Arriva ad ogni TG  mentre scaldiamo la pasta, tra una notifica di calcio e un reel di cucina. Un titolo: "raid", "civili", "bambini". Scorriamo. Dopo la notizia  c'è già un altro video. Il cervello, per non spegnersi, abbassa il volume. Ecco il meccanismo vero dell'indifferenza: non è cattiveria. È assuefazione. I neuroscienziati la chiamano habituation, i nostri nonni la chiamavano "farci il callo". Se il dolore è continuo e lontano, smette di essere un grido e diventa rumore di fondo. La prima volta contiamo i morti uno per uno. La centesima volta contiamo solo se il numero è abbastanza grande da bucare lo schermo. Il problema è che la guerra lo sa. Sa che un civile morto non fa più notizia, ne servono dieci. Poi cinquanta. Poi deve esserci un ospedale, una scuola, un'immagine che non si può guardare. E noi, per difenderci, iniziamo a negoziare con la nostra coscienza: "è complicato", "ci sono ragioni da entrambe le parti", "non possiamo sapere tutto". Che è vero, ma spesso è anche il modo elegante per dire: non voglio sentire.

E intanto il calpestio dei diritti non fa rumore. Non è solo la bomba. È il diritto a curarsi che diventa un privilegio quando un ospedale viene centrato. È il diritto a parlare che diventa un rischio quando un giornalista viene arrestato. È il diritto a restare bambini che evapora quando una classe diventa un rifugio. Non sono astrazioni da trattato. Sono cose piccole, quotidiane, come poter andare a prendere il pane in qualsiasi città o paese ,  senza guardare il cielo. Quando le togliamo agli altri, piano piano insegniamo a noi stessi che sono negoziabili anche per noi.

L'indifferenza ci travolge proprio così: non con un colpo solo, ma togliendoci la capacità di stupirci. Ieri ci indignavamo per un palazzo sventrato a Kyiv. Oggi scorriamo un mercato bombardato a Gaza. Domani leggeremo del Sudan e penseremo "ancora". La parola "ancora" è la più pericolosa, perché trasforma la tragedia in routine. Allora forse la riflessione non è "come fermare tutte le guerre stasera", che sarebbe una bugia consolatoria. È più piccola, più scomoda: come non abituarci.

Io provo a fare tre cose, non per eroismo, per igiene mentale.

  1. Ridare un nome ai numeri. Quando leggo "37 civili", bisognerebbe almeno conoscere un solo nome : come si chiamava, che lavoro faceva, che musica ascoltava. Un nome solo rompe l'anestesia meglio di mille statistiche.

  2. Tenere un minuto di silenzio attivo. Non quello rituale. Un minuto in cui non scorro, non commento, non cerco di avere ragione. Guardo la notizia fino in fondo. Lascio che faccia male. Il dolore non risolve, ma impedisce all'indifferenza di diventare definitiva.

  3. Scegliere un diritto e difenderlo vicino. Se mi indigna che altrove non si possa studiare, qui sostengo una biblioteca. Se mi ferisce la censura, qui pago un giornale locale. Se mi pesa la fame di guerra, qui non spreco cibo. Non è carità a distanza, è coerenza. I diritti non si difendono solo dove vengono calpestati, ma dove ancora respirano.

Ci stiamo abituando, sì. Ma abituarsi non è destino, è allenamento. E come ogni allenamento si può disimparare. Stasera  fa caldo, le finestre sono aperte e si sentono i motorini. A qualche migliaio di chilometri qualcuno conta i morti invece delle stelle. Tra noi e loro non c'è un abisso morale, c'è solo una soglia di attenzione. Se non la teniamo aperta noi, nessun algoritmo lo farà per noi.

Non ti chiedo di portare il peso del mondo. Ti chiedo solo, la prossima volta che scorri, di fermarti un secondo in più. Non per cambiare la guerra. Per non lasciare che la guerra cambi te.

