Il dirigente della Democrazia Cristiana di Enna: "Bene gli investimenti sulla salute, ma chi dà voce ad agricoltori, autotrasportatori e imprese?"

ENNA - Nelle ultime ore si moltiplicano proclami e rivendicazioni da parte di deputati e rappresentanti del Governo regionale sugli annunciati stanziamenti per la provincia di Enna, dall'ipotesi del quarto Policlinico siciliano al potenziamento del reparto di oncologia. Un dibattito che per Giuseppe Di Franco, dirigente della Democrazia Cristiana di Enna, non può restare a senso unico. "Ogni investimento nella sanità e ogni progetto finalizzato a migliorare la salute dei cittadini sono importanti e meritano attenzione. La tutela della salute è un diritto fondamentale e il nostro territorio ha bisogno di servizi sanitari efficienti, strutture adeguate e risposte concrete", premette Di Franco. "Ma mi chiedo: mentre si annunciano progetti e si rivendicano possibili risultati, chi sta dando voce alle difficoltà drammatiche che stanno vivendo il mondo agricolo, gli autotrasportatori e l'intero comparto economico della nostra provincia?" Al centro dell'intervento di Di Franco c'è la crisi del tessuto produttivo ennese. Agricoltura, trasporto merci, piccole e medie imprese, artigiani e commercio - ricorda - "rappresentano il cuore produttivo del nostro territorio. Sono settori che garantiscono occupazione, sostengono migliaia di famiglie e contribuiscono a mantenere vivi i nostri comuni". Settori che oggi, sottolinea, "sono messi a dura prova dall'aumento dei costi, dalle difficoltà operative e da una crisi che rischia di compromettere la loro stessa sopravvivenza. Non possiamo permettere che, mentre si discute dei progetti del futuro, si spenga lentamente il motore economico del nostro presente". Da qui l'appello politico, rivolto a tutte le forze politiche, ai deputati regionali, al Governo della Regione Siciliana e alle istituzioni competenti. "Mettiamo da parte le contrapposizioni e le iniziative di pura visibilità e apriamo immediatamente un confronto serio con le categorie produttive", è la richiesta del dirigente DC.

Tre le priorità indicate:

1. Interventi concreti per l'agricoltura,
2. misure per contenere i costi che gravano sugli autotrasportatori,
3. strumenti per aiutare le imprese in difficoltà e una strategia di sviluppo capace di creare lavoro e offrire prospettive ai giovani.

"La provincia di Enna non può vivere soltanto di annunci. Ha bisogno di programmazione, investimenti verificabili, tempi certi e risultati misurabili", prosegue Di Franco. "La sanità è fondamentale, ma altrettanto fondamentale è garantire ai cittadini la possibilità di lavorare, produrre e vivere dignitosamente nella propria terra". Un richiamo finale al senso di responsabilità della politica: "La politica ha il dovere di ascoltare tutti, ma soprattutto di non lasciare indietro chi oggi rischia di perdere il proprio lavoro e la propria attività". E ancora: "Il mio appello è semplice e chiaro: facciamo squadra per Enna, per le sue imprese, per i suoi agricoltori, per gli autotrasportatori e per tutte le famiglie che chiedono risposte concrete. Perché senza economia non c'è sviluppo, senza lavoro non c'è futuro e senza imprese vive non può esserci una vera rinascita del nostro territorio".

La chiosa è un monito che dà il titolo all'intervento: "Meno proclami, più ascolto. Meno promesse, più fatti. Il futuro della provincia di Enna si costruisce tutelando la salute, il lavoro e la dignità dei cittadini".

 
 
 
 
 
 
 
 

Leggo anch'io l'articolo apparso di recente su un noto quotidiano on line , dal titolo "Andare oltre Cuffaro per salvare il partito" e, come molti, mi soffermo su quel virgolettato che descrive i delegati regionali siciliani al Congresso nazionale come "anti Cuffaro". Una lettura che non mi convince, e che non corrisponde alla realtà che vivo. Non è questo il punto. E non è così che si rende un servizio alla Nuova Democrazia Cristiana.

