Oggi sono vent'anni. Vent'anni senza Oriana Fallaci In evidenza

Settembre 15, 2026 337

Firenze, 15 settembre 2026. Vent'anni fa, nella sua Firenze, moriva Oriana Fallaci. Aveva 77 anni, segnata da un cancro che combatteva da tempo. Era nata nella stessa città il 29 giugno 1929, sotto le bombe della guerra, e lì aveva voluto tornare alla fine. Per ricordarla, una frase sola basta. È in Un uomo, 1979:

«Ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di sé stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà».

Non è uno slogan. È il testamento laico di tutta la sua opera.

Il nocciolo di ogni libertà

Fallaci non ha mai creduto che la libertà fosse un concetto da manuale, una parola da comizio. Per lei la libertà cominciava molto prima, in un punto minuscolo e scomodo: la coscienza individuale. Un uomo è il libro che dedica ad Alekos Panagulis, l'eroe greco che attentò alla dittatura dei colonnelli, amato e perduto. Ma non è solo una storia d'amore. È una domanda su cosa significa restare un individuo quando tutto ti chiede di diventare parte di qualcosa: partito, ideologia, coppia, folla. Da lì nasce la sua idea più radicale: ciascuno è qualcuno. Non qualcosa da sciogliere in un noi. Ognuno è prezioso non perché speciale, ma perché responsabile. Artefice di sé stesso. E l'io non è egoismo, è l'ultimo presidio. Se cede quello, cede tutto. Lo aveva imparato da bambina, staffetta partigiana a Firenze, poi da inviata di guerra in Vietnam, in Messico, in Medio Oriente, poi nelle stanze del potere a intervistare chi il potere lo incarnava. Khomeini, Kissinger, Arafat, Gheddafi. Sempre con la stessa irriverenza: non abbassare lo sguardo.

Essere se stessi ha un prezzo

È la seconda parte di quella frase a renderla vera, ed è quella che si  ricordi: essere se stessi non è sempre semplice. Fallaci lo sapeva. Significa esporsi. Contraddire. Restare soli. Non si è mai adattata allo sguardo degli altri, né al conformismo del suo tempo. Negli anni Settanta fu criticata dalla sinistra che pure l'aveva amata, negli anni Duemila fu osannata e detestata per La rabbia e l'orgoglio e per i libri successivi. Non cercò mai un posto comodo. Pagò con processi, isolamento, lettere d'odio, ma anche con un amore ostinato e fedele dei lettori. Perché il suo invito a ragionare col proprio cervello non era retorica. Era un esercizio faticoso. Vuol dire accettare di poter sbagliare da soli piuttosto che avere ragione in gruppo. Vuol dire non delegare il giudizio.

Lettera a un bambino mai nato, Insciallah, Un uomo: sono libri diversi, ma dicono la stessa cosa. La vita non è un'astrazione collettiva. È singolare, fragile, testarda.

Perché vent'anni dopo ci riguarda ancora

Oggi quella frase suona quasi sovversiva. Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di adattarci allo sguardo altrui, di performare, di allinearci. L'algoritmo premia il conformismo più veloce, il pensiero più condivisibile. Fallaci ci ricorda l'opposto: la libertà non inizia fuori, nelle istituzioni o nelle piazze. Inizia dentro. Nel difendere quel nucleo intimo, intrasferibile, che è il nostro io. Non l'io esibito, gridato. L'io pensato. Quello che ragiona, che dubita, che si prende la responsabilità di dire: io la penso così, anche se resto solo. Vent'anni dopo, non serve essere d'accordo con tutto ciò che ha scritto per sentirne la mancanza. Manca una voce che non chiedeva permesso. Manca qualcuno che ci ricordasse che ciascuno è qualcuno. E forse il modo più onesto di ricordarla oggi non è celebrarla come un monumento, ma fare ciò che ci chiedeva.

Ragionate col vostro cervello.

Difendete il vostro io.

 
 
 
 
 
 
 
Ultima modifica il Martedì, 15 Settembre 2026 13:01
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