Giuseppe Di Franco ha rassegnato le proprie dimissioni da consigliere nazionale della Nuova Democrazia Cristiana (NDC) e da componente di diritto della segreteria provinciale ennese. Il passo indietro di Di Franco — uomo di punta e tra i fondatori storici del partito nell'ennese — giunge in un momento cruciale. Sebbene possa trattarsi di una coincidenza temporale, la decisione arriva all'indomani della sconfitta subita alle elezioni comunali di Enna, al centro di accese polemiche interne, e alla vigilia della direzione provinciale già convocata dal segretario, l'ingegnere Nello Rampulla. L'addio di una figura così centrale rischia ora di innescare un effetto domino, aprendo scenari inediti e possibili scossoni politici all'interno degli equilibri della NDC nei prossimi mesi.

IL COMUNICATO STAMPA 

" A seguito di una approfondita riflessione, comunico di aver rassegnato le mie dimissioni dall’incarico di dirigente nazionale della Democrazia Cristiana. Si tratta di una decisione maturata nel tempo, nel rispetto del percorso politico svolto e delle responsabilità assunte, ma anche in conseguenza di una crescente distanza rispetto all’attuale indirizzo politico del partito, nel quale non mi riconosco più pienamente. La scelta è dettata da ragioni di coerenza personale e politica, ed è stata assunta con senso di responsabilità e nel rispetto delle istituzioni di partito. Resta immutato il mio rispetto per le persone con le quali ho condiviso questo percorso, così come il mio legame umano e la mia stima nei confronti del mio fraterno amico Totò Cuffaro, rapporto che prescinde da ogni dinamica politica.
Ringrazio per l’esperienza maturata e rivolgo al partito i migliori auguri per il prosieguo della propria attività politica. "  

 

Sono stato al centro e ci resto. Non per equidistanza pigra, non per paura di scegliere. Ci resto perché credo che la politica serva a tenere insieme un Paese, non a spaccarlo in tifoserie.

Oggi però tenere insieme è diventato più difficile. In Italia nascono continuamente sigle nuove, e non al centro. Nascono a sinistra del PD e a destra di Fratelli d'Italia, e non sono dettagli di folklore. Sono forze che pesano, che alzano la voce, che spostano l'asse del dibattito.

A sinistra del PD ormai c'è un arcipelago stabile: AVS che nei sondaggi viaggia sopra il 6%, e intorno una costellazione di movimenti che si presentano come "più puri", più radicali, più intransigenti sul lavoro, sul clima, sulla Palestina, sulla Nato. Ognuno con il suo manifesto, ognuno con la sua piccola rendita di testimonianza. A destra di Fratelli d'Italia succede lo specchio: liste che accusano Meloni di essere "troppo morbida" sull'Europa, sull'immigrazione, sulle tasse, sulla famiglia. Futuro Nazionale è dato intorno al 4%, ma dietro ci sono sigle che vivono sui social, che promettono muri più alti, uscite più rapide, identità più chiuse. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il campo largo progressista e il centrodestra sono inchiodati a un pareggio quasi perfetto, intorno al 46% ciascuno. Non vince chi convince il centro, vince chi riesce a non farsi ricattare dai propri estremi.

Perché gli estremi non mi piacciono

Non mi piacciono perché non governano, occupano. Non propongono soluzioni, propongono identità. A sinistra del PD la politica diventa un processo alle intenzioni: se non sei abbastanza radicale sei un traditore. A destra di FdI diventa una gara di durezza: se non urli abbastanza forte sei un complice del sistema. In entrambi i casi il meccanismo è identico: semplificano problemi complessi in slogan ;  trasformano ogni compromesso in resa ;  hanno bisogno del nemico interno più di quello esterno.  E così condizionano tutto. Il PD non può fare una riforma del lavoro senza guardarsi alle spalle. Fratelli d'Italia non può gestire un dossier europeo senza temere l'accusa di "svendita". Il centro, che dovrebbe essere il luogo della mediazione, viene schiacciato tra due veti.

È il momento di ragionare

Essere al centro oggi non significa stare fermi in mezzo. Significa fare un lavoro ingrato: ricordare che l'Italia non è un Paese estremista. È il Paese che nel 1946 ha scelto la Repubblica con un margine stretto, e poi ha imparato a farla funzionare insieme. È il Paese delle piccole imprese che vogliono meno burocrazia, non rivoluzioni. Delle famiglie che chiedono scuole che funzionano, non battaglie culturali.