Al Presidente Totò Cuffaro va riconosciuto, senza infingimenti, un merito storico: ha avuto il coraggio di rimettere in campo un simbolo, un nome, una cultura politica che sembrava condannata all'archivio. Ha dato a tanti democristiani, che dopo il 1994 si erano dispersi in mille rivoli, la possibilità di ritrovarsi, di riconoscersi di nuovo in quel modo di pensare e di agire tipico della grande Democrazia Cristiana. Questo è un dato di fatto, che piaccia o no. Ma proprio per rispetto a questo percorso, credo sia sbagliato ridurre tutto a una questione di persone, di correnti pro o contro. Sarebbe l'ennesima replica di un copione già visto.

Come ho scritto in un mio precedente articolo, la vera maledizione della Democrazia Cristiana dopo il 1994 non è stata quella di non essere riuscita a far risorgere il partito. È stata quella di non essere riuscita a superarlo.

Da trent'anni assistiamo allo stesso film: tribunali per contendersi un simbolo, divisioni, spaccature, la moltiplicazione infinita di sigle che rivendicano tutte l'eredità più pura. Abbiamo confuso la fedeltà con la ripetizione. Abbiamo pensato che bastasse riesumare lo Scudo Crociato per far rivivere la DC, senza chiederci cosa quella storia dovrebbe dirci oggi. Se vogliamo davvero far risorgere la Nuova DC, il problema non è andare oltre Cuffaro. Il problema è andare oltre la stessa storia della DC così come l'abbiamo idealizzata. L'elettore di oggi non è quello del dopoguerra. Non vive l'ansia della ricostruzione, ma quella della precarietà, della transizione ecologica e digitale, dello spopolamento delle aree interne, di una Sicilia e di un Mezzogiorno che chiedono infrastrutture, lavoro e dignità, non assistenzialismo. Non cerca una rievocazione, cerca una risposta.

Andare oltre significa allora questo: prendere i temi cari a Don Luigi Sturzo - la centralità della persona, la sussidiarietà, la libertà delle comunità intermedie contro ogni statalismo - e l'insegnamento di De Gasperi - l'Europa come destino, la serietà amministrativa, l'idea di un partito popolare e non classista - e calarli con coraggio nella realtà degli anni Duemila. Cosa significa oggi la dottrina sociale della Chiesa di fronte all'intelligenza artificiale, al lavoro povero, alla crisi demografica? Cosa significa essere popolari quando il popolo non va più in sezione ma vive sui social? Cosa significa essere autonomisti in Sicilia oggi? Ecco il dibattito che vorrei al Congresso nazionale. Non il conteggio dei delegati pro o contro, ma un confronto sul come superare quella maledizione che ci ha tenuti prigionieri della nostalgia.

Salvare il partito non vuol dire cambiare il presidente. Vuol dire finalmente avere il coraggio di superare noi stessi.

 
 
 
 
 
 
 
 

Il 16 ottobre 2026, presso l’Istituto Tecnico “Salvatore Citelli” di Regalbuto, si è celebrato l’Erasmus Day 2026, un’importante occasione per condividere le esperienze di mobilità internazionale e valorizzare il percorso di internazionalizzazione della scuola. L’iniziativa, dal titolo “Learning and Growing with Erasmus+ – Our Experiences, Our Skills, Our Future”, si è inserita nel tema europeo “Learning and growing: skills for tomorrow”, ponendo al centro il valore dell’apprendimento, dello scambio interculturale e dello sviluppo delle competenze necessarie per affrontare le sfide del futuro.

Per il “Salvatore Citelli”, Erasmus+ rappresenta un’importante opportunità educativa e formativa, capace di arricchire i percorsi scolastici attraverso il confronto con altre culture, sistemi educativi e realtà europee. Le mobilità realizzate in Lituania e Germania hanno permesso ai nostri studenti di vivere esperienze significative di crescita personale, linguistica e professionale, sviluppando autonomia, spirito di adattamento, collaborazione e cittadinanza europea. A queste esperienze si aggiunge l’accoglienza di studenti provenienti da Spagna, Lituania e Germania, che ha trasformato la scuola in uno spazio di incontro, dialogo e condivisione, favorendo la conoscenza reciproca e l’apertura verso nuove culture. Erasmus+ non è soltanto un’esperienza di mobilità, ma un percorso che lascia competenze, relazioni e nuove prospettive, contribuendo a formare cittadini consapevoli, responsabili e aperti al mondo.

