Regalbuto, 5 giugno 2026 – La stagione irrigua è alle porte e nelle campagne tra Regalbuto, e la contrada Sparacollo cresce l'ansia. Dopo le notizie circolate sui social su guasti all'impianto di distribuzione a valle della diga del Lago Pozzillo, i produttori – soprattutto di agrumi – temono non un semplice ritardo, ma un vero stop nel momento più delicato, con il caldo intenso che avanza. Le piogge dei mesi scorsi hanno riempito in parte gli invasi e alimentato una cauta speranza, ma non bastano a rassicurare. A complicare il quadro, da quest'anno l'accesso all'acqua dovrebbe avvenire con le nuove schede elettroniche. Molti agricoltori riferiscono, però, che le tessere non risultano ancora attive, e l'assenza di comunicazioni ufficiali chiare alimenta voci e malumori.

Cosa è successo a Sparacollo

Il punto caldo è l'impianto irriguo in contrada Sparacollo. Ieri, 4 giugno, Vittorio Angelo Longo – sindaco e responsabile del settore manutenzione – ha pubblicato su Instagram la mappa del "COMPRENSORIO IRRIGUO POZZILLO", con le condotte primarie e secondarie che servono l'area. Nel testo Longo spiega di aver appreso di una riunione di agricoltori a Sparacollo, alla presenza del Commissario Straordinario dei Consorzi della Sicilia orientale, dott. Ferrantello. Pur non potendo partecipare, assicura che l'amministrazione sarà rappresentata e che, nel suo ruolo, è pronto a far intervenire uomini e mezzi del Consorzio 6 di Enna per limitare i disservizi. Il post sottolinea le rassicurazioni arrivate dal Commissario, con l'obiettivo dichiarato di mantenere trasparenza e mostrare una risposta coordinata.

I lavori che non finiscono

Il timore dei ritardi ha una base concreta. L'impianto a valle della diga Pozzillo è oggetto di un intervento di ristrutturazione – 5° lotto di completamento, 2° stralcio – finanziato con 10,41 milioni di euro nell'ambito del PNRR. Secondo i dati ufficiali, il progetto - pare -  risulta ancora "in corso" e i pagamenti sembrerebbe  risultino fermi al 2025, senza avanzamenti registrati per i primi trimestri del 2026. È questo cantiere aperto, unito a segnalazioni di rotture localizzate alle tubazioni, che fa temere slittamenti nell'avvio della distribuzione.

Un lago sotto stress da anni

Il Pozzillo non è nuovo alle crisi. Un'analisi satellitare pubblicata nel 2025 mostra, con un timelapse dal 2016 al 2024, un calo evidente dei livelli, attribuito a estati più lunghe e calde, piogge diminuite e domanda crescente. Paradossalmente, a gennaio 2026 lo stesso invaso era stato aperto dagli scarichi ENEL per eccesso di acqua dopo maltempo, a dimostrazione di un regime sempre più estremo, tra piene improvvise e siccità prolungate. Per gli agricoltori significa una sola cosa: non si può contare sull'abbondanza momentanea, serve un sistema di distribuzione affidabile. Il passaggio al prelievo controllato con card doveva razionalizzare i consumi e garantire equità. Sul campo, però, molti denunciano di non aver ricevuto l'attivazione, né istruzioni operative su dove e come ritirarle. Senza card funzionanti, anche se l'acqua arrivasse alle condotte, resterebbe il rischio di non poterla prelevare regolarmente. È il vuoto informativo a pesare più del guasto tecnico: gli agricoltori chiedono date certe di apertura dei turni irrigui, un calendario per coltura e un punto unico di assistenza per le tessere.

Cosa rischiano gli agrumi

Con temperature che a giugno in Sicilia interna superano già i 32-34°C, gli agrumeti in fase di allegagione non possono attendere. Un ritardo di 10-15 giorni nell'irrigazione di soccorso significa cascola, pezzature ridotte e stress idrico che si paga per tutta la stagione. La pioggia primaverile ha aiutato i seminativi, ma per le arboree serve continuità. Ed è qui che l'alternanza climatica, da sola, non basta.

