Il 2 giugno 1946, dopo vent'anni di dittatura e una guerra civile, il popolo italiano andò alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica. Vinse la repubblica con 12.718.641 voti contro 10.718.502 per la monarchia, in un referendum che vide l'89% di partecipazione. Nello stesso giorno si votò anche per l'Assemblea Costituente, che avrebbe scritto la nostra Carta fondamentale. Fu la prima volta che votarono anche le donne, a cui il diritto era stato riconosciuto nel febbraio 1945 e che già avevano votato alle amministrative di marzo. Non era un dettaglio: per la prima volta la sovranità apparteneva davvero a tutti. Come scrisse Piero Calamandrei: "Mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il Re".
Nel 1946 non c'era nulla di inevitabile. La "questione istituzionale" era stata rinviata dal 1943 proprio per non spaccare il fronte antifascista. Quando finalmente si votò, il Paese era distrutto, occupato a Nord fino a un anno prima, con il re che ancora sedeva sul trono. La scelta repubblicana non fu un cambio di stemma. Fu la decisione di fondare la legittimità non più sulla dinastia, ma sul voto. È per questo che la legge del 27 maggio 1949 ha fissato il 2 giugno come "data di fondazione della Repubblica" e festa nazionale.
I risultati del referendum disegnarono una geografia netta: a Nord di Roma, tranne due province, vinse la Repubblica; a Sud, tranne due, vinse la Monarchia. A Trento la Repubblica prese l'85%, in Emilia-Romagna il 77%; a Napoli e Messina la Monarchia prese il 77%, a Lecce l'85%. Da siciliano, a Regalbuto, questo conta. La Festa non celebra una vittoria del Nord sul Sud, ma il fatto che quella spaccatura non abbia impedito di restare insieme e di scrivere, tutti insieme, la Costituzione. La Repubblica è nata divisa, e proprio per questo ha dovuto imparare a tenere insieme differenze profonde.
Il 2 giugno non finì il 3 giugno. L'Assemblea Costituente, eletta quel giorno, lavorò per 18 mesi per dare al Paese non solo istituzioni, ma diritti, doveri, limiti al potere.
La festa, allora, non celebra un passato da museo. Ci ricorda che: la sovranità non è delegata una volta per tutte, va esercitata, che il voto è stato un obbligo morale prima che un diritto, come recitava la legge elettorale del 1946 e che la Repubblica vive se le istituzioni sono abitate da cittadini, non da sudditi
Ottant'anni dopo, cosa ci chiede
Nel 2026 sono passati esattamente ottant'anni da quel voto. Non abbiamo più i Savoia in esilio, ma abbiamo le stesse domande: che uso facciamo della libertà conquistata? Come teniamo insieme un Paese che ancora vota in modo diverso tra Nord e Sud, tra città e paesi interni, tra generazioni?
La Festa della Repubblica ci ricorda che non siamo eredi di una corona. Siamo eredi di una scelta. E le scelte, a differenza delle eredità, vanno rinnovate. Domani, mentre a Roma sfileranno i reparti, qui in Sicilia vale la stessa memoria: quel giorno le donne di Regalbuto, come quelle di Trento, entrarono per la prima volta in una cabina elettorale. Da quel gesto è nata la Repubblica che abitiamo. Tocca a noi decidere se tenerla viva.
Perché qui vinse il Re
Non era un voto "contro l'Italia", era un voto di continuità:
- Timore del cambiamento – dopo la guerra, la fame del 1943-44 e l'occupazione alleata, molti contadini vedevano nel Re una garanzia d'ordine, mentre la Repubblica era associata ai partiti di sinistra del Nord.
- Rete clientelare – i galantuomini locali, spesso monarchici, controllavano il lavoro nelle zolfare e nei latifondi .
| Affluenza | ||
|---|---|---|
| Votanti | 6.091 | |
| % | 90,87 | |
| Schede | ||
|---|---|---|
| Valide | 5.725 | |
| Schede bianche | 203 | |
| Schede non valide (bianche incl.) | 366 | |
| Repubblica | Monarchia |
|---|---|
| 1.865 | 3.860 |
| 32,58% | 67,42% |


