Il Castello Utveggio è un gioiello architettonico che domina la città di Palermo dalla cima di Monte Pellegrino, offrendo uno dei panorami più intensi e suggestivi della città. Con la sua posizione strategica a quota 346 metri, il castello abbraccia con lo sguardo l'intera Conca d’Oro, creando un senso di dominio e di bellezza che è difficile da eguagliare.

È un luogo unico e suggestivo, che offre una vista mozzafiato sulla città di Palermo, che rappresenta un importante punto di riferimento per la città e la sua comunità.

Fu costruito nel 1934 in stile pseudo-siculo, un omaggio all'architettura tradizionale siciliana. Ideato e realizzato dal Cavaliere Michele Utveggio, un imprenditore palermitano che voleva creare un albergo di lusso per ospitare i visitatori più illustri della città. ll Castello Utveggio è un esempio di architettura eclettica, che combina elementi di diversi stili e periodi.

La struttura è caratterizzata da torri, merli e finestre ad arco, che le conferiscono un aspetto medievale. L'interno del castello è altrettanto impressionante, con saloni lussuosi e decorati con affreschi e stucchi.

La costruzione del castello fu un evento importante per la città di Palermo, che in quegli anni stava vivendo un periodo di grande sviluppo economico e culturale.

Oggi, il Castello Utveggio rappresenta un luogo identitario profondamente legato alla storia e all'immaginario di Palermo. È un simbolo della città e della sua gente, che lo considerano un patrimonio da proteggere e valorizzare.

Recentemente il Castello Utveggio, per volontà della Presidenza della Regione Siciliana, ha beneficiato di importanti lavori di ristrutturazione e riqualificazione, che hanno permesso di ripristinare la sua bellezza originaria, di restituirgli l’antico splendore e di adattarlo alle esigenze moderne.

Oggi il castello è una struttura moderna e funzionale, che offre una gamma di servizi e di attività per i visitatori. È un importante polo culturale e turistico, pronto ad ospitare eventi e convegni di alto valore culturale e scientifico anche di levatura internazionale.


Visite Guidate

Le visite guidate al Castello Utveggio sono concepite per offrire ai visitatori un’esperienza completa e coinvolgente, capace di unire contenuti storico-architettonici e valorizzazione paesaggistica del luogo.

Le visite avranno luogo a partire da venerdì 5 dicembre 2025 e saranno effettuate così come di seguito.

Visite Scolastiche

Il lunedì è riservato alle visite scolastiche degli istituti Scolastici Secondari, con tre turni della durata di circa 50 minuti ciascuno:

  • Ore 09:00
  • Ore 10:30
  • Ore 12:00

Per le istituzioni scolastiche sono previste procedure di prenotazione dedicate. I referenti possono contattare l’organizzazione per concordare orari e modalità di accompagnamento dei gruppi attraverso l’indirizzo mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il contingente massimo è fissato a 35 partecipanti per turno, inclusi gli accompagnatori, che devono essere presenti con un rapporto di un adulto ogni dieci bambini.

Visite Individuali

Il giovedì, venerdì, sabato e domenica sono dedicati alle visite individuali.  L’accesso al Castello Utveggio è gratuito e solo su prenotazione obbligatoria, con ingressi in gruppi contingentati, con 3 turni mattutini e 3 turni pomeridiani della durata di circa 50 minuti ciascuno:

  • Ore 10:00 – Ore 11:00 – Ore 12:00
  • Ore 16:00 – Ore 17:00 – Ore 18:00

Le visite sono condotte in italiano ed in inglese.

Per tutelare l’area naturalistica di Monte Pellegrino, il Castello è raggiungibile esclusivamente tramite le navette elettriche dedicate alle visite.

Mentre il Paese si prepara al voto del 22 e 23 marzo sulla riforma della Giustizia, dentro il Partito Democratico qualcosa si rompe: cresce la fronda degli iscritti che scelgono la via della riforma, sfidando la linea ufficiale.