Cosa aspettarsi adesso

Dai messaggi istituzionali emergono tre impegni concreti: Presidio tecnico immediato: il Consorzio 6 di Enna ha dichiarato disponibilità di squadre per riparazioni d'urgenza sulle condotte di Sparacollo. Coordinamento con il Commissario: la riunione con il dott. Ferrantello dovrebbe portare a un cronoprogramma pubblico di avvio. Comunicazione diretta: Longo ha scelto Instagram per aggiornare in tempo reale, segno che il rispetto del tempismo nella comunicazione  sta spingendo le istituzioni a parlare fuori dai canali tradizionali. Resta da capire se le schede elettroniche saranno sbloccate in tempo e se i lavori PNRR permetteranno una portata sufficiente per tutti i turni. Per ora, a Regalbuto e dintorni, gli agricoltori guardano il livello del lago, il cielo e, soprattutto, il telefono, in attesa di quel messaggio che dica: l'acqua parte, ecco il tuo turno. 

L'addio era nell'aria da mesi, ma adesso è nero su bianco, affidato alle pagine de Il Foglio. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, esce dal Partito democratico dopo 19 anni. Non è un fulmine isolato: a inizio maggio anche l'ex ministra Marianna Madia aveva lasciato i dem per approdare da indipendente al gruppo di Italia Viva. Picierno, in Europa, non resta senza casa. Aderisce al Partito democratico europeo guidato da Sandro Gozi ed entra nel gruppo Renew Europe. La sua scheda biografica è già aggiornata: "Partito Democratico Europeo (dal 2026). In precedenza: PPI, DL, PD (2007-2026)".

Le ragioni, parola per parola

"Credo che il Pd abbia progressivamente smesso di essere la casa dei riformisti", dice a Il Foglio. Il punto di rottura, per lei, non è una lite di corrente ma un cambio d'epoca.

"Probabilmente quando, nel pieno della più grave crisi di sicurezza europea dalla fine della Guerra fredda, il dibattito sulla Difesa comune si è trasformato in una discussione prevalentemente identitaria. Non perché le differenze di opinione siano un problema. Al contrario. Il problema nasce quando si perde la percezione della natura del tempo storico che si sta attraversando".

E ancora:

"L'aggressione russa contro l'Ucraina non riguarda soltanto il destino di un Paese aggredito. Riguarda la tenuta dell'ordine europeo, la sicurezza delle democrazie, la capacità dell'Europa di assumere responsabilità che per troppo tempo ha delegato ad altri. In quelle settimane ho avuto la sensazione che una parte della politica italiana continuasse a osservare il presente con categorie ereditate da una stagione ormai conclusa".

Nell'intervista, rilanciata oggi sui social, tornano anche altri nodi. Su Instagram l'account @osservatorioisraele riprende una sua frase del 30 aprile 2025: «NEL PD CI SONO AMBIGUITÀ SU ISRAELE, SUL LINGUAGGIO USATO A PROPOSITO DI GAZA E SUL CLIMA CRESCIUTO ATTORNO ALLA COMUNITÀ EBRAICA». Andrea Marcucci, condividendo la grafica de Il Foglio, parla di "fascismo putiniano" come rischio da non sottovalutare.

La conclusione di Picierno è politica, non personale:

"Credo che ci sia bisogno di ridare dignità e prospettiva unitaria a milioni di elettori che in questi anni hanno progressivamente abbandonato il Partito democratico scegliendo altre proposte a destra o a sinistra o rimanendo a casa. Questa diaspora va ricomposta fuori dalle alchimie di coalizione e dalla riduzione in tende e cespugli, di vecchie e nuove formule. Serve un riformismo coerente e popolare".

Come l'ha raccontata la rete

La notizia rimbalza da questa mattina. Luigi Marattin posta lo screenshot di Huffpost con il titolo "Pina Picierno lascia il Pd: 'Si è snaturato, la casa dei riformisti non esiste più'" e commenta: "Ci siamo passati in tanti". Poi lancia un invito esplicito: se vuole restare nel centrosinistra, buona fortuna; se vuole costruire fuori dai due poli, il Partito Liberal Democratico è pronto a collaborare "senza ego". Su Threads, @politikosit sintetizza: "la casa dei riformisti non esiste più". Secolo d'Italia su Instagram parla di una Picierno che "ha sbattuto la porta" del Nazareno e "abbandonato Elly Schlein". Nei commenti si misura la frattura: c'è chi applaude ("GRANDE PICERNO"), chi prevede un approdo in Azione, chi invece liquida tutto come "la Sinistra è FALLITA". La polarizzazione è evidente, e conferma proprio quel clima identitario che Picierno critica. Ma cosa potrebbe accadere adesso nelle piccole sezioni di partito ?  La Picierno propone un " riformismo coerente e popolare "  A Regalbuto, come in decine di comuni simili, quella parola "popolare" significa una cosa semplice: tornare a parlare di lavoro, di acqua per le campagne, di sanità territoriale, senza vergognarsi di dire che l'Europa deve difendersi e che le ambiguità su Israele o sulla Russia pesano anche sulla credibilità locale. L'addio al Pd non chiude una carriera, ne apre un'altra. E se davvero, come scrive Marattin, "ci siamo passati in tanti", allora la domanda non è solo dove andrà Picierno a Strasburgo, ma chi raccoglierà, da Regalbuto in su, quei voti riformisti che oggi stanno a casa. 

