Gli inutili - Riflessione sui settant'anni

Settembre 25, 2026 367

Non smetto di stupirmi.

Ho superato i settant'anni e ancora mi stupisco. Non per una ruga in più allo specchio, quella la conosco. Mi stupisco di come, quasi senza accorgermene, sono passato dall'altra parte della strada. Da quello che giudica a quello che viene giudicato. Da quello che decide chi è vecchio a quello che viene definito vecchio dagli altri. Succede ovunque. Mi capita nel mio impegno sportivo, quando un consiglio viene ascoltato con un sorriso cortese ma non viene seguito, perché tanto "cosa vuoi che sappia". Mi capita in quello politico, dove la mia presenza sembra un ingombro più che una risorsa, un nome da mettere in lista per far numero ma non da ascoltare quando si decide. Mi capita nella vita di ogni giorno, in fila alla posta, dal medico, al bar, quando la mia lentezza viene letta come incapacità e non come il passo di chi ha imparato che correre non serve sempre ad arrivare prima.

E poi c'è la confessione che devo fare, prima a me stesso che a voi che leggete.

Ero anch'io così. Consideravo vecchi quelli che avevano superato i cinquanta. Li guardavo con rispetto, sì, ma con quel rispetto che è già una forma di distanza. Un rispetto che dice: tu hai fatto il tuo tempo, ora guarda noi che facciamo il nostro. A volte non servivano nemmeno le parole. Bastava un'espressione del viso, un cenno di impazienza, un modo di non chiedere più il parere. Chissà come li ho fatti sentire, quei  cinquantenni di allora, con quel mio atteggiamento. Oggi lo capisco perché lo sento addosso. Basta davvero poco, un'occhiata, per farti capire che tutto ciò che hai imparato, tutto ciò che ancora potresti dare, viene rifiutato non perché non vale, ma perché lo porti addosso da troppi anni. I vecchi. È una parola che fa paura. La usiamo come un'etichetta. Appena festeggi il tuo primo giorno da pensionato, il mondo ti applica un timbro invisibile: improduttivo. Come se il valore di un uomo si misurasse solo con ciò che produce in otto ore, con un cartellino da timbrare. Il giorno prima eri un lavoratore, un tecnico, un allenatore, un militante, un punto di riferimento. Il giorno dopo sei un pensionato. E nella testa di molti, pensionato è sinonimo di finito.

Eppure credetemi se vi dico che mi sbagliavo. Mi sbagliavo allora e si sbaglia oggi chi lo crede.

Noi anziani conserviamo un tesoro inestimabile che nessuna università può insegnare e nessun corso di formazione può fornire. È il tempo vissuto. Non è nostalgia, non è il racconto di "ai miei tempi". È la materia stessa della vita che si è depositata. Sono gli errori fatti e riconosciuti, le vittorie che non hanno avuto bisogno di applausi, le sconfitte che ci hanno insegnato più di mille vittorie, le persone amate e perse, le parole dette troppo tardi e quelle dette al momento giusto. È un archivio vivente di ciò che la vita ci ha insegnato quando non guardavamo. Questo tesoro non occupa spazio, non chiede stipendio, non pretende poltrone. Chiede solo una cosa: di essere ascoltato. Non per comandare, ma per consigliare. Non per prendere il posto dei giovani, ma per evitare che inciampino sullo stesso sasso su cui siamo caduti noi.

Vi assicuro una cosa che ho scoperto solo ora. Se il corpo invecchia, e invecchia ogni giorno che passa, è vero, le ginocchia fanno più rumore, il fiato è più corto, la notte è più leggera. Ma il cervello e lo spirito non seguono la stessa curva. Continuano a svilupparsi, al pari dei più giovani, a volte anche di più. Perché finalmente hanno tempo. Tempo per collegare i puntini, per capire il senso di cose che a trent'anni sembravano incomprensibili, per provare una forma di empatia che da giovani era coperta dall'ambizione, dalla fretta di arrivare. Non siamo menti spente in corpi stanchi. Siamo menti finalmente libere in corpi che ci ricordano ogni mattina che il tempo è prezioso. E allora fa male, fa davvero male, quando tutto questo viene rifiutato. Quando basta un'espressione del viso degli altri per dirti: grazie, non serve.

C'è una frase che mi gira in testa da tempo e che voglio lasciare scritta qui, nera su bianco, in questo libro che è la mia seconda memoria: si ricorderà dei vecchi quando passeranno a miglior vita.

È così. Quando non ci saremo più, tireranno fuori le foto, diranno "quanto era saggio", "se fosse qui ci direbbe cosa fare", "quante cose sapeva". Ci celebreranno da morti per non averci ascoltati da vivi. È un rito antico e stupido, a cui non voglio rassegnarmi. Non scrivo questo per pietà. Non voglio che qualcuno chiuda questo libro e dica "poverini, gli anziani". Non siamo poverini. Siamo necessari. Una società che considera i suoi anziani inutili è una società che ha deciso di ricominciare da zero ogni trent'anni, buttando via l'esperienza come si butta un giornale vecchio. E una società che ricomincia sempre da zero è destinata a non andare da nessuna parte.

Se avete settant'anni come me, non accettate questa etichetta. Non ritiratevi. Continuate a dare fastidio, a proporre, a stare in palestra, in sezione, in piazza, al mercato. Se ne avete trenta o quaranta, fate uno sforzo. La prossima volta che un vecchio vi parla, non guardate l'orologio. Guardate gli occhi. Lì dentro non c'è solo il passato. C'è un pezzo del vostro futuro che sta cercando di risparmiarvi dolore.

Io continuo a stupirmi. Ma ho smesso di stare in silenzio.

 
 
 
 
 
 
 
Ultima modifica il Venerdì, 25 Settembre 2026 09:51
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