Il voto di metà mandato non è una sponda alla sinistra europea. È un voto americano, patriottico, contro un metodo di governo che ha allontanato Washington dall'Occidente.
Gli americani hanno reagito. Punto. Non lo hanno fatto per dare una mano ai democratici europei, per rafforzare una narrazione progressista o per compiacere Bruxelles. Lo hanno fatto per se stessi.
È questo l'errore che in queste ore molti commentatori in Italia e in Europa stanno commettendo: leggere il risultato delle elezioni di metà mandato del 3 novembre come se fosse una nostra elezione. Non lo è.
I democratici americani amano la propria terra esattamente allo stesso modo dei repubblicani. Non sono meno patriottici, non sono meno americani. Hanno votato contro le politiche del loro presidente perché non ne hanno condiviso i modi e i metodi di governo. Un metodo che, più che le singole misure, ha finito per allontanare gli Stati Uniti dall'Europa, o meglio, dall'Occidente, lo storico alleato naturale.
Non è una questione di destra o sinistra
In America la parola "democratico" non significa quello che significa nei talk show italiani. Il voto che ha travolto il Congresso non è stato ideologico. È stato un voto pragmatico, mosso da tre ferite concrete: il costo della vita, la brutalizzazione della vita politica e la percezione di corruzione e avventurismo internazionale.
I numeri, ancora non definitivi ma già storici, parlano chiaro. I democratici hanno conquistato il controllo di entrambe le camere del Congresso. Al Senato hanno ottenuto 54 seggi contro i 44 dei repubblicani, alla Camera hanno già superato i 228 seggi necessari per la maggioranza. Un risultato che fonti italiane sintetizzano così: i democratici hanno conquistato la maggioranza sia al Senato che alla Camera.
Una vittoria costruita espugnando roccaforti repubblicane in Texas, South Carolina, Ohio, Kansas, Iowa. Non è l'America delle coste liberal che vince. È l'America profonda che dice basta.
E dice basta per motivi tutti americani. Gli elettori, scrivono le agenzie, hanno bocciato le politiche del tycoon dai dazi, ritenuti responsabili della persistente inflazione, fino alla guerra contro l'Iran. Una guerra che, secondo le stesse ammissioni del presidente, ha avuto un ruolo nelle sconfitte dei repubblicani alle elezioni di metà mandato.
Cosa avverrà adesso?
L'unica cosa certa è una: Donald Trump resterà presidente fino alla fine del suo mandato, fino a gennaio 2029. Non ci sarà impeachment, non ci sarà rimozione. Ma dovrà fare i conti con un Congresso dove è in netta minoranza.
È l'inizio di due anni di governo diviso. Il presidente mantiene la Casa Bianca, il potere di firma sugli ordini esecutivi e la guida della politica estera. Ma il Congresso detiene il portafoglio, il potere di legiferare, di bloccare i dazi, di limitare le avventure militari, di indagare.
Cambierà idea su molte cose? Non è dato per ora saperlo. Trump non è un politico che si adatta facilmente al compromesso. Ma la matematica parlamentare lo costringerà a negoziare.
Di certo c'è che l'avanzata dei democratici americani può frenare, e in alcuni casi fermare, le politiche estere più divisive di Trump. Un Congresso a maggioranza democratica può bloccare nuovi dazi, può porre condizioni sugli aiuti militari, può riaffermare il vincolo atlantico per legge, può rendere molto più difficile una rottura con la NATO o con l'Unione Europea.
La domanda vera, però, è un'altra: basterà questo a ricostruire la fiducia degli occidentali?
Il referendum immaginario in Italia
Perché qui sta il punto che ci riguarda più da vicino. Se oggi si votasse in Italia un referendum pro e contro Trump, siamo certi che il risultato sarebbe nettamente sfavorevole al presidente americano. E non sarebbe per merito della sinistra italiana.
Sarebbe sfavorevole perché Trump ha ferito un sentimento profondo, trasversale, che in Italia va ben oltre le divisioni tra destra e sinistra: l'idea dell'Occidente come comunità di destino. L'idea che l'America, anche quando ci fa arrabbiare, anche quando sbaglia, resta il nostro alleato storico, il pilastro della nostra sicurezza e della nostra libertà.
Quando la Casa Bianca tratta l'Europa come un avversario commerciale, quando mette in discussione alleanze che durano da ottant'anni, quando usa toni e metodi che ci appaiono lontani dalla nostra cultura istituzionale, l'italiano medio, che sia di destra o di sinistra, che voti Meloni o Schlein, si allontana.
Gli americani hanno corretto la rotta per patriottismo. Noi europei guardiamo a quella correzione con sollievo, ma non con entusiasmo ideologico. La fiducia non si ricostruisce con un voto di metà mandato. Si ricostruisce con due anni di coerenza.
Il Congresso ora può essere il freno. Ma il volante resta in mano a Trump.