L’Erasmus Day ha rappresentato anche un’importante occasione di disseminazione delle attività e dei risultati raggiunti, con l’obiettivo di far conoscere le opportunità offerte dai progetti europei e rafforzare il legame tra scuola e territorio. La mattinata si è articolata in due momenti: dalle ore 9:00 alle 11:00, presso l’Istituto Tecnico “Salvatore Citelli”, si sono svolti l’accoglienza dei partecipanti, un flash mob e la condivisione delle esperienze Erasmus+; dalle ore 11:00 alle 13:00, in Piazza delle Palme e Piazza della Repubblica, gli studenti sono stati coinvolti in giochi, challenge e attività interattive dedicate alla creatività, alla comunicazione, alla collaborazione e allo spirito di squadra. La partecipazione degli studenti e dei docenti della scuola secondaria di primo grado ha arricchito l’iniziativa, favorendo l’incontro tra le istituzioni scolastiche e promuovendo occasioni di collaborazione e continuità educativa.

La realizzazione della manifestazione è stata resa possibile anche grazie alla collaborazione dell’Amministrazione comunale, della Misericordia e della Pro Loco, realtà che sostengono le iniziative del Citelli e contribuiscono a rafforzare il rapporto tra la scuola e la comunità locale. L’Erasmus Day conferma l’impegno dell’Istituto Tecnico “Salvatore Citelli” nel promuovere l’internazionalizzazione come leva strategica per l’innovazione didattica e la crescita formativa degli studenti. Raccontare e condividere le esperienze vissute significa valorizzare il lavoro svolto, diffondere le opportunità offerte dall’Europa e incoraggiare sempre più giovani a partecipare a percorsi di apprendimento internazionali. Il Citelli è la scuola del territorio, la scuola di tutti i regalbutesi: una comunità educativa che cresce grazie alla collaborazione, alla partecipazione e alla capacità di fare rete. Perché aprirsi all’Europa significa ampliare gli orizzonti, creare nuove opportunità e costruire insieme un futuro in cui ogni esperienza diventa occasione di crescita.

Mezzo milione di chilometri e oltre 3mila interventi nel 2025. Il Governatore Santo Cantali: "Costi aumentati del 30%, spendiamo 2mila euro in più al mese. Le istituzioni non ci dimentichino"

REGALBUTO - L'aumento dei prezzi dei carburanti continua a pesare su autotrasportatori, tassisti e numerose categorie professionali. Ma c'è un settore meno visibile che ogni giorno percorre migliaia di chilometri non per finalità economiche, ma per garantire soccorso e assistenza ad anziani, persone fragili e all'intera popolazione. È quello delle associazioni di volontariato impegnate nell'emergenza sanitaria e nei servizi socio-assistenziali.

A lanciare l'allarme nel territorio ennese è Santo Cantali, Governatore della Misericordia di Regalbuto e Consigliere Nazionale delle Misericordie d'Italia, che evidenzia le crescenti difficoltà legate all'incremento dei costi di gestione.

«Si sente spesso parlare di milioni di euro stanziati dal Governo per attenuare gli effetti del caro carburanti nel settore dei trasporti commerciali – afferma Cantali – ma viene spontaneo chiedersi chi stia pensando alle associazioni di volontariato come la nostra. Anche la nostra flotta percorre ogni giorno migliaia di chilometri e solo nel 2025 abbiamo quasi raggiunto il mezzo milione di chilometri percorsi, effettuando oltre tremila interventi. Anche noi dobbiamo confrontarci con i continui aumenti di benzina e gasolio, ai quali si sommano i rincari delle manutenzioni, delle assicurazioni e dell'approvvigionamento di materiale sanitario e antincendio».

