Referendum: una scelta di merito, oltre i pregiudizi. ( AgoVit)

Febbraio 15, 2026 812

Di fronte alla riforma della giustizia, il "buon senso" di Augusto Barbera ci ricorda che la separazione delle carriere non è un attacco alla magistratura, ma la realizzazione di un principio costituzionale.

Il prossimo 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati alle urne per un appuntamento che definire "storico" non è un’iperbole retorica. Eppure, il rumore di fondo della propaganda rischia di nascondere il cuore del problema. C’è chi ha cercato di trasformare questo referendum in un voto pro o contro il Governo, ma è stato il Presidente emerito della Corte Costituzionale, il prof. Augusto Barbera, a riportare la discussione sui binari della realtà: si vota per la giustizia, non per la durata di Palazzo Chigi. Il destino dell'esecutivo si deciderà nel 2027; oggi, invece, decidiamo se vogliamo un processo davvero equo.

I due pilastri: Terzietà e fine del Correntismo

Il SÌ  della riforma poggia su due pilastri che definirei di igiene democratica:

  1. La separazione delle carriere: serve a garantire che chi giudica sia realmente "terzo" rispetto a chi accusa. La contiguità attuale tra PM e giudici alimenta, spesso a ragione, dubbi sull'imparzialità. Non è una questione di sospetto, ma di struttura: un sistema in cui l'accusa e il giudice appartengono allo stesso "ordine" fatica a proiettare quell'immagine di distacco necessaria alla credibilità della sentenza.

  2. L'addio al correntismo: è tempo di recidere il cordone ombelicale che lega i magistrati alle logiche delle correnti interne. La magistratura deve tornare alla sua missione originaria: un servizio tecnico, indipendente e lontano dalle logiche spartitorie che ne hanno offuscato il prestigio negli ultimi anni.

Una battaglia senza colore politico

L’accusa di "deriva autoritaria" o di "riforma leghista-berlusconiana" è, alla prova dei fatti, intellettualmente disonesta. La storia ci dice altro. Solo sei anni fa, nel 2019, durante le primarie del PD, l’attuale responsabile giustizia Debora Serracchiani — insieme a nomi come Delrio, Orfini, De Luca e Guerini — sottoscriveva la mozione Martina affermando che la separazione delle carriere fosse "ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale". Cosa è cambiato in questi sei anni, oltre alla convenienza politica?

Ancor prima, nel 1989, era Giovanni Falcone a scrivere che la regolamentazione delle funzioni dei PM non potesse più essere identica a quella dei giudici. E nel 2004, persino Giuliano Pisapia, da posizioni di sinistra radicale, presentava una proposta di legge in tal senso per "garantire meglio la magistratura e la sua indipendenza".

Il rischio del "non fare"

Chi difende lo status quo teme un controllo politico sui PM. Ma la verità è l’opposto: il vero rischio per la credibilità della giustizia è la commistione. È difficile spiegare a un cittadino che chi oggi indossa i panni dell'accusa, domani può sedere sullo scranno del giudice che deve valutare quella stessa accusa, e viceversa.

Separare le carriere significa professionalizzare i ruoli, non sottometterli. Significa dare attuazione a quell'articolo 111 della Costituzione che parla di un "giudice terzo e imparziale".

Voterò SÌ convintamente, perché la giustizia non deve essere un campo di battaglia elettorale, ma una casa di vetro per tutti i cittadini. Separare le carriere e liberare i magistrati dalle correnti non è una minaccia: è la base per un Paese più moderno e più giusto.

Firmato, AgoVit

Ultima modifica il Domenica, 15 Febbraio 2026 09:29