" Il sorteggio era nel Dna del M5S , io li conosco tutti e tutti , sono d'accordo con la riforma , ma non accettano che l'abbia fatta Meloni." 

La dichiarazione di Danilo Toninelli rilasciata a Il Foglio offre uno spaccato crudo, lucido e a tratti spietato sulle dinamiche della politica italiana contemporanea. Con poche parole, l'ex ministro tocca il cuore di un cortocircuito politico profondo, svelando una verità che spesso i partiti faticano ad ammettere. 

La frase "non accettano che l'abbia fatta Meloni" fotografa perfettamente il limite strutturale del dibattito pubblico attuale: la polarizzazione estrema. In questo schema, un'opposizione (o una maggioranza) si sente in dovere di contrastare qualsiasi iniziativa dell'avversario "a prescindere", persino quando questa coincide con le proprie storiche battaglie. Le riforme non vengono più valutate nel merito della loro efficacia o della loro bontà, ma esclusivamente in base alla paternità politica. Questo trasforma la politica in uno scontro tra tifoserie, dove ammettere che l'avversario abbia avuto una buona idea viene vissuto come una sconfitta inaccettabile.

Toninelli fa un'affermazione storicamente ineccepibile ricordando che il sorteggio è nel codice genetico del Movimento 5 Stelle. Agli albori, il M5S si fondava proprio sull'idea di scardinare i centri di potere consolidati, le "correnti" politicizzate (specialmente nel contesto della Magistratura e del CSM) e i meccanismi di cooptazione. L'idea dell'estrazione a sorte rappresentava, per il Movimento delle origini, la garanzia massima di imparzialità e la rottura di ogni logica di lobby. Rinnegare questo principio, o fare ostruzionismo su di esso solo perché oggi viene portato avanti dal governo di centrodestra, significa sacrificare la coerenza ideologica sull'altare del posizionamento tattico.

La franchezza di chi è "fuori dal Palazzo"

La sincerità di questa dichiarazione è probabilmente agevolata dalla posizione attuale di Toninelli, ormai slegato dalle necessità di obbedienza ai diktat della comunicazione quotidiana del partito. Chi è fuori dalla prima linea parlamentare ha spesso il privilegio di poter dire verità scomode. La sua è una critica interna che smaschera l'ipocrisia di una leadership costretta a inseguire il "no" a tutti i costi per marcare la distanza dal governo. Le parole di Toninelli non sono solo una critica alla dirigenza del suo Movimento, ma una diagnosi amara sullo stato di salute della nostra democrazia. Quando il pregiudizio politico acceca a tal punto da far rigettare le proprie stesse idee, il sistema si paralizza. La politica smette di essere il luogo del confronto per il bene della res pubblica e diventa un gioco a somma zero, dove l'obiettivo supremo non è fare una buona legge, ma non concedere un "punto" all'avversario.

Leggi l’intervista a questo link: https://www.ilfoglio.it/.../toninelli-la-riforma-della.../

Il ricordo dei forni comuni di Regalbuto non è solo il racconto di una tradizione gastronomica; è il battito di un cuore collettivo che scandiva il tempo delle stagioni e dei quartieri. In questo articolo abbiamo inserito una dedica alla figura della fornaia e una delle tante ricette delle melanzane al forno. 

Prima ancora che il sole facesse capolino dai monti circostanti, il quartiere si svegliava con un suono familiare: il crepitio della legna secca e il fruscio della scopa della fornaia. Era lei la custode del fuoco, una sacerdotessa del quotidiano che sapeva leggere il calore della pietra solo guardando il colore della volta del forno. Nelle case vicine, le madri avevano vegliato il lievito madre (u criscenti) come un neonato, avvolgendo l'impasto nelle coperte di lana per proteggerlo dal freddo della notte.

Il Rituale della Sfornata

Quando la fornaia dava il segnale, iniziava la processione. Le assi di legno cariche di pagnotte ben protette dai teli di lino arrivavano al forno.

  • L'odore: Un misto inebriante di farina di grano duro, fumo di quercia e lievito.
  • Il suono: Il colpo secco della pala che depositava il pane sulla pietra rovente e quel "suono di vuoto" che faceva la crosta una volta cotta, segno di perfezione.

Il "Dopo-Pane": La Festa dei Sapori

Ma il vero romanticismo di Regalbuto esplodeva dopo. Quando il calore violento del fuoco vivo si placava, lasciando spazio a un abbraccio dolce e costante, il forno diventava di tutti.