Secondo i dati diffusi dalla Misericordia, il costo dei carburanti incide oggi fino al 30% in più rispetto al passato sulle spese ordinarie. Per una realtà operativa e dinamica come quella di Regalbuto, questo si traduce in una maggiore uscita economica che sfiora i 2.000 euro al mese rispetto agli anni precedenti. Una situazione che presenta una differenza sostanziale rispetto a quella delle imprese private. Le associazioni di volontariato, infatti, non beneficiano di adeguamenti economici o di misure di sostegno dirette per i servizi di emergenza sanitaria, trasporto sociale e antincendio che garantiscono quotidianamente. «La tenuta del sistema è affidata quasi esclusivamente al sostegno della comunità locale e all'impegno dei volontari, una risorsa fondamentale che negli ultimi anni si sta progressivamente riducendo – prosegue Cantali – Eppure continuiamo ad esserci, ventiquattro ore su ventiquattro, per i trasporti sanitari, le emergenze, l'assistenza alle persone fragili, i servizi sociali, l'antincendio e l'emporio solidale. Dietro ogni autovettura che si vede in strada esiste una macchina organizzativa che ogni giorno si impegna per mantenere attivo un servizio essenziale per la comunità».

Una criticità che non riguarda solo la Misericordia di Regalbuto, ma l'intero mondo del Terzo Settore e del volontariato socio-sanitario, chiamato a sostenere costi sempre maggiori a fronte di risorse limitate. Nonostante le difficoltà, l'associazione ribadisce la volontà di continuare a garantire tutti i servizi. Da qui l'appello alle istituzioni affinché venga riconosciuto il ruolo svolto quotidianamente dalle organizzazioni di volontariato sanitario. «Nessuno vuole fermarsi, perché la salute e i bisogni dei cittadini vengono prima di ogni bilancio – conclude Cantali – ma mantenere gli elevati standard di servizio a cui teniamo sta diventando un equilibrio sempre più difficile. È arrivato il momento che le istituzioni guardino concretamente a chi opera nel volontariato sanitario, una realtà che troppo spesso viene ricordata soltanto nei momenti di emergenza. Senza un sostegno tangibile, il rischio è che la situazione diventi insostenibile e che venga compromesso il futuro di molti servizi sul territorio. A pagarne le conseguenze più gravi sarebbero, ancora una volta, le persone più fragili».

L'allarme lanciato da Regalbuto si inserisce così in un contesto più ampio, che coinvolge l'intero sistema dell'assistenza territoriale, ogni giorno chiamato a garantire servizi essenziali nonostante l'aumento dei costi e la crescente difficoltà nel reperire risorse e volontari.

 
 
 
 
 
 
 
 

Parlare di una "maledizione" sul simbolo dello Scudo Crociato e sull'eredità della Democrazia Cristiana non è solo una suggestione suggestiva, ma la sintesi ideale di una frammentazione infinita che dura ormai da oltre trent’anni. Dal 1994 — anno in cui la DC si sciolse ufficialmente per cedere il passo al Partito Popolare Italiano — fino a oggi, il panorama politico è stato testimone di una galassia atomizzata di partiti, correnti, associazioni e fondazioni che hanno rivendicato di essere i "veri" ed "unici" eredi di quella tradizione. Eppure, nessuno di essi è mai riuscito nemmeno a scalare le premesse di quel potere o di quell'unità che la DC rappresentò per quasi cinquant'anni. La Democrazia Cristiana non è mai stata un semplice partito politico nell'accezione moderna del termine: era una cattedrale di correnti, un sistema di potere e, al contempo, un grande contenitore sociale. Al suo interno convivevano l'anima sociale e la destra economica, i cattolici democratici e i moderati conservatori, la sinistra d'ispirazione dossettiana e i pragmatisti dorotei.

Ciò che teneva insieme questa incredibile varietà non era un’ideologia rigida, ma tre fattori irripetibili: La guerra fredda: La necessità imperativa di rappresentare l'argine al Partito Comunista Italiano (il cosiddetto factor K). Il collateralismo con la Chiesa: La benedizione morale e organizzativa delle strutture ecclesiali. La gestione del potere statale: La capacità di redistribuire risorse e mediare tra le diverse componenti della società italiana.