Ragionare vuol dire dire tre cose chiare:

  1. Un partito non è più serio perché è più puro. È più serio se risolve.
  2. La radicalità non è coraggio. Il coraggio è prendersi la responsabilità di governare, quindi di deludere qualcuno.
  3. La democrazia non ha bisogno di più bandierine, ha bisogno di meno veti.

Io resto al centro non perché non ho idee, ma perché ho visto dove portano gli estremi: a parlamenti bloccati, a governi che durano il tempo di un tweet, a cittadini che smettono di votare perché non si riconoscono più in nessuno. Se continueremo a moltiplicare partiti a sinistra del PD e a destra di FdI, non avremo più politica, avremo solo rumore. E il rumore, alla fine, non costruisce ospedali, non abbassa le tasse, non difende i confini.

Essere al centro, oggi, è l'unico modo per restare fiero di fare politica senza odiare.

 
 AgoVit 

Il 2 giugno 1946, dopo vent'anni di dittatura e una guerra civile, il popolo italiano andò alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica. Vinse la repubblica con 12.718.641 voti contro 10.718.502 per la monarchia, in un referendum che vide l'89% di partecipazione. Nello stesso giorno si votò anche per l'Assemblea Costituente, che avrebbe scritto la nostra Carta fondamentale. Fu la prima volta che votarono anche le donne, a cui il diritto era stato riconosciuto nel febbraio 1945 e che già avevano votato alle amministrative di marzo. Non era un dettaglio: per la prima volta la sovranità apparteneva davvero a tutti. Come scrisse Piero Calamandrei: "Mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il Re".

Nel 1946 non c'era nulla di inevitabile. La "questione istituzionale" era stata rinviata dal 1943 proprio per non spaccare il fronte antifascista. Quando finalmente si votò, il Paese era distrutto, occupato a Nord fino a un anno prima, con il re che ancora sedeva sul trono. La scelta repubblicana non fu un cambio di stemma. Fu la decisione di fondare la legittimità non più sulla dinastia, ma sul voto. È per questo che la legge del 27 maggio 1949 ha fissato il 2 giugno come "data di fondazione della Repubblica" e festa nazionale.

I risultati del referendum disegnarono una geografia netta: a Nord di Roma, tranne due province, vinse la Repubblica; a Sud, tranne due, vinse la Monarchia. A Trento la Repubblica prese l'85%, in Emilia-Romagna il 77%; a Napoli e Messina la Monarchia prese il 77%, a Lecce l'85%. Da siciliano, a Regalbuto, questo conta. La Festa non celebra una vittoria del Nord sul Sud, ma il fatto che quella spaccatura non abbia impedito di restare insieme e di scrivere, tutti insieme, la Costituzione. La Repubblica è nata divisa, e proprio per questo ha dovuto imparare a tenere insieme differenze profonde.

Il 2 giugno non finì il 3 giugno. L'Assemblea Costituente, eletta quel giorno, lavorò per 18 mesi per dare al Paese non solo istituzioni, ma diritti, doveri, limiti al potere.

La festa, allora, non celebra un passato da museo. Ci ricorda che: la sovranità non è delegata una volta per tutte, va esercitata,  che il voto è stato un obbligo morale prima che un diritto, come recitava la legge elettorale del 1946 e che  la Repubblica vive se le istituzioni sono abitate da cittadini, non da sudditi

Ottant'anni dopo, cosa ci chiede

Nel 2026 sono passati esattamente ottant'anni da quel voto. Non abbiamo più i Savoia in esilio, ma abbiamo le stesse domande: che uso facciamo della libertà conquistata? Come teniamo insieme un Paese che ancora vota in modo diverso tra Nord e Sud, tra città e paesi interni, tra generazioni?

La Festa della Repubblica ci ricorda che non siamo eredi di una corona. Siamo eredi di una scelta. E le scelte, a differenza delle eredità, vanno rinnovate. Domani, mentre a Roma sfileranno i reparti, qui in Sicilia vale la stessa memoria: quel giorno le donne di Regalbuto, come quelle di Trento, entrarono per la prima volta in una cabina elettorale. Da quel gesto è nata la Repubblica che abitiamo. Tocca a noi decidere se tenerla viva.

