"La giustizia non è un sondaggio sul governo: perché separare i destini di Palazzo Chigi da quelli dei tribunali."
In una campagna referendaria spesso ostaggio di slogan urlati e personalismi esasperati, le parole del Prof. Augusto Barbera ( Presidente emerito della Corte Costituzionale ) arrivano come una doccia fredda di realtà. Il suo è un richiamo al "buon senso", una merce che sembra scarseggiare tra i banchi della politica odierna: si vota sulla separazione delle carriere, non sulla permanenza di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Per una parte dell'opposizione, il quesito sulla magistratura sembra essere diventato un semplice pretesto. L'unica "separazione" che interessa veramente al fronte del No non è quella tra giudici e pubblici ministeri, ma quella della maggioranza dalle poltrone del potere. Si cerca di trasformare le urne referendarie in un giudizio universale sull’operato del governo, dimenticando che per quello esiste una data ben precisa sul calendario: il 2027. Utilizzare il referendum come un'arma impropria per dare una spallata all'esecutivo non è solo una forzatura democratica, ma un insulto al merito della questione giustizia.
I due pilastri della riforma
Votare SÌ, secondo la linea tracciata da Barbera, significa rimettere al centro due obiettivi fondamentali per la salute della nostra Repubblica:
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Separazione delle carriere: Garantire che chi giudica sia davvero "terzo" rispetto a chi accusa, ponendo fine a quella contiguità che troppo spesso ha alimentato dubbi sull'imparzialità del processo.
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Addio al correntismo: Recidere il cordone ombelicale che lega troppo spesso i magistrati alle dinamiche delle "correnti" interne, riportando la magistratura alla sua missione originaria di servizio tecnico e indipendente.
"Separiamo le carriere e i magistrati dalle correnti; per il governo ciascuno voterà come vorrà tra un anno (o poco più)."
La democrazia richiede pazienza e distinzione. Confondere il funzionamento dei tribunali con la leadership politica del Paese è un errore che rischia di lasciare la giustizia italiana in quel limbo di inefficienza che conosciamo da decenni.
Il suggerimento di Barbera è chiaro: liberiamo il campo dalle scorie della propaganda elettorale. Tra un anno ci sarà spazio per i programmi politici e le sfide tra leader; oggi, invece, la sfida è rendere la giustizia più giusta. E per farlo, serve il coraggio di guardare al quesito, non al cognome di chi siede a Palazzo Chigi.