Quando nel 1992-1994, sotto i colpi delle inchieste di Mani Pulite, la caduta del Muro di Berlino e la crisi finanziaria, questo impianto è crollato, la "colla" si è dissolta instantaneamente. Senza più il nemico sovietico e senza più il monopolio del governo, le singole correnti si sono scisse per trovare collocazione nel nuovo sistema bipolare (Forza Italia da una parte, il Centro-sinistra dall'altra).Uno dei tratti più singolari di questa storia è la guerra legale permanente attorno al nome, alla sigla "DC" e al simbolo dello Scudo Crociato. La sensazione della "maledizione" deriva in gran parte da questa contesa interminabile .  Contese di sede (il celebre palazzo di Piazza del Gesù), ricorsi alla Corte di Cassazione, assemblee autoconvocate, sentenze sul tesseramento del 1993 e battaglie tra segretari storici e autoproclamati si sono susseguiti per decenni. La tragedia si è fatta spesso farsa: ogni volta che un gruppo di nostalgici o di dirigenti tentava di riesumare lo Scudo Crociato per presentarsi alle elezioni, scattava la diffida del gruppo concorrente. L'eredità di un partito che ha ricostruito l'Italia nel dopoguerra si è trovata così ridotta a un contenzioso da codice civile, paralizzata dalla sindrome dell'«ultimo dei mohicani». 

Se c'è una "maledizione", essa non è frutto del destino, ma di precise trasformazioni socio-culturali che rendono impossibile la rinascita di una DC 2.0:

  1. La secolarizzazione della società: L'Italia non è più quella degli anni '50 o '70. Il "voto cattolico" non è più un blocco monolitico e i fedeli votano oggi in modo fluido lungo tutto lo spettro politico.

  2. La fine dei partiti di massa: La politica attuale si basa sulla leadership personale, sui social media e sulla velocità di consumo della comunicazione. La DC era l'esatto contrario: un'infrastruttura complessa fatta di sezioni locali, tesseramenti e congressi interminabili.

  3. L'incompatibilità con la polarizzazione: Il sistema bipolare (o tripolare) premia la contrapposizione, mentre il genio (e il limite) della DC era la mediazione continua e il compromesso al centro.

    La vera maledizione della Democrazia Cristiana non sta nel non essere riusciti a far risorgere il partito, ma nel non essere riusciti a superarlo.

    Continuare a contendersi un simbolo spento o una sigla decaduta ha impedito per decenni la nascita di una cultura popolare moderna e proiettata nel futuro. Finché gli eredi della balena bianca cercheranno nel passato le risposte al presente — rifugiandosi nei tribunali per un logo o nei manifesti con le citazioni di Sturzo — lo Scudo Crociato rimarrà un cimelio storico, testimone di un’epoca irripetibile che l'Italia ha definitivamente consegnato ai libri di storia.

Era una notizia che aspettavamo da tempo. Ora è ufficiale: si apre l'iter per i lavori nella casa storica della pallavolo regalbutese

REGALBUTO - Era una notizia che aspettavamo da tempo. Il finanziamento per l'adeguamento della palestra comunale della Scuola Media finalmente apre le porte all'avvio dell'iter necessario per i lavori e al ritorno lì dove la pallavolo di Regalbuto ha vissuto le sue pagine più belle. È un via libera dal valore doppio: tecnico e sentimentale. Da un lato c'è l'atto amministrativo, i "LAVORI DI RIQUALIFICAZIONE ARCHITETTONICA, FUNZIONALE E MESSA IN SICUREZZA DELLA PALESTRA ALL'INTERNO DELL'ICS G.F. INGRASSIA", inseriti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Dall'altro c'è il cuore di una comunità. L'impianto di Via Monsignor Piemonte / Via del Popolo, la Palestra scuola media "G.F. Ingrassia", è per Regalbuto molto più di una palestra scolastica. È il parquet che ha visto schiacciate, salvezze impossibili, titoli giovanili e campionati che hanno infiammato gli spalti. Per quarant'anni, generazioni di ragazzi e ragazze si sono alternate su quel campo, indossando la stessa maglia, imparando cosa significa fare squadra, cadere e rialzarsi.

Un'attesa lunga, che l'amministrazione stessa aveva definito prioritaria: "attendiamo altresì fiduciosi il decreto di finanziamento per la ristrutturazione della palestra della scuola media così da riconsegnarla non solo alla scuola, ma anche alle società sportive che da tempo attendono di fruirla".