Un traguardo storico che proietta la robotica scolastica siciliana ai vertici continentali. Gli studenti dell’Istituto Tecnico Industriale "Salvatore Citelli" di Regalbuto sono pronti a vivere l’esperienza più importante del loro percorso formativo: la squadra ha conquistato la qualificazione ufficiale alla finale internazionale della RoboCupJunior European Championship 2026, in programma a Vienna dal 3 al 6 giugno.
Per il Citelli si tratta di una prima volta assoluta in una finale europea, risultato che premia anni di lavoro, investimenti, sacrifici e centinaia di ore trascorse nei laboratori scolastici. Un successo che assume un valore ancora più significativo se si considera che la squadra di Regalbuto ha stabilito anche un primato regionale: è infatti la prima formazione siciliana a qualificarsi e competere nella prestigiosa categoria Soccer, il calcio tra robot autonomi, una delle discipline più complesse e selettive dell’intera manifestazione.
La competizione si svolgerà nella suggestiva cornice della Marx Halle di Vienna. Il programma prevede il 3 giugno la cerimonia inaugurale e le prove tecniche sui campi di gara, il 4 e il 5 giugno le sessioni di qualificazione e gli incontri eliminatori, mentre il 6 giugno saranno disputate le finali europee seguite dalla cerimonia di premiazione.
L’evento si svolgerà in concomitanza con l’IEEE ICRA 2026, una delle più importanti conferenze mondiali dedicate alla robotica e all’automazione, offrendo agli studenti l’opportunità di confrontarsi con ricercatori, professionisti e aziende leader del settore.
La categoria Soccer rappresenta una vera e propria sfida di ingegneria applicata. I robot devono essere progettati, costruiti e programmati dagli studenti per operare in completa autonomia durante le partite. Sensori, algoritmi, visione artificiale, elettronica e strategie di gioco si fondono in un sistema capace di riconoscere la palla, coordinare i movimenti tra attaccante e portiere e segnare senza alcun intervento umano.
«Fino a pochi anni fa guardavamo a queste competizioni come a un sogno lontano. Oggi dimostriamo che la passione, la preparazione dei nostri ragazzi e la dedizione dei docenti possono portare la scuola siciliana a competere a testa alta con le migliori realtà d’Europa.»
La partecipazione a un evento internazionale di tale portata è stata resa possibile anche grazie al supporto di aziende che hanno creduto nel progetto e nelle capacità dei ragazzi. Un sentito ringraziamento va a Milla Srl di Regalbuto e a Vultech Security di Carinaro (Caserta), il cui contributo ha permesso alla squadra di affrontare questa straordinaria avventura europea.
Il loro sostegno rappresenta un esempio concreto di collaborazione tra scuola e impresa, un legame fondamentale per valorizzare i giovani talenti e promuovere l’innovazione tecnologica. Grazie a queste realtà, gli studenti del Citelli hanno la possibilità di misurarsi con le migliori squadre d’Europa, portando in alto il nome della Sicilia e dimostrando che passione, competenza e determinazione possono abbattere qualsiasi confine.
La comunità scolastica, le famiglie e l’intero territorio di Regalbuto guardano con orgoglio a questi giovani innovatori, pronti a rappresentare l’Italia e la Sicilia su uno dei palcoscenici più prestigiosi della robotica educativa europea. Qualunque sarà il risultato finale, il Citelli ha già scritto una pagina importante nella storia della scuola e dell’innovazione siciliana, dimostrando che il futuro si costruisce con studio, talento e coraggio.

Possiamo girarci attorno quando vogliamo, possiamo rimandare i problemi, possiamo distrarci con altri argomenti ma se non si affrontano a Regalbuto i due argomenti principali — come creare lavoro e sviluppo e quello ancora più silenzioso e grave quale è il disagio sociale — saremo destinati a divenire un paese dormitorio ai margini della città metropolitana di Catania. Non è una frase fatta. È quello che si vede già la mattina presto, quando la provinciale si riempie di macchine che scendono verso Catenanuova, dirette verso l' A19 e la sera tornano solo per parcheggiare. È quello che si sente e si vede nei bar alle dieci e nelle piazze. 

