Trent’anni di politiche locali in Sicilia: dove si è sbagliato e perché si è sbagliato. di Mauro Crisafulli

Agosto 14, 2026 785
Non tutto quello che è stato fatto è sbagliato. Il problema è che troppo raramente queste esperienze sono diventate sistema

Se dovessi condensare trent’anni di politiche di sviluppo locale in Sicilia in una frase, sarebbe questa: non è mancata la politica dei progetti; è mancato troppo spesso il progetto di territorio. Dagli anni Novanta a oggi la Sicilia ha sperimentato Patti territoriali, GAL, PIT, PISU, distretti, programmi Leader, fondi strutturali, strategie per le aree interne, Agenda urbana, PNRR e nuove politiche di coesione. Sono cambiate le sigle, le programmazioni e i regolamenti. Molto meno è cambiata una debolezza di fondo: la difficoltà di trasformare il finanziamento pubblico in sviluppo locale durevole. Non significa che tutto sia fallito. In Sicilia esistono esperienze riuscite, amministrazioni efficienti, reti territoriali, imprese e comunità che hanno saputo utilizzare bene le opportunità. Il problema è che troppo raramente queste esperienze sono diventate sistema.

Il primo errore: confondere il finanziamento con lo sviluppo

Forse è stato l’equivoco più grave. Per anni la domanda dominante è stata: “Quali fondi possiamo prendere?”. La domanda giusta sarebbe stata: anziché: “Dove vogliamo portare questo territorio tra dieci anni?”. Il bando ha così finito spesso per precedere la strategia. Un Comune aveva un progetto perché esisteva una misura che lo finanziava, anziché cercare un finanziamento perché possedeva già una visione. Il risultato è stato un territorio costruito per sommatoria di interventi, non attraverso una strategia. Una piazza riqualificata qui, un museo lì, un portale turistico, un centro servizi, qualche evento, un intervento sulla viabilità. Ognuno magari legittimo, ma spesso incapace di produrre un effetto cumulativo. Eppure, le risorse non sono state marginali: solo i programmi regionali siciliani del ciclo europeo 2014-2020 disponevano di circa 5,1 miliardi di euro. Per il ciclo 2021-2027 i programmi regionali hanno una dotazione di circa 7,4 miliardi di euro. La questione, dunque, non può essere ridotta alla quantità di denaro disponibile.

Il secondo errore: progettare opere invece di costruire economie

Una parte importante delle politiche locali ha avuto una fortissima inclinazione verso la dimensione fisica: strade, edifici, piazze, illuminazione, recuperi immobiliari, centri polifunzionali. Tutto necessario, in molti casi. Ma un edificio recuperato non è automaticamente sviluppo locale. Dopo il restauro bisogna sapere: chi lo gestisce, chi lo utilizza, quale servizio produce, quale mercato intercetta, quanti posti di lavoro genera, quanto costa mantenerlo e quale relazione ha con le imprese del territorio. È qui che molti progetti si sono fermati. Abbiamo costruito contenitori senza costruire abbastanza spesso il contenuto economico che avrebbe dovuto mantenerli vivi. Banca d’Italia rileva che nel ciclo 2014-2020 la Sicilia ha destinato relativamente più risorse, rispetto alle altre Regioni meno sviluppate, a ricerca e competitività e soprattutto a energia, ambiente e trasporti, mentre è stata relativamente inferiore l’incidenza degli interventi su occupazione, inclusione sociale e istruzione.

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Il terzo errore: la frammentazione

Questo, a mio avviso, è il cuore del problema siciliano. Trecentonovanta Comuni hanno troppo spesso ragionato come trecentonovanta piccoli sistemi economici autonomi. Ogni paese: il proprio evento; il proprio marchio; il proprio portale turistico; il proprio prodotto tipico; la propria promozione; la propria narrazione. Ma il turista, l’investitore e l’impresa non ragionano secondo i confini amministrativi. Ragionano per destinazioni, filiere, paesaggi, esperienze. Etna, Val di Noto, Madonie, Nebrodi, Sicilia centrale, territori del vino, borghi minerari, costa ionica: sono sistemi territoriali, non semplicemente sommatorie di Comuni. In molti casi è mancata una vera governance sovracomunale, capace di mettere insieme amministrazioni, imprese, associazioni, università e comunità locali.