Si dice spesso che la politica sia ferma, arroccata nei palazzi, lontana dal sentire comune. Eppure, a poche settimane dal referendum costituzionale sulla Giustizia, il panorama interno al Partito Democratico smentisce ogni accusa di torpore. "Finalmente qualcosa si muove", è il commento che rimbalza da un circolo all’altro, da Nord a Sud. L'occasione è la nascita spontanea e sempre più numerosa dei Comitati per il SÌ, costituiti da iscritti e militanti decisi a sostenere la riforma.

Una spinta che parte dal basso

Il dibattito sulla separazione delle carriere e sulla riforma del CSM ha acceso una miccia che molti pensavano spenta. Nonostante le indicazioni nazionali orientate verso il "No", una parte consistente del partito ha deciso di riprendersi lo spazio del pluralismo. I nuovi Comitati per il SÌ non sono solo sigle su un foglio, ma luoghi di incontro reale dove la base torna a confrontarsi sui temi del diritto e dell'efficienza della macchina giudiziaria.

"Non è una sfida alla leadership, ma un atto di libertà intellettuale," spiega un promotore di uno dei comitati locali. "Il PD è una comunità plurale e su temi così delicati per la vita dei cittadini è giusto che la base faccia sentire la propria voce."

Il valore della partecipazione

La mobilitazione verso il 22 e 23 marzo sta riportando la politica nelle piazze. I comitati stanno organizzando banchetti, incontri di approfondimento e assemblee pubbliche. L'obiettivo è chiaro: spiegare le ragioni di un cambiamento che molti iscritti ritengono necessario per sbloccare un sistema spesso percepito come troppo autoreferenziale.

Questa vivacità interna è il segno che il Partito Democratico, pur tra mille contraddizioni, resta un organismo vivo. La nascita dei Comitati per il SÌ rappresenta un ritorno alla partecipazione attiva, quella che non aspetta il "permesso" dai vertici ma agisce mossa dalle proprie convinzioni.

Verso il voto di marzo

Le date del 22 e 23 marzo segneranno un confine importante. Oltre al quesito referendario, si peserà anche lo stato di salute dei partiti. In questo contesto, il PD "del SÌ" rivendica un ruolo propositivo, cercando di intercettare quel mondo riformista che chiede una giustizia più rapida, chiara e moderna.

La partita è aperta, e il fatto che "qualcosa si muova" è, di per sé, la prima vittoria di chi crede ancora che il confronto sia l'anima della democrazia.

Il 12 febbraio Piazza della Repubblica si trasforma in un villaggio del divertimento tra giostre vintage, musica e le emozioni di “Inside Out”. Un evento firmato Fondazione Améselon.

 

REGALBUTO – Tutto è pronto per il giovedì più allegro dell'anno. Il 12 febbraio, in occasione del Giovedì Grasso, il cuore di Regalbuto si accenderà con CARNEVALANDO, la manifestazione interamente dedicata ai bambini e ai ragazzi organizzata dalla Fondazione Améselon.

L’obiettivo è semplice ma prezioso: regalare alla comunità un pomeriggio di condivisione, sorrisi e sano divertimento all'aria aperta, riscoprendo il piacere di festeggiare insieme in una cornice magica.

Un tuffo nel passato con le Giostre Vintage

Piazza della Repubblica cambierà volto per ospitare un’atmosfera d'altri tempi. Protagoniste indiscusse saranno le giostre vintage e ben 6 postazioni di gioco studiate per coinvolgere i ragazzi di tutte le età. Non si tratta solo di divertimento, ma di un invito a riscoprire il gioco tradizionale e la bellezza dello stare insieme.

Musica, Danza e l’incanto di “Inside Out”

Il programma, curato in collaborazione con That’s Amore Eventi, promette di non lasciare spazio alla noia:

Animando: Il ritmo prenderà il sopravvento con la Baby Dance e i balli di gruppo, trasformando la piazza in una grande pista da ballo a cielo aperto.

Spettacolando: Il momento clou della serata sarà lo spettacolo musicale “INSIDE OUT”. Ispirato al celebre capolavoro sulle emozioni, lo show porterà sul palco Gioia, Tristezza, Rabbia e tutti i personaggi più amati, in un viaggio colorato che saprà emozionare non solo i più piccoli, ma anche i grandi.