Era il momento della condivisione spontanea. Le vicine arrivavano con le teglie preparate con amore:

  1. Le Melanzane Ripiene: Sistemate con cura, trasudavano profumo di basilico e formaggio fresco.
  2. I Peperoni: Che si arrostivano lentamente, addolcendosi fino a diventare burro.
  3. I Dolci: Dai pupi cu l’ova nel periodo pasquale ai biscotti secchi che catturavano l'ultimo calore rimasto.

Non c’era bisogno di appuntamenti. Ci si ritrovava lì, seduti su uno scalino o appoggiati a un muro di pietra, a scambiarsi notizie, consigli o semplici sorrisi, mentre il forno restituiva a ciascuno il proprio tesoro cotto a puntino.

dedicata alla figura della fornaia: 

 

La Regina del Fuoco

(Poesia dedicata alla fornaia di Regalbuto)

Mani di farina e volto di cenere,

scandivi l’alba con un colpo di scopa,

risvegliando la pietra dal suo sonno nero.

Il tuo regno era un antro di luce e di fumo,

dove il lievito madre diventava vita.

Non c’erano orologi tra quelle mura,

ma il ritmo sapiente del legno che arde,

e l’occhio che legge, tra le scintille,

quando la volta si fa bianca e pura,

pronta a ricevere il pane del giorno.

E dopo l'oro delle grandi pagnotte,

aprivi la porta alla carità del calore:

teglie di rame, profumo di festa,

mentre il quartiere s'intrecciava nei racconti,

tra un "vossia" e un sorriso, nell'ombra del forno.  

( anonimo ) 

Milingiani Chini (Melanzane Ripiene) alla Regalbutese

Questo piatto era il protagonista del "dopo-fornata". Sfruttava il calore dolce che rimaneva nel forno dopo che il pane era stato sfornato, permettendo ai sapori di fondersi lentamente.

Ingredienti 

Melanzane: preferibilmente quelle lunghe o ovali nere.

  • Pane grattugiato: di pane di casa raffermo, saporito e grossolano.

  • Formaggio: Caciocavallo siciliano o Pecorino grattugiato.

  • Aromi: Tanto aglio tritato, prezzemolo fresco, sale e pepe.

  • Pomodoro: Qualche pomodorino tagliato a pezzetti o un po' di salsa per ammorbidire.

  • Olio: Olio extravergine d'oliva locale.

Preparazione

  1. Lo Scavo: Le melanzane venivano tagliate a metà per lungo e scavate leggermente. La polpa estratta veniva tagliata a cubetti e saltata velocemente in padella (o scottata in acqua).

  2. L'Impasto: In una ciotola si univa la polpa delle melanzane con il pane grattugiato, il formaggio generoso, l'aglio, il prezzemolo e il pomodoro. Il segreto era un giro d'olio abbondante per rendere il tutto succoso.

  3. La Farcitura: Si riempivano le "barchette" di melanzana con questo composto, premendo bene con le mani.

  4. La Cottura: Venivano adagiate nelle teglie e portate al forno comune. La fornaia le infilava nel profondo della bocca del forno, dove la pietra conservava quel calore umido e avvolgente che non bruciava, ma appassiva la melanzana fino a farla diventare burro.


  1. L’Ordinamento Grandi (1941): La firma di Mussolini

L'ordinamento giudiziario ancora in vigore (seppur ampiamente rimaneggiato) è il Regio Decreto 12 gennaio 1941, n. 12, firmato da Benito Mussolini e dal suo Ministro della Giustizia, Dino Grandi.

  • L’impostazione: In epoca fascista, l'idea di una magistratura "corpo unico" serviva a mantenere un controllo gerarchico e centralizzato. Non c'era una reale separazione dei poteri: il Pubblico Ministero (PM) era visto come l'occhio del governo nel processo.
  • Perché è rimasto? Dopo la caduta del fascismo, la Costituzione del 1948 ha "isolato" la magistratura dal potere politico creando il CSM, ma ha mantenuto l'unità della carriera. L'idea era che un PM che condivide la stessa cultura del giudice fosse più garantista di un PM che si sente solo un "poliziotto".
  1. Il Codice Vassalli (1989): La rivoluzione del Partigiano

Giuliano Vassalli — partigiano, giurista e poi Ministro — fu l’architetto del passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio.