Il primo nodo: lavoro e sviluppo

Regalbuto ha ancora una spina dorsale. L'agricoltura cerealicola, gli ulivi, gli agrumi, l'allevamento di bovini e ovini da latte tengono in piedi famiglie da generazioni. Nel secondario c'è la plastica, che qui non è un'astrazione: sono stabilimenti che fabbricano  tubi per irrigazione, componenti elettrici, prodotti antinfortunistici. C'è stata la ceramica decorata a mano. C'è una banca di territorio, la Riscossa, con undici sportelli. Eppure tutto questo non basta a tenere tutti noi dentro un progetto. Perché il lavoro che resta è spesso stagionale. Gli artigiani fanno fatica ad assumere e il commercio chiude.  Sviluppo non è aprire un altro capannone. È decidere che Regalbuto non vuole essere solo il luogo dove costa meno il metro quadro. Vuol dire legare il lago Pozzillo, il carnevale, il nostro patrimonio culturale , i nostri vicoli e i quartieri a un'economia che resta qui: agricoltura trasformata e non solo raccolta, filiera corta del latte, laboratori di ceramica che non siano souvenir ma scuola. Vuol dire usare la posizione — a metà tra Palermo e Catania, a un passo dallo svincolo — non per andarsene più in fretta, ma per far fermare qualcuno. Se non lo facciamo, il lavoro resterà una parola che si declina altrove. E noi continueremo a esportare la cosa più preziosa: i giovani che hanno studiato, che sanno usare le mani e la testa, e che a Regalbuto non trovano la prima occasione, figuriamoci la seconda.

Il secondo nodo, più silenzioso: il disagio sociale

Il disagio non fa rumore. Non occupa le prime pagine. Sta nelle case dove un anziano vive solo e il figlio torna da Catania il sabato. Sta nei pomeriggi vuoti dei quattordicenni che non hanno un luogo dove sbagliare senza essere giudicati. Sta nella normalizzazione dell'idea che "qui non c'è niente", che diventa profezia. È grave perché è invisibile. Non è solo disoccupazione, è perdita di senso. È la ragazza che fa la pendolare per studiare e capisce che la sua città la considera un passaggio. È l'artigiano che chiude perché non ha a chi passare il mestiere. È la dipendenza che cresce dove mancano spazi aggregativi veri, non solo una sala presa in prestito una volta al mese o alla Villa o negli angoli nascosti del paese .  È la povertà educativa che non si misura solo con i soldi, ma con il numero di adulti che hanno tempo per ascoltare, per collaborare per " fare" ognuno per la sua parte.  A Regalbuto abbiamo ancora riti che tengono insieme: la processione dell'alloro l'otto agosto, i cinque giorni di San Vito, il carnevale che porta migliaia di persone, la Festa del Pozzillo , il 25 Aprile , il primo Maggio , l'intero territorio del Lago Pozzillo con le sue acque .  Sono patrimonio, non folklore. Ma se non diventano anche luoghi dove si costruisce futuro — dove un ragazzo impara a organizzare, a comunicare, a gestire un bilancio — restano belle parentesi, e il lunedì torna il vuoto.

Diventare dormitorio non è un destino, è una scelta che stiamo già facendo

Un paese dormitorio non è solo un posto dove si dorme. È un posto che smette di decidere. Si svuota di giorno, si riempie di luci spente la sera, delega a Catania il lavoro, la sanità, la cultura, il divertimento. Perde negozi, perde servizi, perde voce politica perché conta meno. E alla fine perde anche l'orgoglio, che è l'ultima cosa che ci tiene in piedi. Siamo a 38 abitanti per chilometro quadrato su 170 chilometri di territorio. Abbiamo spazio, acqua, storia, una posizione strategica. Non ci mancano le condizioni, ci manca il coraggio di mettere al centro i due temi scomodi.

Possiamo continuare a parlare di qualsiasi argomento , possiamo continuare a fare polemiche che durano una stagione. Possiamo girarci attorno. Ma ogni anno che passa senza un patto vero sul lavoro — non assistenzialismo, ma filiere, formazione, impresa giovane — e senza un patto vero sul disagio — non spot, ma educatori di strada, spazi aperti tutti i giorni, ascolto psicologico nelle scuole, rete per gli anziani soli — ci avvicina a quel margine.