Quel decreto, ora, è arrivato. Il progetto ammesso a finanziamento riguarda proprio la "Riqualificazione palestra esistente (messa in sicurezza/adeguamento impiantistico)" per il Comune di Regalbuto e consentirà di adeguare l'immobile alle normative attuali, efficientare gli impianti, mettere in sicurezza la struttura e restituirla pienamente alla sua doppia funzione: didattica al mattino, agonistica al pomeriggio.

Per la Scuola di Pallavolo Regalbuto e per l'Istituto Comprensivo, che proprio quest'anno ha avviato la sperimentazione della curvatura sportiva, significa tornare a casa. Significa restituirci gli spazi necessari per  le nostre squadre Under e per l'intera scuola di pallavolo  e poter programmare il futuro sportivo del volley Regalbutese tornando  ad allenarci dove tutto è iniziato.

Non è solo un cantiere che si apre. È un filo che si riannoda. Il rumore del pallone che rimbalza sul parquet della Ingrassia è il suono della nostra memoria sportiva. E presto, tornerà a sentirsi.

 
 
 
 
 
 
 

Stasera, durante il Consiglio Comunale, l'aula è chiamata a discutere della risoluzione definitiva delle criticità strutturali e gestionali delle condotte idriche nelle aree periferiche del territorio. Un tema che da anni è all'ordine del giorno dei cittadini, prima ancora che delle istituzioni, e che oggi diventa finalmente atto politico unitario. Il fatto che il documento sia stato sottoscritto da maggioranza e opposizione senza distinzioni è già una notizia. In un tempo di divisioni, l'unanimità racconta l'urgenza e la gravità di un problema che non può più essere affrontato con interventi tampone.

Un ordine del giorno che unisce tutti

Non è la prima volta che Regalbuto affronta l'emergenza idrica. In passato il Consiglio si è già occupato di "Emergenza idrica: sostegno agli agricoltori e allevatori" e della crisi delle condotte irrigue di Sparacollo. Stasera però il focus si sposta in modo netto: non solo l'agricoltura, ma la distribuzione dell'acqua potabile per le famiglie che vivono nelle contrade, nelle zone più lontane dal centro, dove il servizio è più fragile e discontinuo. Un segnale politico chiarissimo: l'acqua non è un tema di schieramento, è un diritto di cittadinanza.

Le periferie, l'anello debole della rete

Le aree periferiche di Regalbuto pagano un doppio prezzo. Da un lato condotte vetuste, spesso posate decenni fa, sottodimensionate e mai completamente mappate. Dall'altro una gestione emergenziale: rotture improvvise, perdite che durano giorni, riparazioni che diventano rattoppi in attesa della rottura successiva. D'estate tutto precipita. Con l'aumento delle temperature, dei consumi domestici e della pressione turistica, le condotte cedono. E quando cede una condotta in periferia, non è solo un tubo rotto. È una famiglia che resta senza acqua per ore, a volte per giorni. Sono anziani costretti a fare scorte con le bottiglie, mamme che non possono lavare i bambini, piccole aziende agricole e zootecniche che vedono a rischio il loro lavoro. In una Sicilia che negli ultimi due anni ha vissuto una delle crisi idriche più dure della sua storia, ogni litro perso per una rottura è uno spreco inaccettabile.

Non solo tubi: una questione sociale e di equità

Discutere di condotte idriche significa discutere di tre cose fondamentali:

1. Diritto e dignità. Garantire l'acqua potabile in modo continuo nelle periferie significa dire che non esistono cittadini di serie A e di serie B. Chi ha scelto di vivere e resistere nelle contrade ha gli stessi diritti di chi abita in centro.

2. Salute e tenuta sociale. Senza acqua salta la quotidianità. Le interruzioni continue mettono in difficoltà le famiglie, alimentano sfiducia nelle istituzioni e spingono allo spopolamento delle aree interne.

3. Programmazione e futuro. Non basta più riparare. Serve una risoluzione definitiva, come dice l'ordine del giorno stesso: un censimento reale della rete, la sostituzione dei tratti più critici, valvole e sistemi di controllo della pressione, un piano di manutenzione programmata e un modello gestionale che non rincorra l'emergenza.

