vendute.

Lo spopolamento non è una parola nuova

Oggi quando sento parlare di spopolamento in televisione, nei dibattiti, sembra che abbiano inventato un termine nuovo. Ne parlano come di un'emergenza di oggi. Ma di cosa parliamo? Il Sud si è spopolato da molto tempo immemore con i primi viaggi in nave verso le Americhe  . Il Sud si è spopolato dal 1954 quando iniziò a camminare sulle rotaie il Treno Del Sole , divenedando esso stesso simbolo dello spopolamento e del legame tra il Sud povero e il Nord che aveva bisogno delle nostre braccia per sviluppare le proprie industrie.  Allora partivamo con una valigia di cartone. Oggi i ragazzi partono con un trolley e una laurea in tasca, con un Erasmus fatto e l'inglese parlato bene. Cambia la forma, non la sostanza. Partono lo stesso. E la domanda è sempre la stessa: cosa offriamo a una giovane laureata, a un ragazzo che ha fatto l'alberghiero, a un operaio specializzato, se non un contratto di tre mesi, sottopagato, a chiamata, senza contributi decenti? Vogliono restare, i giovani. Nessuno vuole davvero andare via dalla propria terra se può restare con dignità. Ma restare per fare cosa?

Oggi il lavoro c'è, ma non trattiene

Tocca dirlo con chiarezza. Oggi il lavoro, in qualche forma, c'è. A Centuripe c'è l'alberghiero che forma ragazzi bravissimi, a Regalbuto c'è la robotica, una scuola che guarda al futuro, ci sono progetti, c'è l'Erasmus che apre la testa. Le scuole preparano, e anche bene. Poi però li perdiamo. Li formiamo qui e li facciamo lavorare altrove, perché qui l'offerta è precaria o non c'è affatto. È come riempire una cisterna bucata. Il lavoro si programma. Non nasce per caso, non arriva per miracolo. Creare le condizioni per lavorare vuol dire che un Comune, una Regione, ci ha già lavorato prima. Ha pensato alle infrastrutture, alle zone artigianali che non siano solo cartelli, alla banda larga che funzioni davvero, ai trasporti, a un dialogo vero con le imprese, a sgravi che non siano elemosina ma investimento. Vuol dire che un sindaco sa già, a gennaio, cosa vuole che succeda a settembre. Cosa è stato fatto fino ad ora? Poco, a tratti. Tanto annuncio, tante inaugurazioni, poca continuità. Si è vissuto di assistenza e di attese, non di programmazione. Io non volevo partire nel 1974. Sono partito perché c'era un posto fisso che qui non c'era. Oggi un ragazzo di Regalbuto non vuole partire nel 2026 per lo stesso identico motivo. È cambiato il treno, non è cambiata la ragione. Se vogliamo che restino, dobbiamo smettere di raccontare lo spopolamento come una fatalità. È una scelta politica mancata. Restare deve convenire, non deve essere un atto di eroismo. Deve significare uno stipendio dignitoso, una casa che puoi permetterti, la possibilità di farti una famiglia dove sei nato. I ragazzi del Sud non sono scappati per mancanza di amore per la propria terra. Sono andati via perché altrove l'amore per la terra si poteva trasformare in una vita. E per tornare non chiedono retorica sullo spopolamento, chiedono quello che chiedevo nel 1974: un lavoro stabile dove poter restare senza sentirsi fortunati per caso. 

Quel Treno del Sole  non è mai stato solo un treno. È stato la nostra storia. E finché non avremo il coraggio di programmare il lavoro invece di subirne la mancanza, continuerà a partire, ogni giorno, anche senza fischiare.

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Divano, copertina e popcorn. Il ritorno dell'Elevato da Fedez e Marra si annuncia scoppiettante

Il ritorno di Beppe Grillo si preannuncia scoppiettante, e forse anche politicamente rilevante. L'appuntamento è per lunedì 21 settembre ai microfoni di Pulp, il podcast di Fedez e Mr. Marra, che apre la nuova stagione proprio con l'ex garante del Movimento 5 Stelle. La registrazione è avvenuta quattro giorni fa, ma è bastato poco per far scoppiare il bailamme. Secondo quanto anticipato dal Corriere della Sera, Grillo avrebbe parlato di voler fondare un nuovo partito. Ipotesi che, però, viene smentita seccamente proprio dai social di Pulp.

"Il fantastico bailamme di dichiarazioni scoppiato negli ultimi giorni intorno alle ipotetiche dichiarazioni fatte da Grillo nel primo episodio della nuova stagione di Pulp Podcast, è davvero surreale. Per il semplice fatto che le parole attribuite all’ex garante del Movimento 5 Stelle dal Corriere della Sera non sono mai state pronunciate nel corso della registrazione. Come potrete vedere tutti il 21 settembre"

chiarisce lo staff del podcast in un post scriptum piuttosto eloquente.