Perché qui vinse il Re

Non era un voto "contro l'Italia", era un voto di continuità:

  1. Timore del cambiamento – dopo la guerra, la fame del 1943-44 e l'occupazione alleata, molti contadini vedevano nel Re una garanzia d'ordine, mentre la Repubblica era associata ai partiti di sinistra del Nord.
  2. Rete clientelare – i galantuomini locali, spesso monarchici, controllavano il lavoro nelle zolfare e nei latifondi . 
REFERENDUM SULLA FORMA ISTITUZIONALE DELLO STATO 
 
COME VOTARONO I REGALBUTESI ; ( fonte Ministero dell'Interno) 
Repubblica                   Monarchia
1.865                   3.860
32,58%                  67,42%
 
 
 
 
 
 
 

Presentazione di "Geografia dell'anima"

Vi aspetto venerdì 13 giugno alle ore 18.00, nella Sala Paolo VI a Regalbuto.

Questo non è un libro su Via Santa Lucia. È un libro su di noi.

Dentro ci sono alcune pagine in cui provo a raccontare quello che penso: chi siamo oggi, e chi invece dovremmo tornare ad essere noi regalbutesi.

Perché dire "amo Regalbuto" è facile. Difenderlo, tutti i giorni, nelle piccole cose — è più difficile. Troppo spesso ce ne dimentichiamo, e guardiamo l'erba del vicino.

Perché con la LILT? Perché la LILT è una di noi. È quel gruppo di donne e di uomini  di Regalbuto che ha scelto di mettersi a disposizione, concretamente, nella lotta contro i tumori, e che ogni giorno ci ricorda una parola semplice: prevenire.

Per questo ho deciso che tutti i proventi del libro — se avrete la bontà di acquistarlo — andranno interamente a loro.

Il libro sarà disponibile anche online ( clicca sul link ) già dall'1 giugno, e ogni copia servirà per comprare macchinari utili alla prevenzione e per rendere il presidio LILT di Regalbuto sempre più forte e presente. 

Non vi chiedo di comprare un libro. Vi chiedo di fare un gesto per Regalbuto. Insieme.

Agostino Vitale

https://www.ibs.it/geografia-dell-anima-regalbuto-mappe-libro-agostino-vitale/e/9791257410131 

Tornare a casa e trovare i gerani a terra fa un rumore sordo, anche se non fa rumore per niente. Petali rossi, foglie spezzate, vasi rovesciati sul Corso. Uno scempio piccolo, ma preciso, che ti resta negli occhi più a lungo di una scritta sul muro.

È successo qui, a Regalbuto. E riguarda tutti noi, non solo chi ha piantato quei fiori. Fino a poco tempo fa quell'angolo del Corso era solo un pezzo di marciapiede, una scalinata e una ringhiera . Poi è arrivata Petronela. Senza chiedere permessi speciali, senza proclami, ha iniziato a mettere vasi, a scegliere i gerani giusti, a innaffiare la mattina presto e la sera tardi. Ha reso elegante un punto anonimo, ha dato un motivo per rallentare il passo. Chi passa si ferma mezzo secondo in più, guarda, respira. E la cosa più bella è che non è rimasta sola. I balconi di fronte hanno risposto. Uno ha messo il bianco, un altro il rosa salmone. Senza accordi scritti, è nata una piccola coreografia di colori. È così che una strada diventa comunità: non con le delibere, ma con i gesti ripetuti.

Prendersi cura non è un hobby.  Curare i fiori è come prendersi cura di un animale. Non è decorazione, è responsabilità. Un geranio va annaffiato anche quando sei stanca, va potato anche quando fuori ci sono trentotto gradi, va protetto dal vento di febbraio. Chiede costanza, non entusiasmo del sabato. E in cambio non abbaia, non fa le fusa, ma ti restituisce bellezza pubblica. La regala a chiunque passi, anche a chi non la merita. Strappare quei fiori non è una "bravata". È dire a chi si prende cura: il tuo tempo non vale niente. È un  messaggio vigliacco, perché colpisce qualcosa che non può difendersi.

