Storico: L'ultima sinistra liberale - Dal risanamento di Prodi alla riforma di Renzi

Luglio 18, 2026 1002

Nel 1996 e poi ancora nel 2016 il centrosinistra italiano si presentava con un'agenda che oggi suonerebbe quasi di centrodestra. Non era un incidente, era il cuore del suo progetto. Si può capire solo se si ricorda da dove veniva l'Italia.

1996: l'Ulivo e la normalizzazione europea

Il centrosinistra che vince con Prodi non nasce per difendere lo status quo, ma per smontarlo. L'Italia usciva da Tangentopoli, dalle partecipazioni statali decotte, con un debito al 121% del PIL e fuori dagli standard per entrare nell'euro.La Terza Via di Blair e Clinton era il modello, e in Italia aveva un nome preciso: liberaldemocrazia di mercato corretta.

I quattro pilastri erano chiari:

1. Liberalizzazioni e privatizzazioni: Bisognava sciogliere l'IRI. Tra 1992 e 1999 vengono privatizzate Telecom, ENI, ENEL, Banca Commerciale, Credito Italiano. I decreti Bersani del 1998-1999 e poi la famosa "lenzuolata" del 2006 liberalizzano supermercati, farmacie, assicurazioni, taxi, ordini professionali, notai. L'idea di Bersani era: togliere le rendite è una politica di sinistra perché abbassa i prezzi per i più poveri.

2. Concorrenza come politica sociale: Nasce l'Antitrust davvero operativa, le Authority. La concorrenza non è vista come un favore alle imprese, ma come uno strumento per rompere corporazioni e monopoli pubblici e privati.

3. Riduzione e riqualificazione della spesa pubblica: Ciampi, Amato, poi Visco e Prodi devono portare i conti in ordine per Maastricht. Non è austerità per ideologia, è la condizione per restare in Europa. Si parla di riforma Bassanini per snellire lo Stato, pensioni, spending review prima che si chiamasse così.

4. Rafforzamento del premier e governabilità: La Prima Repubblica era crollata anche per l'ingovernabilità. La Bicamerale di D'Alema del 1997 propone semipresidenzialismo, premier forte, superamento del bicameralismo perfetto. L'ossessione è: un governo eletto deve poter governare per cinque anni.

2016: l'ultimo atto di quella stagione

Vent'anni dopo, con Matteo Renzi, il centrosinistra tenta un replay modernizzato dello stesso schema, quasi punto per punto.

Liberalizzazioni e concorrenza: Jobs Act del 2014-2015 per rendere il mercato del lavoro più contendibile, legge annuale sulla concorrenza del 2015, industria 4.0 di Calenda.

Spesa pubblica: Governo Letta e poi Renzi-Padoan ereditano il lavoro di Cottarelli. L'obiettivo è passare da tagli lineari a tagli selettivi, 30 miliardi di spending review, decontribuzione per abbassare il cuneo fiscale, 80 euro finanziati senza aumentare il deficit oltre il 3%.

Premierato: La riforma costituzionale Boschi e la legge elettorale Italicum erano, nella logica del 1996, il compimento finale: superare il Senato elettivo, dare al premier una maggioranza stabile la sera stessa del voto, ridurre il numero di veti.

Non a caso il fronte del No nel 2016 unì due pezzi di quella storia: da una parte D'Alema e Bersani, dall'altra Berlusconi e Grillo. Tutti quelli che nel frattempo avevano cambiato idea su quel modello.

Cosa è cambiato dopo, e perché

Tra il 1996 e il 2026 si sono rotte tre cose.

La prima è la crisi del 2008. Il mercato non è più percepito come il grande modernizzatore contro le rendite, ma come fonte di disuguaglianza e instabilità. La sinistra europea tutta, non solo quella italiana, sposta il baricentro dallo Stato regolatore che apre i mercati allo Stato protettore che li corregge. La seconda è la crisi della globalizzazione. Nel 1996 liberalizzare voleva dire abbassare i prezzi dei biglietti aerei e del telefono. Dopo il 2011, dopo i dazi, dopo il Covid, liberalizzare è percepito come esporre filiere strategiche. La terza è identitaria. Una volta risolto, o creduto di aver risolto, il tema dei conti e dell'Europa, il centrosinistra ha cercato un nuovo collante in temi post-materialisti: diritti civili, ambiente, cittadinanza, redistribuzione più che produzione di ricchezza.

Il paradosso storico è questo: nel 1996 il centrosinistra doveva dimostrare di non essere statalista, assistenzialista e consociativo. Per farlo abbracciò le parole d'ordine che la DC e il PSI non avevano mai avuto il coraggio di praticare fino in fondo.

Oggi quelle stesse parole, concorrenza, merito, responsabilità fiscale, premierato, sono uscite dal vocabolario del centrosinistra e sono entrate, almeno a livello retorico, in quello del centrodestra. La riflessione che resta aperta è se sia stata la realtà a cambiare così tanto da rendere obsolete quelle ricette, o se sia cambiato il pubblico a cui la sinistra vuole parlare.

 
 
 
 
 
 
 
 
Ultima modifica il Sabato, 18 Luglio 2026 12:32