  • Il cambiamento: Prima del 1989, il giudice faceva quasi tutto (raccoglieva prove e decideva). Con Vassalli si è passati al modello "all'americana": due parti (Accusa e Difesa) che lottano ad armi pari davanti a un giudice terzo.
  • Il paradosso: Il codice di Vassalli presuppone che PM e Difesa siano sullo stesso piano. Tuttavia, finché il PM e il Giudice appartengono alla stessa carriera, partecipano agli stessi concorsi e siedono negli stessi organi di autogoverno (CSM), molti giuristi ritengono che la "parità" sia solo teorica.

Il Cuore del Referendum e della Riforma

La critica mossa dai sostenitori della separazione delle carriere (attualmente al centro del dibattito politico e delle riforme costituzionali) è esattamente quella che hai suggerito:

Elemento

Situazione Attuale

Obiettivo della Riforma

Cultura

Giudice e PM condividono la stessa "famiglia" professionale.

Distinguere nettamente chi giudica da chi accusa.

Passaggio di funzioni

È possibile (anche se limitato dalla riforma Cartabia).

Divieto assoluto di passare da un ruolo all'altro.

Organo di Governo

Un unico CSM per entrambi.

Due CSM distinti (uno per i giudici, uno per i PM).

 

Perché è un tema divisivo?

  • Chi vuole la separazione sostiene che sia l'unico modo per attuare davvero l'Articolo 111 della Costituzione (il "Giusto Processo"), eliminando il sospetto che il giudice sia "psicologicamente vicino" al collega PM.
  • Chi si oppone teme che un PM separato dal giudice finisca per perdere la "cultura della giurisdizione" e diventi un super-poliziotto, finendo prima o poi sotto il controllo del Governo (come accade in molti sistemi a carriere separate).

In sintesi: Stiamo cercando di far correre un software modernissimo e democratico (il Codice Vassalli) su un hardware che, nelle sue fondamenta strutturali, è stato progettato in un'epoca autoritaria fascista (l'Ordinamento Grandi).

 

Andiamo a smontare il motore di questa riforma per capire come cambierebbe effettivamente la "carrozzeria" della nostra giustizia.

  1. La "Scomposizione" del CSM: Come funzionerebbe

Oggi abbiamo un solo Consiglio Superiore della Magistratura. La riforma propone di sdoppiarlo, creando due organi indipendenti e una "super-corte" per i procedimenti disciplinari.

  • CSM dei Giudici: Si occuperebbe esclusivamente delle carriere (assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni) di chi emette le sentenze.
  • CSM dei Pubblici Ministeri: Gestirebbe le stesse dinamiche, ma solo per chi sostiene l'accusa.
  • La Corte di Alta Giustizia: Questa è la vera novità. Per evitare che i due CSM siano "troppo indulgenti" con i propri iscritti, i procedimenti disciplinari (le punizioni per chi sbaglia) verrebbero affidati a questo tribunale terzo, esterno ai due consigli.

Perché farlo? L'idea è evitare il "correntismo" incrociato: oggi un PM può votare per il trasferimento di un Giudice e viceversa. Secondo i proponenti, questo crea un legame di "colleganza" che mina l'imparzialità.

  1. Analisi Tecnica: Pro e Contro della Separazione

Il dibattito non è tra "buoni e cattivi", ma tra due diverse visioni della democrazia e dell'efficienza processuale.

Punto di vista

Argomenti a Favore (PRO)

Argomenti Contrari (CONTRO)

Imparzialità

Il Giudice è davvero "terzo" se non ha mai preso un caffè in corridoio con il PM come collega di carriera.

Il PM, restando nella stessa carriera del Giudice, mantiene una "cultura del limite" e non cerca la condanna a tutti i costi.

Parità delle Parti

Avvocato e PM pesano finalmente uguale davanti al Giudice. È il compimento del sistema Vassalli.

Se separi il PM dal Giudice, il PM diventa un "super-poliziotto" che ragiona solo per obiettivi di indagine.

Efficienza

Specializzazione massima: chi giudica fa solo quello, chi indaga diventa un esperto di investigazione.

Si rischia che il PM, una volta isolato, finisca sotto il controllo dell'Esecutivo (Governo) per non restare un "potere senza controllo".