Cosa dice di noi, e cosa possiamo dire noi

Essere vicini e solidali è il minimo. Ma possiamo fare di più, e farlo in modo semplice, senza retorica. Passiamo da lì. Non per curiosità, per presenza. Fermiamoci un minuto, facciamo una foto, salutiamo Petronela se c'è. Portiamo un vaso, una talea, un sacchetto di terriccio. Non come elemosina, come contributo a un'opera collettiva. Se abbiamo un balcone sul Corso, copiamo l'idea. Non per competizione, per continuità. Più gerani ci sono, più diventa difficile spezzarli tutti. E se vediamo qualcuno che tocca, diciamolo. Non con aggressione, con chiarezza: qui ci teniamo.

Non serve una ronda, serve un'abitudine allo sguardo.

A Petronela

Non ti scoraggiare. Quello scempio per terra non cancella i mesi in cui hai trasformato un angolo grigio in un posto sereno. Chi ha strappato ha avuto bisogno di cinque minuti. Tu ne hai messi centinaia, e si vedono. La città che appartiene a tutti ha bisogno di persone che la trattano come se fosse casa propria. Tu lo fai. E adesso tocca a noi dimostrarti che non sei sola a farlo. 

E i gerani, testardi come sono, rifioriranno.

RegPress 

Domenica 7 giugno 2026 Regalbuto spegnerà i motori delle auto e accenderà quelli dello sport. La cittadina ennese ospiterà la sua edizione della Giornata Nazionale dello Sport negli impianti della Cittadella dello Sport – Piano Arena, trasformando per un giorno l'area del lago Pozzillo nel cuore pulsante dell'attività fisica siciliana. Istituita dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2003 e coordinata dal CONI, la Giornata Nazionale dello Sport si svolge ogni anno contemporaneamente su tutto il territorio nazionale nella prima domenica di giugno. Non è una semplice festa: è l'appuntamento con cui l'Italia riconosce ufficialmente lo sport come fattore di crescita, benessere psicofisico e coesione civile. Dal 2023 questo principio è entrato anche in Costituzione, e ogni prima domenica di giugno diventa l'occasione per provarlo sul campo, non solo a parole.

Nel 2026 la prima domenica cade proprio il 7 giugno, e Regalbuto ha scelto di esserci da protagonista.

Il luogo: la Cittadella dello Sport (Piano Arena)

A due passi dal lago Pozzillo, la Cittadella dello Sport è  il palcoscenico principale della Sicilia centrale, capace di trasformare sport, natura e comunità in un unico festival diffuso. È una cittadella pensata per accogliere famiglie, scuole e società sportive nello stesso pomeriggio, senza barriere di età o livello. Il programma ufficiale del Comune e delle associazioni locali è in via di definizione, ma la tradizione della Giornata – e l'esperienza regalbutese degli ultimi mesi – lascia immaginare una giornata aperta, gratuita e partecipata:

Regalbuto, una città che vive di sport

La scelta non è casuale. Nelle ultime settimane Regalbuto ha dato prova di un fermento sportivo raro per una cittadina dell'entroterra:

           Il Calcio a cinque Futsal Regalbuto ha chiuso una splendida annata nella massima divisione nazionale 

  • la società di ginnastica "Le Stelle" è tornata da Ortona con ori e argenti al Campionato Nazionale ASC, celebrata dall'intera comunità
  • l'Istituto Comprensivo "G.F. Ingrassia" ha festeggiato Peppe, primo nei 80 metri ai Giochi della Gioventù allo Stadio Olimpico di Roma
  • la Pallamano Regalbuto ha ottenuto un quinto posto nella finale regionale a otto squadre Under 14 . 
  • Per l'occasione si svolgerà il torneo di pallavolo S3 del circuito Erei Volley con le squadre provenienti da Agira, Catenanuova e Centuripe. 

Sono storie diverse, ma con lo stesso filo: famiglie, allenatori, scuole e amministrazione che spingono insieme.

