AgoVit - Regalbuto - "Il potere logora chi non ce l'ha". Mai come oggi, la celebre massima andreottiana risuona non come un semplice aforisma, ma come una diagnosi clinica dell'attuale stato della nostra democrazia. Per descrivere il momento politico che stiamo vivendo, forse non esiste sintesi migliore. Eppure, rispetto ai tempi in cui quella frase fu pronunciata, qualcosa di fondamentale è cambiato: il logoramento non si limita più alle manovre di palazzo, ma è tracimato nelle piazze, trasformandosi in un crescendo di violenza materiale che è figlia diretta, legittima e preoccupante di una violenza verbale che parte dall'alto. È inutile nasconderci dietro un dito: ciò a cui assistiamo è il frutto avvelenato di una frustrazione politica. Dopo anni di governi tecnici o di larghe intese, il ritorno di un polo di centrodestra al governo – eletto democraticamente – ha scatenato una reazione che va oltre la dialettica politica. Il potere che manca, logora. E questo logoramento si sta traducendo in rabbia. Al centro di questo mirino c'è un'unica persona: il Presidente del Consiglio. Ma l'analisi deve essere onesta : la violenza non è solo politica, è ferocemente personale e, paradossalmente classista. Epiteti come "la borgatara", "la pescivendola", le minacce di vederla "a testa in giù", le foto bruciate nelle piazze, non sono critiche all'operato di governo. Sono attacchi a una colpa imperdonabile: quella di essere arrivata dal basso. Giorgia Meloni paga la colpa di venire dall'abbandono, dal lavoro umile, di aver salito gli scalini della politica uno ad uno senza cooptazioni. Questo "fastidio antropologico" viene mascherato dietro l'etichetta di "fascista", usata non come categoria storica, ma come lasciapassare morale per ogni tipo di insulto.
Se guardiamo indietro, alle tribune elettorali di qualche decennio fa, il confronto era aspro, ma esisteva un perimetro sacro: il rispetto per l'avversario. Né da destra, né da sinistra, né dal centro si osava valicare certi confini. Oggi quel freno si è rotto. La violenza che abbiamo visto esplodere a Torino, e che serpeggia pericolosamente anche nei piccoli paesi, nasce esattamente dalle tribune politiche odierne. Quando il linguaggio dei leader e degli opinionisti , di ogni colore politico , perde ogni freno inibitore, quando l'avversario viene dipinto come il "male assoluto" da estirpare e non come un competitore da battere, si armano le mani. Si istigano le folle. E, come la storia insegna, nella folla eccitata dall'odio si nasconde sempre "il cretino": quello che prende il sasso, quello che accende la miccia, quello che spara, quelli che solamente in branco riducono un polizziotto all'impotenza e in pericolo per la sua vita.
C'è un'altra frase storica che torna alla mente, quella di Massimo d'Azeglio: "L'Italia è fatta, adesso bisogna fare gli italiani". A distanza di 160 anni dall'Unità e a 80 dalla Liberazione, quell'obiettivo sembra ancora lontano. Non siamo mai usciti veramente dalla logica della guerra di liberazione. Quella fu una guerra giusta, necessaria e fondativa. Ma continuare a combatterla oggi, contro fantasmi immaginari, serve solo a giustificare un clima di scontro perenne.La democrazia e lo Stato di diritto non nascono nelle piazze che bruciano manichini, ma nel rispetto delle istituzioni. E il rispetto si misura, prima di tutto, con le parole. Chi oggi soffia sul fuoco dell'intolleranza perché "logorato" dalla mancanza di potere, si assume la gravissima responsabilità di riportare l'Italia indietro di decenni, in un clima di opposti estremismi che credevamo di aver sepolto per sempre.
"In fondo, non posso fare a meno di rimpiangere i comunisti di una volta. Se la storia ci ha consegnato l'immagine di Almirante in fila a Botteghe Oscure, sono certo che, a parti inverse, Enrico Berlinguer avrebbe reso lo stesso omaggio alla salma del leader missino. Quegli uomini, pur divisi da abissi ideologici, condividevano il senso profondo delle Istituzioni e il rispetto per la statura dell'avversario. Oggi, purtroppo, quel riconoscimento reciproco è svanito. Per dirla con le parole del mio maestro di scuola politica, il prof. Tano D'Agostino:" i partiti sono diventati 'incolore', incapaci di quella grandezza umana che precedeva persino lo scontro politico."