Psicologia

Toglie al cittadino il dubbio che PM e Giudice facciano "squadra" contro l'imputato.

La magistratura perde la sua unità e forza contrattuale di fronte agli altri poteri dello Stato.

Il "Nodo" dell'Obbligatorietà dell'Azione Penale

C'è un dettaglio tecnico fondamentale: in Italia il PM deve indagare su ogni notizia di reato (Art. 112 Costituzione).

  • Il timore: Molti giuristi temono che, separando le carriere, il passo successivo sia dare al Governo il potere di decidere quali reati inseguire (come accade in Francia o negli USA), rompendo il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
  • La rassicurazione: I promotori della riforma sostengono che l'indipendenza del PM rimarrà intatta e protetta dal suo specifico CSM, senza alcuna sottomissione alla politica.

In breve: È una sfida tra chi vuole un Giudice "arbitro assoluto" (modello anglosassone) e chi vuole un PM "magistrato garante" (modello europeo continentale).

ROMA – C’è un filo sottile, fatto di ironia e sentimenti autentici, che lega il passato al presente della letteratura italiana. Questo filo si è riannodato ieri sera a Roma, presso l’Associazione Libera, durante un incontro-dibattito vibrante dedicato alla figura di Brunella Gasperini, l’indimenticata scrittrice e giornalista di San Mamete.

L’evento, curato con passione da Daniela Girfatti della libreria Read Red Road, ha offerto l'occasione per fare il punto su un’operazione culturale coraggiosa: il ritorno in libreria delle opere della Gasperini.

La scommessa di GAEditori

Protagonisti del dibattito sono stati gli editori Antonello La Piana e Gaetano Amoruso. I due responsabili di GAEditori hanno illustrato il percorso che li ha portati a una scelta controcorrente: ripubblicare un’autrice che, nonostante il successo travolgente dei decenni passati, era assente dagli scaffali da troppo tempo.

"Ripubblicare Brunella Gasperini non è stata solo un'operazione nostalgia, ma una scelta editoriale coraggiosa," hanno spiegato i due editori. "Significa scommettere su una scrittura che parla ancora oggi con freschezza e onestà, intraprendendo un cammino nuovo per restituire ai lettori una voce necessaria."

Un pubblico di lettrici appassionate

La serata ha confermato quanto l'affetto per l'autrice di Storie d'amore Storie d'allegria sia ancora vivo. La platea, composta prevalentemente da lettrici, ha dato vita a un confronto serrato, incalzando La Piana e Amoruso con numerose domande sulle scelte grafiche, la selezione dei titoli e le strategie per far conoscere la Gasperini alle nuove generazioni. Un dialogo punto su punto che ha testimoniato la fame di contenuti autentici e di quella "leggerezza profonda" tipica della scrittrice lombarda.

Il gioco del destino: il "caso" delle due Brunelle

Il momento più suggestivo della serata è stato segnato da un’incredibile coincidenza. Tra i partecipanti al dibattito figurava infatti la giornalista di d-La Repubblica Brunella Gasperini.

Un’omonimia perfetta che ha creato un’atmosfera quasi surreale: vedere la "nuova" Brunella Gasperini discutere dell'eredità della "storica" Brunella ha aggiunto un tocco di magia all’incontro, quasi a suggerire che certi nomi siano destinati a restare protagonisti nel mondo della comunicazione e del racconto.

In un clima politico spesso dominato da slogan urlati e contrapposizioni frontali, esiste una strada meno battuta ma infinitamente più preziosa: quella dell'approfondimento personale. Votare non è solo un diritto o un dovere, ma un atto di responsabilità che richiede, prima di tutto, un onesto confronto con i testi, i fatti e le conseguenze delle riforme proposte. Nel contesto di oggi sul referendum  il dibattito pubblico si riduce a un "pro o contro il Governo e sopratutto contro la Presidente del Consiglio ", trasformando un appuntamento elettorale in un referendum sull'esecutivo di turno , e nel caso specifico con atteggiamenti e frasi di bassa politica . Tuttavia, la vera maturità democratica risiede nella capacità di isolare il contenuto della riforma dalle dinamiche di parte. Decidere di votare "Sì" (o "No") dopo aver letto, ascoltato e studiato autonomamente significa rivendicare la propria indipendenza intellettuale. È un esercizio di libertà che sposta il focus dal "chi" al "cosa", restituendo dignità al merito delle questioni. "L'opinione pubblica non si forma con i titoli dei giornali, ma con la pazienza della lettura e l'onestà dell'ascolto."