E' urgente mettere sul tavolo sia un cronoprogramma degli interventi strutturali, con priorità per le zone dove le rotture sono più frequenti. Che la quantificazione delle risorse, intercettando fondi  regionali e le opportunità legate al servizio idrico integrato. E un patto di trasparenza sulla gestione: tempi di intervento certi  e un monitoraggio pubblico dei lavori. L'acqua è l'infrastruttura più politica che esista. Se funziona, nessuno la nota. Quando manca, blocca tutto.

Che stasera tutto il Consiglio comunale di Regalbuto abbia deciso di firmare insieme questo ordine del giorno è un atto di responsabilità. Ora quella responsabilità deve trasformarsi in cantiere da parte del gestore con  tubi nuovi interrati e rubinetti che, anche ad agosto e anche nell'ultima casa di periferia, continuano ad avere acqua.

 
 
 
 
 
 
 

C'è una stanchezza che attraversa l'entroterra. Non è rassegnazione, è lucidità. È la stanchezza di chi ha visto troppe passerelle, troppi eroi di cartone arrivare da fuori con la promessa pronta, la foto pronta, lo slogan già stampato. E poi ripartire, lasciando tutto com'era. Polvere, strade interrotte, giovani sui pullman per Catania o Palermo, idee che non trovano terra.

Per questo Enna non ha bisogno di finzioni . Ha bisogno di verità.

E la verità è scomoda. È dire che siamo l'unica provincia senza sbocco sul mare ma siamo l'ombelico della Sicilia, eppure ci hanno trattato come margine. Che abbiamo il mito più potente del Mediterraneo, Demetra e Persefone al Lago di Pergusa, la Rocca di Cerere, e lo abbiamo ridotto a folklore per turisti distratti. Che abbiamo un'Università, la Kore, che dovrebbe essere un cervello per tutta l'Isola, e invece spesso è lasciata sola. Che parliamo di sviluppo ma poi non garantiamo una sanità dignitosa, una ferrovia decente, una connessione che non si interrompa.. La verità è il primo atto di rispetto verso un popolo straordinario.

Poi ci vuole visione. E qui torna il coraggio di guardare oltre.

Avere il coraggio di guardare oltre  non significa raccontare favole. Significa fare l'opposto. Le favole le raccontano i finti eroi.  È identità, è radice, è progetto. Quando i Greci dicevano che Enna era l'Umbilicus Siciliae, non facevano poesia, dicevano una verità geopolitica: da qui si tiene insieme l'Isola. Da qui si vede tutto. Allora la politica che serve non è quella che amministra il declino, è quella che torna a pensare miticamente. Cioè in grande. Guardare al 2035 significa smettere di pensare Enna come bacino di voti da spremere ogni cinque anni. Il popolo ennese non è un numero da sommare la sera delle elezioni. È una comunità di costruttori, di agricoltori che sanno cosa vuol dire tenere la terra, di studenti che vogliono restare, di artigiani, di donne che tengono in piedi famiglie e imprese. Non servono salvatori. Servono costruttori pazienti. Gente che non ha paura di dire che ci vorranno dieci anni, non dieci mesi. Che non promette tutto e subito, ma costruisce un pezzo alla volta e lo fa bene. Enna non deve chiedere il permesso di esistere. Deve tornare a pretendere di guidare. Perché se il centro sta in piedi, tutta la Sicilia sta in piedi.

Questa è la politica che ci serve. Non l'eroe finto. La verità. La visione. Il coraggio di guardare oltre che diventa cantiere.

REGALBUTO – Prevenzione, consapevolezza e vicinanza al territorio. Sono queste le parole chiave dell'evento organizzato dalla Banca di Credito Cooperativo La Riscossa di Regalbuto per mercoledì 15 ottobre prossimo presso il CineTeatro “Urania” di Piazza Vittorio Veneto, storico luogo di incontro della comunità regalbutese in Piazza Vittorio Veneto 3. L'appuntamento, riservato e fortemente voluto dai vertici dell'istituto, sarà interamente dedicato a un fenomeno sempre più insidioso: le truffe ai danni di cittadini, risparmiatori e imprese.