E quindi, se non è un nuovo partito, cosa dirà Grillo? Chi lo conosce bene assicura che l'ex comico genovese è più agguerrito che mai contro chi oggi guida la creatura a cui lui aveva dato la luce e che, circa due anni fa, lo ha messo alla porta: Giuseppe Conte. "Beppe - confida uno dei suoi fedelissimi - è molto in forma e molto determinato nel riprendersi il suo simbolo". A dimostrazione che nonostante i 78 anni il piglio di un tempo non l'ha perso, la stessa fonte aggiunge un dettaglio: "Per il suo compleanno si è fatto quattro chilometri a nuoto". Il simbolo, il Movimento, la paternità politica. È su questo che si giocherebbe la partita, più che sulla fondazione di un nuovo soggetto. Del resto, ricorda chi gli è vicino, "è anche un comunicatore incredibile: con un semplice stato su Whatsapp può far parlare di lui mezza Italia".

Niente annunci di partito, dunque. Ma la voglia di tornare al centro del ring, quella sì, sembra intatta.

Per capire cosa ha detto davvero l'Elevato, non resta che aspettare. Divano, copertina e tanti pop corn. Lunedì 21 settembre, su Pulp.

Firenze, 15 settembre 2026. Vent'anni fa, nella sua Firenze, moriva Oriana Fallaci. Aveva 77 anni, segnata da un cancro che combatteva da tempo. Era nata nella stessa città il 29 giugno 1929, sotto le bombe della guerra, e lì aveva voluto tornare alla fine. Per ricordarla, una frase sola basta. È in Un uomo, 1979:

«Ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di sé stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà».

Non è uno slogan. È il testamento laico di tutta la sua opera.

Il nocciolo di ogni libertà

Fallaci non ha mai creduto che la libertà fosse un concetto da manuale, una parola da comizio. Per lei la libertà cominciava molto prima, in un punto minuscolo e scomodo: la coscienza individuale. Un uomo è il libro che dedica ad Alekos Panagulis, l'eroe greco che attentò alla dittatura dei colonnelli, amato e perduto. Ma non è solo una storia d'amore. È una domanda su cosa significa restare un individuo quando tutto ti chiede di diventare parte di qualcosa: partito, ideologia, coppia, folla. Da lì nasce la sua idea più radicale: ciascuno è qualcuno. Non qualcosa da sciogliere in un noi. Ognuno è prezioso non perché speciale, ma perché responsabile. Artefice di sé stesso. E l'io non è egoismo, è l'ultimo presidio. Se cede quello, cede tutto. Lo aveva imparato da bambina, staffetta partigiana a Firenze, poi da inviata di guerra in Vietnam, in Messico, in Medio Oriente, poi nelle stanze del potere a intervistare chi il potere lo incarnava. Khomeini, Kissinger, Arafat, Gheddafi. Sempre con la stessa irriverenza: non abbassare lo sguardo.

Essere se stessi ha un prezzo

È la seconda parte di quella frase a renderla vera, ed è quella che si  ricordi: essere se stessi non è sempre semplice. Fallaci lo sapeva. Significa esporsi. Contraddire. Restare soli. Non si è mai adattata allo sguardo degli altri, né al conformismo del suo tempo. Negli anni Settanta fu criticata dalla sinistra che pure l'aveva amata, negli anni Duemila fu osannata e detestata per La rabbia e l'orgoglio e per i libri successivi. Non cercò mai un posto comodo. Pagò con processi, isolamento, lettere d'odio, ma anche con un amore ostinato e fedele dei lettori. Perché il suo invito a ragionare col proprio cervello non era retorica. Era un esercizio faticoso. Vuol dire accettare di poter sbagliare da soli piuttosto che avere ragione in gruppo. Vuol dire non delegare il giudizio.

Lettera a un bambino mai nato, Insciallah, Un uomo: sono libri diversi, ma dicono la stessa cosa. La vita non è un'astrazione collettiva. È singolare, fragile, testarda.

Perché vent'anni dopo ci riguarda ancora

Oggi quella frase suona quasi sovversiva. Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di adattarci allo sguardo altrui, di performare, di allinearci. L'algoritmo premia il conformismo più veloce, il pensiero più condivisibile. Fallaci ci ricorda l'opposto: la libertà non inizia fuori, nelle istituzioni o nelle piazze. Inizia dentro. Nel difendere quel nucleo intimo, intrasferibile, che è il nostro io. Non l'io esibito, gridato. L'io pensato. Quello che ragiona, che dubita, che si prende la responsabilità di dire: io la penso così, anche se resto solo. Vent'anni dopo, non serve essere d'accordo con tutto ciò che ha scritto per sentirne la mancanza. Manca una voce che non chiedeva permesso. Manca qualcuno che ci ricordasse che ciascuno è qualcuno. E forse il modo più onesto di ricordarla oggi non è celebrarla come un monumento, ma fare ciò che ci chiedeva.

Ragionate col vostro cervello.

Difendete il vostro io.

 
 
 
 
 
 
 

Nella sala Paolo VI il 16 settembre prossimo alle ore 19,00 a cura della sezione del PD di Regalbuto si svolgerà il convegno : " Regalbuto dove nasci conta" . 

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