La bellezza di una democrazia sana non sta nell'unanimità, ma nel confronto tra analisi diverse. Se un cittadino arriva a una conclusione opposta alla nostra attraverso lo stesso percorso di studio libero e indipendente, quel dissenso non è un ostacolo, ma una conferma della vitalità del sistema. Rispettare profondamente un "No" quando si è convinti del proprio "Sì" è il segno distintivo di chi non cerca lo scontro, ma il bene comune. Se la scelta dell'altro è frutto di un’analisi libera e personale, essa ha la medesima dignità della nostra. 

In ultima analisi, il valore della nostra libertà sta proprio in questo: nella possibilità di ritrovarci, pur con opinioni divergenti, uniti dal medesimo rispetto per la verità e per l'impegno civico. Formarsi un’idea propria, senza lasciarsi trascinare dalle correnti emotive della politica, è forse il gesto più rivoluzionario che un elettore possa compiere oggi.

Perché, al di là del risultato nelle urne, è la qualità della nostra consapevolezza a determinare la forza della nostra società.

Forse i più giovani dovrebbero prendere ad esempio quel gruppo di persone non più giovani , che ogni mattina si incontrano in piazza per il piacere di incontrarsi e bere un caffè in compagnia. Si parla di tutto e si spazia dal significato del tocco delle campane , ai risultati di calcio , alle notizie in genere e naturalmente quando ciò accade gli immancabili sfottò parlando della Meloni e della Schlein .

Si perchè la compagnia è piuttosto colorita ( politicamente ) : da una parte due o tre a sinistra , dall'altra due o tre a destra e raramente uno schierato a centro. Ogni anno poi organizzano una cena per stare ancor di più insieme. La politica , al contrario di ciò che avviene spesso, non li divide , anzi li unisce nei sorrisi tra meloniani e schleiniani , tra sinistra e destra , tra anti Trunfiani e Putiniani , ma mai si oltrepassa il limite della goliardia.

Lo sanno perchè sono cresciuti quando la politica si faceva nelle sedi dei partiti, luoghi dove il confronto era aspro ma regolato da una grammatica del rispetto. Lì si imparava che la bandiera è importante, ma l'uomo che la tiene in mano lo è di più. Conoscono il confine invisibile oltre il quale la dialettica diventa offesa. Lo sanno perché, dopo il comizio, ci si ritrova comunque allo stesso bancone.

Sono persone  cresciute nelle sedi dei partiti e dunque conoscono bene il limite che bisogna dare alla politica quando si è amici. Anche ieri sera ( sabato scorso ) ognuno ha assistito al proprio raduno del NO ( in Piazza Vittorio Veneto ) e del SI ( nella sala Paolo VI ) e come di solito , stamattina ( domenica) si sono ritrovati in Piazza per la solita passeggiata e l'immancabile caffè - discutendo anche della tappa ciclistica delle Strade Bianche trasmessa ieri in TV.

C'è una dignità immensa nel saper passare dal "No" e dal SI  politico all'amicizia davanti a un caffè e una passeggiata mattutina.

Il valore dell'amicizia è quanto più difficile da mantenere quando si antepone la politica come mezzo di scontro . Queste persone sanno bene che c'è un tempo per dividersi , ma c'è un tempo - quello più lungo - per stare insieme e raccontarsi , magari con le soite frasi : c'è chi alle 9 deve scendere in campagna per lavori, chi deve andare a comprare il pane , chi va al lavoro , chi resta qualche minuto ancora per poi fare la solita spesa al supermercato e magari scambiarsi ricette da degustare.

I più giovani, spesso intrappolati in una politica identitaria e polarizzata, dovrebbero osservare questi "ragazzi di una volta". Imparerebbero che: Una compagnia fatta solo di persone che la pensano allo stesso modo è un monologo noioso. La bellezza è nello sfottò tra meloniani e schleiniani. La politica è un mezzo, non il fine. Il fine è la spesa al supermercato, il lavoro in campagna, il pane fresco e il piacere di esserci. 

Queste persone  sono i veri custodi della coesione sociale. Ci ricordano che, spenti i microfoni dei raduni, restiamo noi: una comunità che ha bisogno di sorrisi, di goliardia e, soprattutto, di quel prossimo caffè insieme.

