Ci vuole una rete, non una toppa. L'Etna ce lo sta mettendo nero su bianco.
C'è un'immagine che racconta la Sicilia meglio di qualsiasi dossier. Un aeroporto chiuso per cenere, migliaia di passeggeri dirottati a Palermo, Trapani e Comiso, bus e treni speciali organizzati all'ultimo minuto per ricucire un'isola che si scopre improvvisamente spezzata in due. È successo di nuovo a luglio a Catania Fontanarossa, paralizzato dall'attività eruttiva dell'Etna, con voli sospesi e traffico dirottato sugli altri scali.
E lì capisci tutto. L'Etna, è il caso di dirlo, sta mettendo nero su bianco e a nudo il nostro modello di sviluppo: abbiamo puntato tutto sugli aeroporti, ma senza tutto il resto, gli aeroporti non bastano.
Alla Sicilia non servono solo aeroporti. Servono autostrade vere, strade che non siano mulattiere asfaltate, ferrovie degne di un paese europeo, porti attrattivi che colleghino meglio l'isola con la terraferma e con le altre isole. Serve, insomma, la rete.
Provate a farlo, questo esercizio di verità. Raggiungere Catania da Palermo. Raggiungere Catania da Trapani. È inutile ripetere quanta fatica bisogna compiere, quante ore, quante deviazioni, quanti cantieri infiniti. La Palermo-Catania, la A19, è un cantiere permanente da decenni. La Palermo-Messina, la A20, è un percorso a ostacoli. La Ragusa-Catania è ancora un promemoria di quello che non siamo riusciti a fare. Per chi vive nelle aree interne, a Regalbuto, a Enna, a Caltanissetta, non è un disagio, è isolamento.
E la ferrovia? Oggi collegare Palermo e Catania in treno significa ancora viaggiare per quasi tre ore, quando va bene. Il progetto del raddoppio, parte del corridoio europeo TEN-T, promette di ridurre i tempi a 2 ore tra Palermo e Catania e a 45 minuti tra Messina e Catania, con un risparmio di circa 60 minuti rispetto ad oggi. È una rivoluzione. Ma è una rivoluzione che arriva con 30 anni di ritardo, finanziata con 21 miliardi di investimenti di RFI e che vedremo a regime chissà quando. Nel frattempo, un giovane siciliano impiega più tempo per andare da Palermo a Catania che un lombardo per andare da Milano a Bologna in alta velocità.
Stesso discorso per i porti. Continuiamo a parlare di continuità territoriale come se fosse solo una questione di biglietti aerei, quando la vera continuità è marittima, logistica, commerciale. Porti più attrattivi significherebbero merci che si muovono, filiere che restano, turismo che non dipende solo da un decollo. Significherebbe collegare davvero la Sicilia alla Calabria, alla Campania, a Malta, alle Egadi, alle Eolie, senza che ogni spostamento diventi un'impresa.
E qui arriviamo al punto. Alla Sicilia serve buona politica. Non la politica dell'annuncio, del nastro tagliato due volte, dell'opera iniziata e mai finita. Serve una politica che sappia guardare al futuro, che sappia spendere in investimenti e non in opere senza alcuna prospettiva di sviluppo. Serve, insomma, spendere meglio.
Per troppo tempo abbiamo confuso la spesa con lo sviluppo. Abbiamo finanziato mille rivoli, mille piccole manutenzioni utili solo a tenere buono un collegio elettorale, invece di concentrare risorse su tre o quattro assi strategici: il raddoppio ferroviario completo, il completamento e la messa in sicurezza delle autostrade, una rete portuale moderna. Opere che non si vedono in sei mesi, ma che cambiano un'isola per i prossimi cinquant'anni.
Invece la politica, quella siciliana e quella nazionale quando parla di Sicilia, sembra dedicare giorni dopo giorni alle campagne elettorali continue. Ogni emergenza Etna diventa un talk show, ogni chiusura di aeroporto un rimpallo di responsabilità tra SAC, Regione, Governo. Si rema tutti, ma ognuno dalla sua parte.
Se non riescono a remare tutti nella stessa direzione, forse è davvero arrivato il momento che l'elettore ragioni con la sua testa.
Ragionare con la propria testa significa smettere di applaudire l'ennesimo annuncio di aeroporto e chiedere: come ci arrivo, a quell'aeroporto? Quanto ci metto? Quanto mi costa in termini di tempo e sicurezza? Significa chiedere ai candidati non quanti voli promettono, ma quanti chilometri di doppio binario, quanti viadotti messi in sicurezza, quanti collegamenti marittimi stabili.
L'Etna continuerà a eruttare. Farà ancora piovere cenere nera sul bianco delle piste di Fontanarossa. Non possiamo evitarlo. Possiamo però evitare che ogni eruzione paralizzi mezza Sicilia. E per farlo non servono miracoli. Serve una rete. E serve il coraggio di costruirla.