Regalbuto non ha bisogno di essere salvata da fuori. Ha bisogno di smettere di rimandare dentro. Perché un paese che non crea lavoro diventa vecchio, e un paese che non cura il suo disagio diventa solo. E un paese vecchio e solo, per quanto bello, alla fine si addormenta.

Arriva ad ogni TG  mentre scaldiamo la pasta, tra una notifica di calcio e un reel di cucina. Un titolo: "raid", "civili", "bambini". Scorriamo. Dopo la notizia  c'è già un altro video. Il cervello, per non spegnersi, abbassa il volume. Ecco il meccanismo vero dell'indifferenza: non è cattiveria. È assuefazione. I neuroscienziati la chiamano habituation, i nostri nonni la chiamavano "farci il callo". Se il dolore è continuo e lontano, smette di essere un grido e diventa rumore di fondo. La prima volta contiamo i morti uno per uno. La centesima volta contiamo solo se il numero è abbastanza grande da bucare lo schermo. Il problema è che la guerra lo sa. Sa che un civile morto non fa più notizia, ne servono dieci. Poi cinquanta. Poi deve esserci un ospedale, una scuola, un'immagine che non si può guardare. E noi, per difenderci, iniziamo a negoziare con la nostra coscienza: "è complicato", "ci sono ragioni da entrambe le parti", "non possiamo sapere tutto". Che è vero, ma spesso è anche il modo elegante per dire: non voglio sentire.

E intanto il calpestio dei diritti non fa rumore. Non è solo la bomba. È il diritto a curarsi che diventa un privilegio quando un ospedale viene centrato. È il diritto a parlare che diventa un rischio quando un giornalista viene arrestato. È il diritto a restare bambini che evapora quando una classe diventa un rifugio. Non sono astrazioni da trattato. Sono cose piccole, quotidiane, come poter andare a prendere il pane in qualsiasi città o paese ,  senza guardare il cielo. Quando le togliamo agli altri, piano piano insegniamo a noi stessi che sono negoziabili anche per noi.

L'indifferenza ci travolge proprio così: non con un colpo solo, ma togliendoci la capacità di stupirci. Ieri ci indignavamo per un palazzo sventrato a Kyiv. Oggi scorriamo un mercato bombardato a Gaza. Domani leggeremo del Sudan e penseremo "ancora". La parola "ancora" è la più pericolosa, perché trasforma la tragedia in routine. Allora forse la riflessione non è "come fermare tutte le guerre stasera", che sarebbe una bugia consolatoria. È più piccola, più scomoda: come non abituarci.

Io provo a fare tre cose, non per eroismo, per igiene mentale.

  1. Ridare un nome ai numeri. Quando leggo "37 civili", bisognerebbe almeno conoscere un solo nome : come si chiamava, che lavoro faceva, che musica ascoltava. Un nome solo rompe l'anestesia meglio di mille statistiche.

  2. Tenere un minuto di silenzio attivo. Non quello rituale. Un minuto in cui non scorro, non commento, non cerco di avere ragione. Guardo la notizia fino in fondo. Lascio che faccia male. Il dolore non risolve, ma impedisce all'indifferenza di diventare definitiva.

  3. Scegliere un diritto e difenderlo vicino. Se mi indigna che altrove non si possa studiare, qui sostengo una biblioteca. Se mi ferisce la censura, qui pago un giornale locale. Se mi pesa la fame di guerra, qui non spreco cibo. Non è carità a distanza, è coerenza. I diritti non si difendono solo dove vengono calpestati, ma dove ancora respirano.

Ci stiamo abituando, sì. Ma abituarsi non è destino, è allenamento. E come ogni allenamento si può disimparare. Stasera  fa caldo, le finestre sono aperte e si sentono i motorini. A qualche migliaio di chilometri qualcuno conta i morti invece delle stelle. Tra noi e loro non c'è un abisso morale, c'è solo una soglia di attenzione. Se non la teniamo aperta noi, nessun algoritmo lo farà per noi.

Non ti chiedo di portare il peso del mondo. Ti chiedo solo, la prossima volta che scorri, di fermarti un secondo in più. Non per cambiare la guerra. Per non lasciare che la guerra cambi te.

Giuseppe Di Franco ha rassegnato le proprie dimissioni da consigliere nazionale della Nuova Democrazia Cristiana (NDC) e da componente di diritto della segreteria provinciale ennese. Il passo indietro di Di Franco — uomo di punta e tra i fondatori storici del partito nell'ennese — giunge in un momento cruciale. Sebbene possa trattarsi di una coincidenza temporale, la decisione arriva all'indomani della sconfitta subita alle elezioni comunali di Enna, al centro di accese polemiche interne, e alla vigilia della direzione provinciale già convocata dal segretario, l'ingegnere Nello Rampulla. L'addio di una figura così centrale rischia ora di innescare un effetto domino, aprendo scenari inediti e possibili scossoni politici all'interno degli equilibri della NDC nei prossimi mesi.

