L'Ultimo Appello del Nazareno: Il 23 Marzo e lo Spettro della Scissione. In evidenza

Febbraio 07, 2026 111

Mentre l'Italia si prepara a votare sulla separazione delle carriere e sulla riforma dell'ordinamento giudiziario, dentro il PD si gioca una partita a scacchi dal sapore fratricida. Da un lato c'è Elly Schlein, che ha blindato il partito sul "NO" convinto; dall'altro i Riformisti, che vedono in quel diktat l'ennesima prova di una deriva identitaria che non lascia più spazio alle sfumature liberali e popolari.

Il Diktat di Schlein: "O con me o fuori"

La chiusura dell'ultima Direzione Nazionale è stata un segnale inequivocabile. La Segretaria ha tracciato una linea rossa: si può discutere finché si vuole, ma una volta decisa la linea – specialmente su un passaggio cruciale come il referendum – il dissenso individuale deve farsi da parte.

Il messaggio, tradotto dal politichese, suona come un ultimatum: chi non si adegua alla linea del "NO" si pone automaticamente fuori dal perimetro del partito. Per Schlein, il referendum è lo strumento per stanare Giorgia Meloni e compattare l'opposizione; per i riformisti, invece, è la prova che il PD è diventato una "caserma della sinistra" dove la parola "liberale" è diventata un'eresia.

I Riformisti e il "Fattore Margherita"

Le parole di Pina Picerno e le mosse dei vari comitati "Popolari per il Sì" non sono semplici scaramucce. C'è la sensazione che il 23 marzo, se l'esito delle urne dovesse premiare il governo o se la repressione del dissenso interno diventasse insostenibile, l'ala moderata potrebbe decidere che la convivenza è finita. Non sarebbe la prima scissione, certo, ma questa avrebbe il sapore di un addio definitivo a quella "vocazione maggioritaria" che era l'anima del Lingotto.

Il Referendum come Bivio Strategico

Il paradosso è che questo referendum rappresenta un rischio altissimo per entrambe le leader: Per Meloni: È il test per misurare la tenuta della sua maggioranza e la forza del suo mandato riformatore. Per Schlein: È la scommessa sulla sua leadership. Se il PD non riuscirà a trascinare il paese verso il "NO", o se il partito dovesse spaccarsi nel giorno del voto, la sua segreteria entrerebbe in una crisi senza precedenti. Se la politica è l'arte del possibile, la "fantapolitica" di una scissione riformista post-23 marzo sembra ogni giorno più "politica" e meno "fanta". Il rischio è che, qualunque sia il risultato, il PD che uscirà dalle urne sarà un partito più piccolo, più omogeneo, ma forse meno capace di parlare a quel pezzo di Italia che non si riconosce né nel massimalismo né nella destra.

Ultima modifica il Sabato, 07 Febbraio 2026 12:33
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