Piccole Storie
L’immagine è tratta dal film The Stoning of Soraya M. (2008), basato sul libro del giornalista Freidoune Sahebjam che racconta la storia.
 
Scavarono una buca nel terreno, davanti al villaggio.
Poi chiamarono la gente ad assistere.
Il giorno in cui Soraya Manutchehri fu condannata, l’intero villaggio si radunò per assistere alla sua morte.
Siamo nel 1986 a Kuhpayeh, un piccolo villaggio tra le montagne dell’Iran. Qui vive Soraya, trentacinque anni, madre di quattro figli. Da fuori la sua vita sembra simile a quella di tante altre donne del villaggio: una casa semplice, una famiglia, giornate scandite dal lavoro e dalla cura dei figli.
Ma dentro quelle mura la realtà è molto diversa.
Il suo matrimonio era diventato un luogo di tensione continua. Suo marito aveva un progetto preciso: voleva sposare un’altra ragazza del villaggio, molto più giovane. La ragazza aveva solo quattordici anni.
Per riuscirci senza perdere denaro, senza dover pagare un mantenimento e senza macchiare la propria reputazione, trovò una strada brutale.
Accusò Soraya di adulterio.
In un villaggio piccolo, dove tutti si conoscono e la vita è osservata da vicino, bastò poco perché una voce diventasse una certezza. Le parole iniziarono a circolare tra le case. Gli sguardi cambiarono. I sussurri diventarono accuse.
Soraya provò a difendersi, ma ebbe pochissimo spazio per farlo.
Fu portata davanti a un tribunale locale. Non c’erano avvocati, non c’era un processo nel senso in cui lo immaginiamo oggi. C’erano testimonianze costruite, pressioni sociali e l’autorità degli uomini del villaggio.
La decisione arrivò rapidamente.
Colpevole.
La condanna era tra le più terribili previste: la lapidazione.
Quel giorno il villaggio si riunì. Soraya fu portata fuori, nel terreno dove sarebbe stata eseguita la sentenza. Il suo corpo venne sepolto parzialmente nella terra, lasciando scoperta solo la parte superiore.
Poi iniziarono le pietre.
Era una morte pensata per essere lenta. Pubblica. Un atto che doveva diventare un esempio per tutti.
Tra le persone presenti c’erano anche uomini del villaggio e membri della sua stessa famiglia, costretti a partecipare all’esecuzione secondo le regole locali.
Quando tutto finì, la storia di Soraya sembrò destinata a restare lì, sepolta insieme a lei, tra quelle montagne.
Per anni il mondo non seppe nulla.
Poi accadde qualcosa di inatteso.
Un giornalista franco-iraniano, Freidoune Sahebjam, ascoltò il racconto di ciò che era successo. Decise di raccogliere quella testimonianza e di trasformarla in un libro.
Nacque così La lapidazione di Soraya M.
Il nome di Soraya, che per anni era rimasto confinato in un piccolo villaggio iraniano, attraversò improvvisamente i confini del paese. Il libro fu tradotto, discusso, letto in molti luoghi del mondo.
Anni dopo, la sua storia diventò anche un film: The Stoning of Soraya M.
Ma al di là del cinema e delle pagine scritte, ciò che rimane è la domanda che la sua vicenda continua a lasciare sospesa.
Cosa accade quando la giustizia non dipende dalle prove, ma dal potere, dalla paura e dal giudizio della comunità?
Perché in quei momenti una vita può restare intrappolata tra tradizione, accuse… e silenzio.
 
La storia è stata raccontata dal giornalista Freidoune Sahebjam nel suo libro " La lapidazione di  Soraya M. , basato sulle testimonianze di una donna del vollaggio. 
 
 

 

 

 

Ogni anno, puntuale come l'allergia al polline, arriva l'8 marzo. E con lui, il solito corredo di mimose stropicciate, messaggi WhatsApp prestampati e prenotazioni nei ristoranti per serate "all inclusive" che promettono trasgressione e finiscono spesso nel grottesco. Se vogliamo davvero onorare questa data, dobbiamo avere il coraggio di dire che il rispetto non si misura in mazzetti di fiori, né la libertà si esprime in una serata di spogliarello. Festeggiare la donna solo l'8 marzo è come innaffiare una pianta una volta l'anno e pretendere che resti rigogliosa. C'è qualcosa di profondamente contraddittorio nel celebrare la "figura femminile" per 24 ore, per poi tornare il 9 marzo a un mondo fatto di  parità di competenze, il portafoglio parla ancora al maschile. Quella della gestione invisibile della casa e della famiglia che ricade quasi sempre sulle stesse spalle. E infine di quel sottile (ma costante) esame a cui le donne sono sottoposte per come appaiono, per come scelgono di essere madri o per come scelgono di non esserlo.