IL COMUNICATO STAMPA 

" A seguito di una approfondita riflessione, comunico di aver rassegnato le mie dimissioni dall’incarico di dirigente nazionale della Democrazia Cristiana. Si tratta di una decisione maturata nel tempo, nel rispetto del percorso politico svolto e delle responsabilità assunte, ma anche in conseguenza di una crescente distanza rispetto all’attuale indirizzo politico del partito, nel quale non mi riconosco più pienamente. La scelta è dettata da ragioni di coerenza personale e politica, ed è stata assunta con senso di responsabilità e nel rispetto delle istituzioni di partito. Resta immutato il mio rispetto per le persone con le quali ho condiviso questo percorso, così come il mio legame umano e la mia stima nei confronti del mio fraterno amico Totò Cuffaro, rapporto che prescinde da ogni dinamica politica.
Ringrazio per l’esperienza maturata e rivolgo al partito i migliori auguri per il prosieguo della propria attività politica. "  

 

Sono stato al centro e ci resto. Non per equidistanza pigra, non per paura di scegliere. Ci resto perché credo che la politica serva a tenere insieme un Paese, non a spaccarlo in tifoserie.

Oggi però tenere insieme è diventato più difficile. In Italia nascono continuamente sigle nuove, e non al centro. Nascono a sinistra del PD e a destra di Fratelli d'Italia, e non sono dettagli di folklore. Sono forze che pesano, che alzano la voce, che spostano l'asse del dibattito.

A sinistra del PD ormai c'è un arcipelago stabile: AVS che nei sondaggi viaggia sopra il 6%, e intorno una costellazione di movimenti che si presentano come "più puri", più radicali, più intransigenti sul lavoro, sul clima, sulla Palestina, sulla Nato. Ognuno con il suo manifesto, ognuno con la sua piccola rendita di testimonianza. A destra di Fratelli d'Italia succede lo specchio: liste che accusano Meloni di essere "troppo morbida" sull'Europa, sull'immigrazione, sulle tasse, sulla famiglia. Futuro Nazionale è dato intorno al 4%, ma dietro ci sono sigle che vivono sui social, che promettono muri più alti, uscite più rapide, identità più chiuse. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il campo largo progressista e il centrodestra sono inchiodati a un pareggio quasi perfetto, intorno al 46% ciascuno. Non vince chi convince il centro, vince chi riesce a non farsi ricattare dai propri estremi.

Perché gli estremi non mi piacciono

Non mi piacciono perché non governano, occupano. Non propongono soluzioni, propongono identità. A sinistra del PD la politica diventa un processo alle intenzioni: se non sei abbastanza radicale sei un traditore. A destra di FdI diventa una gara di durezza: se non urli abbastanza forte sei un complice del sistema. In entrambi i casi il meccanismo è identico: semplificano problemi complessi in slogan ;  trasformano ogni compromesso in resa ;  hanno bisogno del nemico interno più di quello esterno.  E così condizionano tutto. Il PD non può fare una riforma del lavoro senza guardarsi alle spalle. Fratelli d'Italia non può gestire un dossier europeo senza temere l'accusa di "svendita". Il centro, che dovrebbe essere il luogo della mediazione, viene schiacciato tra due veti.

È il momento di ragionare

Essere al centro oggi non significa stare fermi in mezzo. Significa fare un lavoro ingrato: ricordare che l'Italia non è un Paese estremista. È il Paese che nel 1946 ha scelto la Repubblica con un margine stretto, e poi ha imparato a farla funzionare insieme. È il Paese delle piccole imprese che vogliono meno burocrazia, non rivoluzioni. Delle famiglie che chiedono scuole che funzionano, non battaglie culturali.

Ragionare vuol dire dire tre cose chiare:

  1. Un partito non è più serio perché è più puro. È più serio se risolve.
  2. La radicalità non è coraggio. Il coraggio è prendersi la responsabilità di governare, quindi di deludere qualcuno.
  3. La democrazia non ha bisogno di più bandierine, ha bisogno di meno veti.