Perché venire

La Giornata Nazionale dello Sport non è una vetrina per campioni, è un invito a muoversi. A Regalbuto avrà il sapore particolare di chi lo sport lo pratica ogni giorno, tra lago e palestre, e vuole condividerlo. Perché, come ricorda il CONI, lo sport non è solo medaglie. È educazione, salute e quel modo tutto italiano di stare insieme che a Regalbuto, domenica 7 giugno, troverà casa al Piano Arena.

Sicurezza per i bambini, rispetto per l'ambiente e un investimento concreto per la comunità

REGALBUTO, 28 maggio 2026 – È bastato un giro di chiavi e un ronzio leggero, diverso da quello dei vecchi diesel, per far capire che qualcosa è cambiato. Ieri pomeriggio, martedì 27 maggio, il nuovo scuolabus del Comune ha sostato in Piazza della Repubblica, davanti al Municipio, e per la prima volta.Moderno, ibrido, pensato per unire due priorità che a Regalbuto non vogliono più essere in contrasto: la sicurezza dei più piccoli e la tutela dell'ambiente. La carrozzeria bianca e il logo del Comune, nasconde una motorizzazione a basse emissioni.  Silenzioso nelle partenze, stabile nelle curve , efficiente nei consumi: così l'amministrazione vuole accompagnare ogni mattina gli alunni da casa a scuola e ritorno.

A presentarlo anche sui social , è stato il sindaco Vittorio Angelo Longo:

«Ringrazio il responsabile del settore patrimonio e tutti i dipendenti comunali che hanno collaborato con impegno e professionalità. Il nuovo scuolabus guarda al futuro con servizi migliori e sostenibilità per la nostra comunità.»

Un ringraziamento che non è formale. Dietro l'arrivo del mezzo ci sono mesi di pratiche, bandi, verifiche tecniche e il lavoro quotidiano degli uffici. Per Regalbuto, che vive tra scuola e pendolarismo verso Catania e Enna, lo scuolabus non è un dettaglio. È il filo che tiene insieme le frazioni, le famiglie che lavorano, i nonni che accompagnano, gli insegnanti che aprono le aule al mattino presto. Averlo ibrido significa meno fumo davanti ai cancelli, meno rumore nelle strade strette del centro storico, più attenzione alla qualità dell'aria che i bambini respirano. Da settembre il nuovo scuolabus entrerà in servizio sulle tratte ordinarie, con priorità alle scuole dell'infanzia e primaria. L'amministrazione fa sapere che saranno valutati anche utilizzi per attività extrascolastiche, visite didattiche e progetti di educazione ambientale: portare i bambini a conoscere il territorio, ma farlo con un mezzo che quel territorio lo rispetta. 

 

Il 30 maggio 1924 rappresenta uno dei momenti più drammatici, coraggiosi e spartiacque della storia politica italiana. Quel giorno, nell'aula della Camera dei Deputati, il segretario del Partito Socialista Unitario (PSU), Giacomo Matteotti, prese la parola per contestare la validità delle elezioni politiche del 6 aprile precedente, stravinte dal "Listone" fascista di Benito Mussolini grazie alla legge Acerbo e, soprattutto, a un clima diffuso di violenza e illegalità.

Il contesto e la denuncia delle violenze

Le elezioni del 1924 si erano svolte in un'atmosfera di aperta intimidazione. Matteotti, con un intervento durato oltre un'ora e mezza (continuamente interrotto da insulti, urla e minacce fisiche da parte dei banchi della maggioranza fascista), non si limitò a una protesta formale, ma portò in aula un elenco dettagliato e documentato di fatti: I brogli elettorali: Denunciò il controllo militare dei seggi e la falsificazione dei verbali. Le violenze fisiche: Elencò i candidati d'opposizione aggrediti, i comizi impediti e le sedi di partito distrutte dalle squadracce. L'annullamento della democrazia: Spiegò che il voto non era stato libero e che, di conseguenza, il Parlamento non era legittimo.