Non dimentichiamolo: questa giornata nasce dalle lotte operaie, dal sangue e dalle rivendicazioni per il pane e per le rose. Ridurla a una "festa della donna" intesa come occasione di svago leggero rischia di cancellare la natura politica e sociale dell'evento. La mimosa è un simbolo bellissimo perché è un fiore che resiste, che fiorisce anche nei terreni difficili. Ma la sua forza non sta nel colore, sta nella sua resilienza. Celebrare oggi significa riconoscere che la libertà di una donna non è un "concedere qualcosa", ma un diritto fondamentale che non deve aver bisogno di permessi, né di quote, né di sconti.

Cosa resterebbe se togliessimo la mimosa?

Forse resterebbe la cosa più preziosa: l'ascolto. Invece di un augurio standard, potremmo chiederci se nel nostro quotidiano — in ufficio, a casa, nelle istituzioni — stiamo davvero creando spazio per il merito e per la sicurezza. Perché la vera emancipazione non passa per una cena fuori, ma per la possibilità di camminare per strada senza voltarsi indietro e per la certezza che la propria voce abbia lo stesso peso di qualunque altra.

Quest'anno, lasciamo pure le mimose sulle piante (o usiamole come un semplice pensiero gentile), ma portiamo avanti la consapevolezza. Essere donna non è un genere da festeggiare, è un'identità da rispettare. Ogni singolo giorno del calendario.

Mentre il dibattito televisivo si infiamma su tweet, polemiche estemporanee e inchieste che sembrano seguire il calendario elettorale, due voci fuori dal coro — Massimo Cacciari e Federico Rampini — hanno deciso di rompere il silenzio. La loro analisi è brutale nella sua semplicità: il governo di Giorgia Meloni non è in bilico. E il motivo non risiede in una particolare "magia" politica, ma nel totale scollamento tra la narrazione della sinistra e la realtà del Paese. Massimo Cacciari, con la consueta schiettezza, ha puntato il dito contro quella che definisce la "neolingua" della sinistra. Mentre i salotti buoni discutono di asterischi, identità di genere e correttivi grammaticali, l’italiano medio è preoccupato dalle bollette e dal potere d’acquisto.  "La Meloni parla come mangia", ha osservato Cacciari. In un mondo di politici che sembrano leggere manuali di istruzioni tradotti male, la comunicazione diretta della Premier viene percepita come autentica.La gente non cerca un maestro di etica, ma un amministratore che capisca i problemi del quotidiano. Ogni lezione di morale impartita dall'opposizione sembra scavare un solco più profondo tra il "Palazzo" e la piazza." 

Federico Rampini ha invece spostato il focus sulla geopolitica. In un’Europa frammentata, con una Germania in crisi di identità e una Francia politicamente instabile, l’Italia di Meloni appare — paradossalmente — come un’isola di stabilità. "A Bruxelles non contano i post su Facebook, conta chi può garantire la tenuta di un sistema," suggerisce l'analisi. La stabilità del governo italiano oggi è un asset strategico che la Premier sta spendendo con intelligenza sui tavoli internazionali, rendendo i tentativi di "spallata" interna del tutto inefficaci agli occhi dei partner europei. " 

Per Cacciari, il problema non è quanto sia forte la destra, ma quanto sia smarrita la sinistra. La diagnosi è impietosa: finché l'opposizione si limiterà a reagire con sdegno ai tweet di giornata senza offrire una visione alternativa e concreta del Paese, la "traversata nel deserto" sarà lunghissima.

I punti chiave del fallimento dell'opposizione:

  1. Inseguire le polemiche: Invece di dettare l'agenda, la sinistra si limita a commentare quella della Meloni.

  2. Mancanza di radicamento: La percezione di un'élite che parla a se stessa invece che ai lavoratori.

  3. L'attesa del "deus ex machina": Sperare che siano i giudici o lo spread a far cadere il governo, invece del consenso elettorale.