Un evento per la comunità

“Vogliamo che questo Giovedì Grasso sia un’esplosione di colori e di emozioni da vivere insieme”, spiegano gli organizzatori della Fondazione Améselon. CARNEVALANDO non è solo una festa, ma un tassello importante nel percorso di valorizzazione del territorio e di attenzione verso le nuove generazioni. L'appuntamento è quindi fissato per giovedì 12 febbraio in Piazza della Repubblica. Maschere, coriandoli e tanta voglia di far festa sono gli unici requisiti richiesti. Regalbuto è pronta a sprigionare tutta l'energia del suo Carnevale!

C’è un angolo di Regalbuto dove la storia incontra l’orizzonte, offrendo uno dei belvedere più suggestivi dell’intero territorio. È la zona di via Santa Lucia, una stradina carica di fascino che si inerpica verso l’omonima collina, uno dei due giganti che sorvegliano dall’alto la nostra città.

Camminare per queste vie dovrebbe essere un piacere per gli occhi e per lo spirito: da qui la vista spazia sui tetti del centro storico e si perde nei panorami circostanti. Eppure, oggi, attraversare il quartiere sta diventando un’impresa ardua e sgradevole.

Una bellezza deturpata

Il contrasto è netto: sopra la testa, la magnificenza del paesaggio; sotto i piedi, il segno tangibile dell'inciviltà. Purtroppo, molti proprietari di cani hanno scambiato queste storiche stradine per un’area di sgambamento priva di regole. Ogni giorno, gli escrementi lasciati sul selciato deturpano la bellezza del quartiere, rendendo il cammino un "percorso a ostacoli" che scoraggia non solo i residenti ma gli eventuali  i turisti e offende chi quel quartiere lo vive quotidianamente.

I "custodi" del quartiere

A fronte di chi sporca, c’è per fortuna chi ama e protegge. Vogliamo sottolineare l'impegno quasi eroico dei residenti di Santa Lucia. Armati di secchi d’acqua, scope e tanta pazienza, sono costretti quasi ogni mattina a ripulire davanti ai propri portoni per rimediare alla negligenza altrui.

È una situazione ingiusta: non spetta ai cittadini farsi carico dell'educazione e della maleducazione di chi non ha rispetto per il bene comune.

Un appello al senso civico

Avere un animale è un atto d’amore, ma portarlo a spasso comporta delle responsabilità precise. Chiediamo con forza a tutti i possessori di cani

Portate sempre con voi i sacchetti igienici.

Raccogliete gli escrementi e smaltiteli correttamente.

Ricordate che ogni angolo di Regalbuto è "casa nostra" e come tale va rispettato.

Via Santa Lucia non è solo una via di transito, è un biglietto da visita per la nostra città e un pezzo di cuore per chi vi abita. Deturparla con l’incuria significa sminuire la nostra storia e la nostra identità.

Rendiamo Regalbuto orgogliosa della sua bellezza: basta un piccolo gesto di civiltà per fare una grande differenza.

 

REGALBUTO Ci sono fine settimana che scivolano via anonimi e altri che si scolpiscono a fuoco nella memoria di una comunità. Quello appena trascorso a Regalbuto appartiene di diritto alla seconda categoria. Tra il venerdì sera e il sabato pomeriggio, il tempo sembra essersi fermato per poi esplodere in un boato liberatorio, regalando due vittorie che sono molto più di semplici numeri su un tabellino: sono manifesti di resilienza.

L’estasi del Futsal: Abbattuto il muro del Junior Domitia

Venerdì sera, sotto le luci del palazzetto, il Futsal Regalbuto ha dato una lezione di persistenza. Contro il Junior Domitia, la partita sembrava destinata a un equilibrio teso, ma è stato nei minuti finali che il destino ha cambiato marcia. Quel 4-2 finale, maturato proprio quando i polmoni bruciano e la lucidità viene meno, non è frutto del caso. Segnare due reti nel finale significa avere una tenuta mentale d'acciaio e una fiducia cieca nel compagno di squadra.

L’impresa della Pallamano: Aretusa piegata dal carattere

Non c'è stato neanche il tempo di smaltire l'adrenalina che il sabato pomeriggio la Pallamano Regalbuto ha replicato l'emozione. Contro la Pallamano Aretusa, in una sfida vibrante terminata 33-31, i ragazzi hanno dimostrato di saper abitare la "Zona Cesarini" con la naturalezza dei grandi. Vincere di due lunghezze in un finale così concitato è la prova provata di un gruppo che non smette di crederci finché la sirena non spegne ogni speranza avversaria.