Un'emergenza quotidiana

Dai finti operatori bancari che chiamano per chiedere codici, ai messaggi SMS che simulano comunicazioni della Banca, dalle email di phishing alle truffe affettive e alle raggiri porta a porta ai danni degli anziani, le modalità si evolvono con grande rapidità. La BCC, in qualità di Banca di comunità con sede legale in Via Mons. Vito Pernicone, 1 a Regalbuto, ha deciso di mettere a disposizione la propria esperienza per fare informazione.

"Non è solo una questione di sicurezza dei conti, ma di tutela delle persone", il messaggio che arriva dalla Direzione. L'obiettivo è fornire strumenti pratici, non tecnicismi.

Di cosa si parlerà

L'evento, dal taglio divulgativo e concreto, affronterà in particolare:

1. Le truffe digitali: phishing, smishing, vishing, falsi investimenti online e clonazione delle carte. Come riconoscere un link sospetto e cosa non fare mai.
2. Le truffe telefoniche e a domicilio: i finti nipoti, i finti carabinieri, i tecnici del gas o dell'energia. Il decalogo per dire di no senza paura.
3. Cosa fare se si è vittima: a chi rivolgersi immediatamente, come bloccare carte e credenziali, l'importanza della denuncia tempestiva.

Informazioni utili

Cosa: Incontro informativo "Come difendersi dalle truffe – Riconoscerle per evitarle"
Quando: 15 Ottobre 2026, dalle ore 17:30
Dove: Cine Teatro Urania, Piazza Vittorio Veneto 3, Regalbuto (EN)
L'iniziativa si inserisce nel percorso di educazione finanziaria e di responsabilità sociale che la BCC La Riscossa porta avanti da oltre cento anni sul territorio. Un modo concreto per ribadire che la sicurezza non è solo tecnologia, ma soprattutto cultura e comunità.

La decisione di comprare gasolio da Mosca non è un incidente, è una strategia. E l'unica risposta è l'Europa politica.

Ha annunciato tutto da solo, con un post trionfale su Truth Social, come fosse un affare immobiliare. “Ho appena concluso un colloquio di grande successo con il presidente russo Vladimir Putin”. Oggetto dell’accordo: “La Russia fornirà immediatamente oltre 300 mila tonnellate di diesel” ai mercati americano e globale, poi altre 500 mila a novembre e un milione subito dopo, con la promessa di altri tre milioni in base alla capacità delle raffinerie russe. Per far passare tutto questo, il Tesoro americano sospende le sanzioni sul diesel russo. La sospensione resterà in vigore fino alle 00:01 del 7 aprile 2027. A poche settimane dal voto di midterm, prezzi più bassi alla pompa in cambio di ossigeno al Cremlino. È una vergogna senza fine. Non per ingenuità. Per calcolo. Non si tratta di pragmatismo energetico. Si tratta di una strategia precisa: rafforzare la Russia e indebolire le democrazie liberali.Ogni tonnellata di gasolio comprata da Putin è una tonnellata che finanzia la sua macchina da guerra.  

A tutto questo c'è una sola risposta possibile, e non è tecnica. È politica. È l'Europa sovrana e politica.

Sovrana perché solo un continente che produce la sua energia, che raffina, che investe, che costruisce una vera autonomia strategica non sarà costretto a scegliere tra il freddo e la libertà. Politica perché il mercato da solo non ci salverà da Putin, e nemmeno da Trump. Serve un'Europa che non sia più il mercato dove altri vendono il loro gasolio sporco di sangue, ma una potenza che decide le sue regole, che protegge le sue sanzioni, che applica un prezzo unico alla coerenza.  Un'Europa che tassa il diesel russo, che investe nel suo Green Deal industriale non come penitenza ecologista ma come arma di indipendenza, che parla con una voce sola a Washington e a Mosca.

Trump ha comprato 300mila tonnellate di gasolio. Ha creduto di comprare anche il nostro futuro. Ha sbagliato i calcoli. Ogni volta che il sovranismo fa affari con l'autocrazia, fa nascere, per reazione, la necessità dell'Europa.

Pagina 1 di 323