Il messaggio di Cacciari e Rampini è un invito al realismo. Giorgia Meloni non cadrà per un'inchiesta a orologeria o per un'indignazione social. Cadrà solo se e quando si presenterà un'alternativa capace di parlare la stessa lingua della realtà, e non quella dei sogni ideologici. Al momento, quell'alternativa non sembra nemmeno all'orizzonte.

Esistono momenti in cui il silenzio non è solo una scelta di buona educazione, ma un dovere morale. Davanti alla bara bianca di un bambino di sette anni, strappato alla vita dopo un calvario medico che ha commosso l'Italia intera, l'unica postura possibile dovrebbe essere quella del rispetto e della partecipazione al dolore. Eppure, anche in un'occasione così tragica, la macchina dell'odio non ha saputo fermarsi. La presenza del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ai funerali del piccolo presso la chiesa di San Vincenzo de' Paoli a Napoli, è diventata per alcuni l'ennesimo pretesto per scatenare una violenza verbale che lascia attoniti. La critica politica è il sale della democrazia, ma ciò a cui abbiamo assistito nelle ultime ore è qualcosa di profondamente diverso. Leggere commenti che attribuiscono la responsabilità di questa tragedia alla gestione sanitaria del Governo centrale non è solo intellettualmente disonesto, ma denota una profonda ignoranza del funzionamento delle nostre istituzioni.  Un Capo di Stato che si presenta a un funerale non lo fa per "passerella", ma per testimoniare la vicinanza dell'intera nazione a una famiglia distrutta.

È un gesto di pietas che trascende i partiti. 

- Dobbiamo chiederci: cosa spinge un individuo a trasformare il dissenso politico in un livore personale così viscerale? Perché l’avversario non è più qualcuno che ha idee diverse sulla sanità o sull’economia, ma diventa un "mostro" da colpire anche nei momenti di umana pietà? Forse perché, per anni, si è costruita una narrazione volta a deumanizzare Giorgia Meloni, rendendo così lecito (nella mente di chi odia) calpestare anche il rispetto dovuto davanti a una bara bianca.

- La domanda è inevitabile e bruciante: se al posto dell'attuale Presidente, a quel funerale si fosse presentato un leader della sponda opposta, avremmo letto gli stessi insulti? O avremmo letto elogi sulla "sensibilità delle istituzioni" e sulla "vicinanza umana del potere"? Questo doppio standard suggerisce che l’indignazione non nasca da un principio etico, ma da un’appartenenza tribale: il mio leader "sente il dolore", il tuo leader "fa propaganda".

- Cosa è scattato in quella parte di società che ha perso il senso del limite? Un tempo esistevano zone franche — la morte, l'infanzia, il lutto — che erano considerate sacre e inviolabili dal conflitto politico. Oggi, quella barriera sembra crollata. È l’effetto di una polarizzazione estrema alimentata dai social e da una certa comunicazione d'assalto, che ha convinto le persone che "l’altro" non meriti rispetto nemmeno nel silenzio di un funerale.

- C’è un interrogativo ancora più inquietante: non sarà che per certi "odiatori di professione", l’insulto a Giorgia Meloni sia diventato l’unico modo per sentirsi parte di una comunità? Quando non si hanno più argomenti nel merito, l’attacco personale e la rabbia diventano le ultime scialuppe di salvataggio di chi ha perso la bussola della realtà.

"Questi interrogativi non servono a difendere una parte politica, ma a difendere la nostra stessa umanità. Perché se non siamo più capaci di distinguere un atto di rispetto istituzionale da una mossa elettorale, se non sappiamo più tacere davanti al dolore di una madre, allora il problema non è più chi governa il Paese, ma cosa sta diventando il Paese."

Mentre il rumore del fango social cercava di sporcare la giornata, a brillare è stata solo la dignità immensa di una madre. Una donna che ha lottato come una leonessa per il suo bambino e che, nel momento dell'addio, ha mostrato una forza che dovrebbe far vergognare chiunque abbia usato questa storia per fini ideologici. Il dolore di quella famiglia è sacro. Il vuoto lasciato da quel bambino è incolmabile. Tutto il resto — le offese, le speculazioni, le urla digitali — è solo miseria umana che il tempo cancellerà, lasciando spazio solo al ricordo di un piccolo guerriero che meritava un silenzio più profondo e rispettoso. 

AgoVit

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