Due panchine, un’unica visione

Dietro questi successi ci sono due allenatori diversi per background e stile, ma accomunati da un merito raro: la capacità di tenere il timone saldo durante la tempesta. Gestire gli ultimi secondi di una gara punto a punto richiede un mix di alchimia tattica e leadership carismatica. Se i giocatori non avessero seguito i propri coach come un sol uomo, oggi commenteremmo probabilmente risultati diversi.

Il dodicesimo uomo: I tifosi come motore sociale

Ma il vero segreto di questo weekend non risiede solo nel parquet o nel cuoio della palla. Risiede negli spalti. I tifosi regalbutesi sono stati i veri trascinatori, capaci di trasformare il tifo in un abbraccio collettivo.

Il significato sociale: Quando una squadra vince all'ultimo secondo, non vince solo un club; vince l'identità di un paese. In quei secondi finali, le differenze svaniscono e resta solo l'orgoglio di appartenenza. Lo sport, a Regalbuto, si conferma come il collante più potente di una comunità unita, capace di soffrire insieme per poi gioire all'unisono.

Queste due vittorie ci ricordano che, nella vita come nello sport, non conta quanto tempo resta sul cronometro, ma quanta voglia hai di lottare finché quel tempo non scade. Regalbuto oggi festeggia i suoi atleti, ma soprattutto festeggia se stessa: una comunità che non molla mai.


Le parole di Pina Picerno aprono uno squarcio su una ferita mai del tutto rimarginata all'interno del Partito Democratico: quella della sua identità genetica. Il suo intervento alla Direzione Nazionale non è solo un atto di dissenso verso la linea di Elly Schlein, ma un richiamo alle origini di un progetto che cercava di unire culture diverse in una sintesi riformista.

Il Partito Democratico sta vivendo una fase di profonda mutazione e le parole di Pina Picerno agiscono come un reagente chimico che svela le tensioni sottotraccia. Il punto sollevato dalla vicepresidente del Parlamento Europeo è centrale: può un partito nato per essere "plurale" sopravvivere se una delle sue componenti fondanti si sente oggi un'ospite sgradita?

Picerno ricorda che il PD non è nato come una "sinistra identitaria". La sua forza originaria risiedeva nell'incontro tra: La cultura post-comunista e post-socialista. Il cattolicesimo democratico e popolare (la Margherita). Il riformismo liberal-democratico.

Il timore espresso è che, sotto la segreteria Schlein, il partito stia scivolando verso un modello più simile alla sinistra radicale europea, dove il termine "liberale" viene recepito quasi come una parola d'ordine del "nemico", anziché come una delle colonne portanti della casa comune.

"Se oggi citi la parola liberale sei considerato un nemico del popolo."

Questa frase di Picerno fotografa il clima di polarizzazione interna. Esiste il rischio di una semplificazione comunicativa che tende a escludere le sfumature: se non sei allineato al nuovo corso "identitario", vieni percepito come un corpo estraneo. Ma per chi viene dalla Margherita o dalle file dei riformisti, rivendicare quelle radici non significa tradire il popolo, ma onorare il patto fondativo del 2007.

La segreteria Schlein ha indubbiamente portato un'ondata di nuovo entusiasmo e un profilo chiaro su temi come diritti civili e giustizia sociale. Tuttavia, il grido di dolore di Picerno pone un interrogativo elettorale e politico:

  1. L'elettorato di centro: Dove finiscono i voti dei moderati e dei riformisti se il PD si sposta troppo a sinistra?

  2. La coesistenza: È possibile una convivenza reale tra il massimalismo e il riformismo cattolico-liberale, o si va verso una scissione di fatto?

Il dissenso di Pina Picerno non è una semplice critica tecnica, ma una battaglia culturale. Chiede che il PD non diventi una "chiesa chiusa" dove chi non parla l'idioma della sinistra più radicale viene messo all'indice. La sfida per Elly Schlein sarà dimostrare che il suo PD è ancora capace di contenere quella complessità che Veltroni definì "il Lingotto".