Io resto al centro non perché non ho idee, ma perché ho visto dove portano gli estremi: a parlamenti bloccati, a governi che durano il tempo di un tweet, a cittadini che smettono di votare perché non si riconoscono più in nessuno. Se continueremo a moltiplicare partiti a sinistra del PD e a destra di FdI, non avremo più politica, avremo solo rumore. E il rumore, alla fine, non costruisce ospedali, non abbassa le tasse, non difende i confini.

Essere al centro, oggi, è l'unico modo per restare fiero di fare politica senza odiare.

 
 AgoVit 

Il 2 giugno 1946, dopo vent'anni di dittatura e una guerra civile, il popolo italiano andò alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica. Vinse la repubblica con 12.718.641 voti contro 10.718.502 per la monarchia, in un referendum che vide l'89% di partecipazione. Nello stesso giorno si votò anche per l'Assemblea Costituente, che avrebbe scritto la nostra Carta fondamentale. Fu la prima volta che votarono anche le donne, a cui il diritto era stato riconosciuto nel febbraio 1945 e che già avevano votato alle amministrative di marzo. Non era un dettaglio: per la prima volta la sovranità apparteneva davvero a tutti. Come scrisse Piero Calamandrei: "Mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il Re".

Nel 1946 non c'era nulla di inevitabile. La "questione istituzionale" era stata rinviata dal 1943 proprio per non spaccare il fronte antifascista. Quando finalmente si votò, il Paese era distrutto, occupato a Nord fino a un anno prima, con il re che ancora sedeva sul trono. La scelta repubblicana non fu un cambio di stemma. Fu la decisione di fondare la legittimità non più sulla dinastia, ma sul voto. È per questo che la legge del 27 maggio 1949 ha fissato il 2 giugno come "data di fondazione della Repubblica" e festa nazionale.

I risultati del referendum disegnarono una geografia netta: a Nord di Roma, tranne due province, vinse la Repubblica; a Sud, tranne due, vinse la Monarchia. A Trento la Repubblica prese l'85%, in Emilia-Romagna il 77%; a Napoli e Messina la Monarchia prese il 77%, a Lecce l'85%. Da siciliano, a Regalbuto, questo conta. La Festa non celebra una vittoria del Nord sul Sud, ma il fatto che quella spaccatura non abbia impedito di restare insieme e di scrivere, tutti insieme, la Costituzione. La Repubblica è nata divisa, e proprio per questo ha dovuto imparare a tenere insieme differenze profonde.

Il 2 giugno non finì il 3 giugno. L'Assemblea Costituente, eletta quel giorno, lavorò per 18 mesi per dare al Paese non solo istituzioni, ma diritti, doveri, limiti al potere.

La festa, allora, non celebra un passato da museo. Ci ricorda che: la sovranità non è delegata una volta per tutte, va esercitata,  che il voto è stato un obbligo morale prima che un diritto, come recitava la legge elettorale del 1946 e che  la Repubblica vive se le istituzioni sono abitate da cittadini, non da sudditi

Ottant'anni dopo, cosa ci chiede

Nel 2026 sono passati esattamente ottant'anni da quel voto. Non abbiamo più i Savoia in esilio, ma abbiamo le stesse domande: che uso facciamo della libertà conquistata? Come teniamo insieme un Paese che ancora vota in modo diverso tra Nord e Sud, tra città e paesi interni, tra generazioni?

La Festa della Repubblica ci ricorda che non siamo eredi di una corona. Siamo eredi di una scelta. E le scelte, a differenza delle eredità, vanno rinnovate. Domani, mentre a Roma sfileranno i reparti, qui in Sicilia vale la stessa memoria: quel giorno le donne di Regalbuto, come quelle di Trento, entrarono per la prima volta in una cabina elettorale. Da quel gesto è nata la Repubblica che abitiamo. Tocca a noi decidere se tenerla viva.

Perché qui vinse il Re

Non era un voto "contro l'Italia", era un voto di continuità:

  1. Timore del cambiamento – dopo la guerra, la fame del 1943-44 e l'occupazione alleata, molti contadini vedevano nel Re una garanzia d'ordine, mentre la Repubblica era associata ai partiti di sinistra del Nord.
  2. Rete clientelare – i galantuomini locali, spesso monarchici, controllavano il lavoro nelle zolfare e nei latifondi . 
REFERENDUM SULLA FORMA ISTITUZIONALE DELLO STATO 
 
COME VOTARONO I REGALBUTESI ; ( fonte Ministero dell'Interno) 
Repubblica                   Monarchia
1.865                   3.860
32,58%                  67,42%
 
 
 
 
 
 
 

Presentazione di "Geografia dell'anima"

Vi aspetto venerdì 13 giugno alle ore 18.00, nella Sala Paolo VI a Regalbuto.

