Regalbuto: la fatica di parlare In evidenza

Agosto 10, 2026 561

A Regalbuto si sente qualcosa che si muove.

Forse è davvero una nuova consapevolezza. Palpabile. Contraddittoria.

Da un lato c'è la paura di parlare. Dall'altro, più forte di prima, la voglia di farlo. In pubblico, su Facebook, in piazza, in libertà. Senza dover poi fare i conti con quelle telefonate private del dopo, con quei commenti sotto i post che non entrano mai nel merito ma puntano solo a zittire, a marcare il territorio. Telefonate e commenti che non fanno politica, fanno solo danni. A volte rovinano persino rapporti personali. E su cosa si litiga, poi? Se dovessimo fare una classifica, al primo posto metteremmo sempre la stessa cosa: i conflitti politico-amministrativi. Non le idee, non la visione di paese. Le appartenenze. Guelfi e Ghibellini in versione regalbutese. Non importa cosa si dice, importa da che parte pensano che tu stia. Tutto è nato da lì e non da ora.  È successo qualcosa di profondo, che va oltre Regalbuto. Dalla fine dei partiti è finita anche la loro funzione più nobile: essere scuola. Prima, bene o male, in ogni sezione, di qualsiasi colore, c'era un dibattito interno. Un giovane imparava ad ascoltare, a prendere la parola, a rispondere nel rispetto e con i toni giusti. Si imparava a litigare bene. Oggi quella palestra non c'è più. E il modello che arriva dall'alto non aiuta. Anzi. La qualità pessima del linguaggio che vediamo ogni giorno nei banchi del Parlamento, quella gara a chi urla più forte e la spara più grossa, è scesa a cascata fino ai nostri comuni e ai nostri social. Se il confronto nazionale è ridotto a un insulto continuo, come può non diventarlo anche quello di un piccolo paese?  Ed è qui che si incastra il nodo più grande. Il cittadino comune, quello che non ha una tessera, che non ha un colore politico da difendere a prescindere, che magari vorrebbe solo dire la sua su una strada, su un servizio, su un'idea per il paese, prima di scrivere o di parlare ci pensa due volte. Non per disinteresse. Per autodifesa. Ha paura di doversi sorbire un linguaggio che con la politica non ha nulla a che fare.  Quella paura è la vera sconfitta di una comunità. Perché una comunità piccola come la nostra vive di relazioni. Ci conosciamo tutti. E quando la politica diventa solo scontro tra fazioni, ogni parola pesa il doppio.

Ma se quella nuova consapevolezza di cui parliamo esiste davvero, forse è proprio questa: la stanchezza. La stanchezza di questo meccanismo. Il desiderio, ancora timido ma reale, di tornare a potersi confrontare senza doversi distruggere. Non serve essere tutti d'accordo. Anzi, sarebbe innaturale. Serve un patto minimo, di civiltà: rispetto per le opinioni altrui, distinzione tra la persona e l'idea, coraggio di discutere di contenuti e non di persone.

Ricominciare a parlare in pubblico senza paura non è ingenuità. È l'unico modo per tornare a sentirci una comunità.

 
 
 
 
 
 
Ultima modifica il Lunedì, 10 Agosto 2026 13:10