DI SEGUITO L'INTERO SUO INTERVENTO ALLA DIREZIONE NAZIONALE DEL PD .

Penso che, in una fase come quella che attraversiamo, delicata, i momenti di discussione debbano essere maggiori. Perché questo è il modo in cui funziona un partito che discute, che decide. Lo dico soprattutto perché ho sentito anche oggi, ma non solo oggi, parole confuse, sbagliate. Confuse sul rapporto tra il necessario confronto che serve in un partito e il concetto di unità.
E allora io voglio dire subito che il pluralismo non è una concessione, non è sopportazione acustica, cari amici, non è lasciar parlare qualcuno e poi fare come se nulla fosse perché c'è già un’altra linea. Il pluralismo è un'idea precisa di partecipazione democratica, non è generica tolleranza. E soprattutto non è l'opposto dell'unità, perché l'opposto dell'unità è la divisione.
E si può essere uniti anche avendo posizioni diverse. Se quelle posizioni vengono ascoltate, vengono riconosciute e vengono attraversate, perché è così che si riesce poi a fare sintesi. Non si è più uniti quando, invece, le differenze vengono ridotte all’individualità, quando vengono annichilite. È lì che nasce la frattura.
E noi l'abbiamo già vissuto, lo dico guardando Roberto, Arturo, l'abbiamo già vissuto tutto questo. Ed è stato doloroso, perché è accaduto dopo il referendum del 2016. C'è stata una frattura dolorosa che portò tanti amici, tanti compagni, anche Elly, a lasciare il Pd. E oggi vedo spirali di radicalizzazione però ancora più profonde.Dentro il PD e dentro il campo largo. facciamo attenzione, perché sui territori c'è già una lenta, taciuta, nascosta, ma progressiva e inesorabile tendenza dei dirigenti che stanno lasciando questa comunità. E tanti fondatori non si riconoscono più. Non riconoscono più il Pd.
Penso alle parole di Prodi, penso a quelle di Veltroni, e potrei continuare perché la lista è lunga. Io penso che questo debba essere un serio motivo di riflessione, perché un gruppo dirigente eletto ha certamente il diritto di mettere in campo la linea politica su cui ha vinto il congresso, non ha invece il diritto di cambiare la natura di un partito.
Ma è quello che sta succedendo.
Il PD non è nato come un partito di sinistra identitario, non è nato così. È nato come un partito riformista di centrosinistra, casa anche per chi, come me, veniva da una formazione democratica, popolare, cattolica, liberale.
Io venivo da una formazione così, dalla Margherita.
Ma se oggi citi la parola liberale sei considerato un nemico del popolo. Però io non sono una nemica del popolo, sono una fondatrice di questa comunità, che ha esattamente quell'estrazione politica.
E su questo io voglio essere chiara.
Non possiamo scappare più, cari amici e cari compagni. Ci dobbiamo intendere con grande rigore e con grande serietà: il Pd è ancora casa per i democratici e per i liberali?
E cioè per me e per quelli che la pensano come me?
Io continuo a sperare di sì. Perché le ragioni per cui abbiamo fatto nascere un partito capace di parlare a tutti gli italiani e non solo alle curve restano tutte ancora centrali.
Io continuo a pensare che l'alternativa non nasce dalla polarizzazione permanente, non nasce dall'idea che serva sempre una spallata.