Il quarto errore: aver sottovalutato il capitale umano

Abbiamo investito molto nei luoghi e troppo poco nelle persone capaci di trasformarli. Tecnici comunali, progettisti, animatori territoriali, destination manager, esperti di sviluppo locale, facilitatori, project manager dovrebbero costituire una vera infrastruttura immateriale del territorio. Invece, troppo spesso, una volta concluso il progetto, sparisce anche la struttura che lo aveva costruito. E al programma europeo successivo si ricomincia quasi da zero. Non è casuale che la capacità di spesa continui a rappresentare una criticità. Banca d’Italia rilevava che, alla fine del 2024, i quattro Piani sviluppo e coesione siciliani registravano pagamenti pari al 42,5% della dotazione, sotto la media delle Regioni meno sviluppate e quella nazionale. Anche l’avvio della programmazione europea 2021-2027 risultava più lento della media italiana. Non è soltanto un problema burocratico. È un problema di capacità istituzionale permanente.

Il quinto errore: non misurare abbastanza ciò che succede dopo

Per decenni abbiamo celebrato: il progetto finanziato, il decreto firmato, l’opera inaugurata. Molto più raramente abbiamo chiesto, cinque anni dopo: ha funzionato? È questa la differenza fra rendicontazione e valutazione. Spendere correttamente 5 milioni significa che la procedura amministrativa ha funzionato. Produrre sviluppo significa dimostrare che quei 5 milioni di euro hanno generato qualcosa che prima non esisteva: occupazione, imprese, reddito, servizi, attrattività, popolazione residente, investimenti privati. È anche per questo che oggi qualsiasi politica territoriale seria dovrebbe partire da pochi KPI misurabili prima, durante e dopo l’intervento.

Il sesto errore: intervenire quando il declino era già evidente senza affrontarne le cause

Qui i dati diventano durissimi. Secondo ISTAT, nel 2022 circa l’80% dei Comuni siciliani rientrava nelle aree interne, nelle quali viveva circa il 40,5% della popolazione regionale. E mentre in Italia circa quattro residenti su cinque possono raggiungere i principali servizi essenziali entro 27 minuti, in Sicilia il rapporto scendeva a circa due su cinque. La perdita di popolazione continua, inoltre, a colpire soprattutto montagna e collina interna. ISTAT rilevava per il 2022 una riduzione della popolazione regionale di oltre 19 mila abitanti in un solo anno, accompagnata da saldo naturale e saldo migratorio interno negativi. Quindi un territorio non si spopola semplicemente perché “i giovani non amano più il paese”. Se ne vanno quando mancano: lavoro qualificato, collegamenti, scuole, sanità, opportunità professionali, servizi, connessioni digitali, luoghi di socialità e prospettive.

Il paradosso più grande: tanti progetti, poco cambiamento strutturale

È probabilmente questo il giudizio più severo sui trent’anni trascorsi. Nonostante programmazioni e investimenti, nel 2023 il valore aggiunto siciliano era ancora oltre quattro punti percentuali sotto il livello del 2007. Banca d’Italia individua nella dinamica demografica una delle cause rilevanti della debolezza di lungo periodo. Ed è questo il punto decisivo. Non basta dire che una politica ha funzionato perché “i soldi sono stati spesi”. La domanda corretta è: il territorio sarebbe oggi economicamente e socialmente più debole se quei miliardi non fossero stati investiti? Probabilmente sì. Ma è diventato forte quanto avrebbe potuto diventare? Probabilmente no. Ed è esattamente in quello spazio tra le due risposte che si trova il fallimento parziale delle politiche locali siciliane.

Dove si è sbagliato, allora?

Alla fine, gli errori possono essere ricondotti a una sola catena: BANDO → PROGETTO → SPESA → RENDICONTAZIONE. Quando invece avremmo dovuto costruire: TERRITORIO → IDENTITÀ → COMUNITÀ → STRATEGIA → PROGETTO → IMPRESA → ATTRATTIVITÀ → SVILUPPO. La differenza sembra semantica. In realtà è enorme. Nel primo modello il protagonista è il finanziamento. Nel secondo il protagonista è il territorio.

E la lezione dei prossimi trent’anni dovrebbe essere proprio questa

La Sicilia non ha bisogno dell’ennesimo catalogo di progetti. Ha bisogno di politiche territoriali capaci di sopravvivere ai bandi, alle amministrazioni e alle programmazioni europee. Bisogna passare dai piccoli progetti comunali ai sistemi territoriali, dagli eventi ai prodotti territoriali permanenti, dalla promozione alla costruzione di economie locali, dai contributi alle imprese alle filiere, dai marchi improvvisati ai marchi territoriali organizzati, dalla partecipazione formale alle comunità realmente coinvolte. E soprattutto bisogna rovesciare una logica che ha accompagnato gran parte degli ultimi trent’anni: non dobbiamo più chiederci che progetto possiamo inventare per ottenere un finanziamento. Dobbiamo decidere quale territorio vogliamo costruire e utilizzare i finanziamenti per arrivarci. È forse questa la vera svolta che alla Sicilia è mancata.

Ultima modifica il Venerdì, 14 Agosto 2026 12:46
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