Questo non è un libro su Via Santa Lucia. È un libro su di noi.

Dentro ci sono alcune pagine in cui provo a raccontare quello che penso: chi siamo oggi, e chi invece dovremmo tornare ad essere noi regalbutesi.

Perché dire "amo Regalbuto" è facile. Difenderlo, tutti i giorni, nelle piccole cose — è più difficile. Troppo spesso ce ne dimentichiamo, e guardiamo l'erba del vicino.

Perché con la LILT? Perché la LILT è una di noi. È quel gruppo di donne e di uomini  di Regalbuto che ha scelto di mettersi a disposizione, concretamente, nella lotta contro i tumori, e che ogni giorno ci ricorda una parola semplice: prevenire.

Per questo ho deciso che tutti i proventi del libro — se avrete la bontà di acquistarlo — andranno interamente a loro.

Il libro sarà disponibile anche online ( clicca sul link ) già dall'1 giugno, e ogni copia servirà per comprare macchinari utili alla prevenzione e per rendere il presidio LILT di Regalbuto sempre più forte e presente. 

Non vi chiedo di comprare un libro. Vi chiedo di fare un gesto per Regalbuto. Insieme.

Agostino Vitale

https://www.ibs.it/geografia-dell-anima-regalbuto-mappe-libro-agostino-vitale/e/9791257410131 

Tornare a casa e trovare i gerani a terra fa un rumore sordo, anche se non fa rumore per niente. Petali rossi, foglie spezzate, vasi rovesciati sul Corso. Uno scempio piccolo, ma preciso, che ti resta negli occhi più a lungo di una scritta sul muro.

È successo qui, a Regalbuto. E riguarda tutti noi, non solo chi ha piantato quei fiori. Fino a poco tempo fa quell'angolo del Corso era solo un pezzo di marciapiede, una scalinata e una ringhiera . Poi è arrivata Petronela. Senza chiedere permessi speciali, senza proclami, ha iniziato a mettere vasi, a scegliere i gerani giusti, a innaffiare la mattina presto e la sera tardi. Ha reso elegante un punto anonimo, ha dato un motivo per rallentare il passo. Chi passa si ferma mezzo secondo in più, guarda, respira. E la cosa più bella è che non è rimasta sola. I balconi di fronte hanno risposto. Uno ha messo il bianco, un altro il rosa salmone. Senza accordi scritti, è nata una piccola coreografia di colori. È così che una strada diventa comunità: non con le delibere, ma con i gesti ripetuti.

Prendersi cura non è un hobby.  Curare i fiori è come prendersi cura di un animale. Non è decorazione, è responsabilità. Un geranio va annaffiato anche quando sei stanca, va potato anche quando fuori ci sono trentotto gradi, va protetto dal vento di febbraio. Chiede costanza, non entusiasmo del sabato. E in cambio non abbaia, non fa le fusa, ma ti restituisce bellezza pubblica. La regala a chiunque passi, anche a chi non la merita. Strappare quei fiori non è una "bravata". È dire a chi si prende cura: il tuo tempo non vale niente. È un  messaggio vigliacco, perché colpisce qualcosa che non può difendersi.

Cosa dice di noi, e cosa possiamo dire noi

Essere vicini e solidali è il minimo. Ma possiamo fare di più, e farlo in modo semplice, senza retorica. Passiamo da lì. Non per curiosità, per presenza. Fermiamoci un minuto, facciamo una foto, salutiamo Petronela se c'è. Portiamo un vaso, una talea, un sacchetto di terriccio. Non come elemosina, come contributo a un'opera collettiva. Se abbiamo un balcone sul Corso, copiamo l'idea. Non per competizione, per continuità. Più gerani ci sono, più diventa difficile spezzarli tutti. E se vediamo qualcuno che tocca, diciamolo. Non con aggressione, con chiarezza: qui ci teniamo.

Non serve una ronda, serve un'abitudine allo sguardo.

A Petronela

Non ti scoraggiare. Quello scempio per terra non cancella i mesi in cui hai trasformato un angolo grigio in un posto sereno. Chi ha strappato ha avuto bisogno di cinque minuti. Tu ne hai messi centinaia, e si vedono. La città che appartiene a tutti ha bisogno di persone che la trattano come se fosse casa propria. Tu lo fai. E adesso tocca a noi dimostrarti che non sei sola a farlo. 

E i gerani, testardi come sono, rifioriranno.

RegPress 

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