Perché su questa base non si costruisce alcuna alternativa di governo, si restringe solo il campo della responsabilità, e questo vale per il referendum e vale per il clima politico più generale.
Io lo so, tutti qua noi aspettiamo il momento di mandare a casa questa destra terribile, ma possiamo evitare, nell’attesa, di adottare lo stile politico e comunicativo di Fratelli d'Italia? E non solo per un fatto di comunicazione, ma per una questione più profonda che riguarda il rapporto tra noi, tra questa comunità e il Paese.
Perché se parliamo solo a noi stessi, se ci adagiamo solo su una dimensione identitaria, come facciamo a riprendere quel pezzo enorme di Paese che non vota più, che detesta le curve, tanto quella terribile a destra quanto quella altrettanto problematica a sinistra?
Tutta quella gente che non ha più fiducia nella politica. Io penso che noi dobbiamo provarci, possiamo provarci. Per esempio, non lasciando al formalismo battaglie epocali: la difesa delle democrazie liberali, quindi il sostegno all'Ucraina, quello alla causa iraniana, la lotta contro l'antisemitismo.
Su questi temi non basta avere una postura corretta, che peraltro non sempre abbiamo. Serve una proposta politica riconoscibile, continua, militante, come quella che giustamente abbiamo avuto su Gaza. Arrivo all'Europa e chiudo.
Da mesi dice che serve un nuovo internazionalismo progressista, democratico, e non possiamo vivere il paradosso che siano i sovranisti a costruire il giusto, il vero e il necessario.
Ma come lo costruiamo, Elly, se in quattro anni di invasione russa non hai mai sentito il bisogno di andare a Kijv, che è la frontiera, il simbolo, l'idea della difesa della democrazie liberale?
Perché non basta dirsi Europeisti.
Non basta dirsi le cose, le cose bisogna farle.
E allora forse, invece di discutere di come recuperare Tolkien, interessante, dovremmo recuperare Piero Gobetti, in cui quest'anno ricorrono ioi cento anni dalla morte inferta per mano dei fascisti. La libertà non è un diritto che si riceve, è un dovere che si conquista.
E parla esattamente a noi oggi, perché la democrazia non è un'abitudine, è una costruzione fragile, esigente, che vive solo se è sostenuta da istituzioni credibili e da cittadini consapevoli e da una politica capace di distinguere ciò che è conveniente, persino dal punto di vista elettorale, da ciò che è giusto, da ciò che serve, da un esercizio continuo di responsabilità. Le cose in cui tanti di noi credono non sono mai cambiate, sono rimaste le stesse. Sono quelle che migliaia di cittadini hanno scelto alle ultime europee, per esempio. E però noi abbiamo visto, e dobbiamo parlarne, un progressivo slittamento di questo partito.
Sugli autobus c’è scritto “si prega di non parlare al conducente”, perché è vero, non si disturba chi è alla guida, ma forse, visto che la strada che stiamo attraversando non è quella che abbiamo scelto insieme, forse allora le nostre voci sono più che una semplice richiesta di informazioni. Sono la volontà di mondi che esistono, con cui parliamo, che ci votano, che ci vorrebbero votare ancora, che ci fanno capire davvero qual è il termine utimo, cioè la destinazione di questo nostro viaggio. E noi abbiamo bisogno di capirlo, Elly, con serietà, con rigore, ma anche con onestà, senza perdere altro tempo. Grazie.