"Noi contestiamo in questo luogo e in questo momento la validità delle elezioni della maggioranza. [...] L’elezione secondo noi è essenzialmente invalida, e aggiungiamo che non è avvenuta liberamente." — Giacomo Matteotti, 30 maggio 1924

Lo scontro in aula

Il resoconto stenografico di quella seduta restituisce il clima da "tribuna d'esecuzione". Alle argomentazioni di Matteotti, i deputati fascisti (tra cui l'allora presidente della Camera Alfredo Rocco e futuri gerarchi) rispondevano gridando: "Provocatore!", "Taci!", "Traditore!". Matteotti, mantenendo una calma ferrea, ribatteva colpo su colpo, chiedendo che venisse rispettato il suo diritto di parola e invitando i segretari a verbalizzare non le sue parole, ma le ingiurie degli avversari. 

Matteotti era perfettamente cosciente delle conseguenze del suo gesto. Aveva toccato i nervi scoperti del regime nascente, che cercava una parvenza di legittimità istituzionale dopo la Marcia su Roma del 1922.

Appena terminato il discorso, mentre i compagni di partito lo circondavano per congratularsi e proteggerlo fisicamente, pronunciò la celebre e profetica frase:

"Io, il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me."

Le conseguenze

Solo undici giorni dopo, il 10 giugno 1924, Giacomo Matteotti venne rapito sul lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma da una squadra fascista (la cosiddetta Ceka del Viminale, guidata da Amerigo Dumini) e barbaramente ucciso a coltellate all'interno di un'auto. Il suo corpo venne ritrovato solo due mesi più tardi, il 16 agosto, nel bosco della Macchia della Quartarella, vicino a Roma. L'omicidio causò una crisi profondissima per il governo Mussolini (la "crisi Matteotti") con la conseguente protesta dell'Aventino da parte delle opposizioni. Tuttavia, la crisi si risolse il 3 gennaio 1925, quando Mussolini, con un discorso alla Camera, si assunse la "responsabilità politica, morale e storica" dell'accaduto, dando formalmente inizio alla dittatura a viso aperto e alla soppressione delle ultime libertà democratiche.

Piazza Marconi si è trasformata in un palazzetto a cielo aperto. Domenica mattina, per il secondo appuntamento del circuito S3 targato Erei Volley e Acsi, sei campi da minivolley hanno colorato il centro di Catenanuova e accolto più di cinquanta bambini arrivati da tre comuni dell'ennese. A sfidarsi non erano i punti in classifica, ma sorrisi e palleggi: Agira -  Catenanuova, società ospitante con l'Asd Volley Catena che ha curato allestimento e direzione e Regalbuto I piccoli atleti, divisi per fasce d'età, hanno ruotato sui sei campi dalle 10:30 fino a mezzogiorno, con partite da 10 minuti e cambi continui. Nessuna classifica finale, come prevede il format S3: l'obiettivo è toccare più palloni possibile e imparare giocando.Bordo campo pieno. Mamme e papà con smartphone e borracce,  passanti incuriositi dalle reti montate tra gli alberi . L'atmosfera era quella di una festa di paese, palloncini e gli istruttori che spiegavano le regole ai più piccoli tra un ace e una risata. Presenti alla manifestazione: il presidente di Acsi Enna Aps, che ha ricordato il valore educativo dello sport di base e l'assessore allo Sport del Comune di Catenanuova, prof.ssa Lucia Patrizia Carmela Barbagallo, che ha portato i saluti dell'amministrazione e ha sottolineato l'importanza di portare lo sport nelle piazze.

Con Catenanuova si chiude il secondo tour del circuito Erei Volley. Dopo la prima tappa che si svolta a Centuripe ,  il progetto conferma la sua formula: impianti leggeri, città diverse, coinvolgimento diretto delle scuole di pallavolo del territorio.

Prossima fermata: Regalbuto, 7 giugno

L'arrivederci è già fissato. Il 7 giugno, in occasione della Giornata internazionale dello sport, il Torneo S3 farà tappa a Regalbuto. L'evento si sposterà dalla piazza agli impianti della Cittadella dello Sport, con spazi più ampi per accogliere le famiglie e, probabilmente, ancora più bambini.

Per Erei Volley e Acsi Enna l'idea è chiara: far crescere la pallavolo partendo dai più piccoli, un palleggio alla volta, e farlo dove la gente vive davvero, tra una piazza e un campetto.