 

Milano, 7 Febbraio 2026 – Non è stata solo una sfilata di bandiere, tute colorate e coreografie hi-tech. La cerimonia di apertura dei Giochi Invernali Milano-Cortina 2026, svoltasi ieri sera nella cornice monumentale di San Siro, si è trasformata in un termometro politico e sociale di rara intensità. Se il protocollo olimpico insegue da sempre il mito della neutralità, il pubblico di Milano ha deciso di fare l’esatto opposto: ha parlato. E lo ha fatto con una potenza che ha travalicato i confini dello sport.

Il momento più alto, quello capace di far vibrare le fondamenta del "Meazza", è stato senza dubbio l’ingresso della delegazione ucraina. Non è stato un semplice applauso, ma un boato da brividi, un abbraccio collettivo che ha trasformato lo stadio in un unico coro di vicinanza. In quel fragore c’era il riconoscimento di una resistenza che va oltre il campo di gara, il segno tangibile che il sentimento popolare non ha dimenticato le ferite di un conflitto che continua a minacciare l’Europa. Allo stesso modo, il calore riservato a nazioni come il Canada e la Danimarca ha confermato il rispetto per le grandi tradizioni invernali, ma è stata la reazione emotiva verso chi soffre a definire l'anima della serata.

Il Fischio del Dissenso

Di segno diametralmente opposto è stata l’accoglienza riservata ad altri protagonisti. I fischi piovuti dalle tribune all'indirizzo di JD Vance e della rappresentanza di Israele hanno squarciato il velo di cortesia istituzionale. Questi non sono stati fischi sportivi, di quelli che si riservano a un avversario temuto; sono stati fischi politici. Hanno dato voce a un malessere profondo verso le dinamiche di potere globali, verso una gestione della geopolitica che molti, tra il pubblico, percepiscono come lontana dalle aspirazioni di pace e giustizia dei popoli. Quando il "popolo degli spalti" si esprime così chiaramente, il messaggio è inequivocabile: lo sport non può essere una bolla isolata dal dolore e dalle controversie del mondo reale.

Ciò che è accaduto ieri sera a San Siro è la prova che le Olimpiadi sono, oggi più che mai, un palcoscenico di veritàIl dissenso non è stato un disturbo al cerimoniale, ma una parte integrante della narrazione. La pace non è stata solo invocata dai discorsi ufficiali, ma pretesa con i polmoni e con il cuore da migliaia di cittadini. In un mondo dove la stabilità appare un ricordo lontano, il pubblico di Milano-Cortina ha ricordato a tutti che i Giochi appartengono alla gente, non solo ai comitati o ai governi. Quella di ieri non è stata solo l'apertura di una competizione sportiva; è stata la fotografia di un'umanità che, pur tra i lustrini e i fuochi d'artificio, non chiude gli occhi davanti alla realtà.

"Il ruggito di San Siro per l'Ucraina e i fischi per chi rappresenta la tensione bellica sono le due facce della stessa medaglia: la voglia di un mondo che scelga finalmente la strada della convivenza."

Un impianto accusatorio che perde pezzi: dalla mancata riqualificazione in corruzione al no sui sequestri. Intanto, tra sorrisini e abbandoni, la DC paga il prezzo politico di un’indagine che sembra scricchiolare.

La giustizia, si sa, ha tempi lenti, ma la cronaca giudiziaria corre veloce, spesso travolgendo tutto ciò che incontra. L'ultima notizia riguardante l’inchiesta su Totò Cuffaro e altri cinque indagati segna un punto di svolta che non può passare inosservato: il Tribunale del Riesame ha respinto in blocco i ricorsi presentati dalla Procura, smontando, tassello dopo tassello, la narrazione accusatoria che aveva dominato i media nelle scorse settimane.

Una "Caporetto" per la Procura?

Le decisioni del Riesame colpiscono il cuore delle tesi degli inquirenti. Non solo è stata respinta la richiesta di sequestro preventivo di 25.000 euro, ma il tribunale ha anche negato la riqualificazione della vicenda Dussmann in corruzione, un punto cardine per la gravità del quadro accusatorio. A completare il quadro, è arrivata la dichiarazione di inammissibilità per l’appello sull’associazione a delinquere.

Ad oggi, ciò che resta dell’imponente castello accusatorio è il solo caso degli operatori socio-sanitari di Villa Sofia, motivo per cui Cuffaro rimane tuttora confinato tra le mura domestiche. Un isolamento che appare paradossale a fronte di un impianto che, per il resto, sembra sgretolarsi sotto i colpi del diritto.

Il fango mediatico e il destino della DC

Mentre nelle aule di tribunale si discute di commi e procedure, nelle piazze (reali e virtuali) il verdetto sembrava già scritto. Per giorni, giornali e telegiornali hanno alimentato il rito del "mostro in prima pagina", senza attendere il vaglio dei giudici del Riesame.

Le conseguenze non sono state solo personali, ma profondamente politiche. La Democrazia Cristiana è finita nuovamente nell’occhio del ciclone:

Abbandoni eccellenti e defezioni interne.

Una drastica riduzione del tesseramento.

Un clima di demonizzazione, fatto di "sorrisini", sfottò e accuse pesantissime che hanno colpito l'intero simbolo, ben oltre le responsabilità dei singoli.

In attesa della Cassazione: chi pagherà il conto?

La Procura si trova ora davanti a un bivio: accettare la decisione del Riesame o tentare l'ultima carta del ricorso in Cassazione. Tuttavia, il danno d'immagine e politico è già stato inferto.

Se un giorno dovessimo leggere che l'intera vicenda poggiava su motivazioni fragili, resterà una domanda inevitabile: di chi è la responsabilità di questo cortocircuito? Chi restituirà dignità a chi è stato processato mediaticamente prima ancora che in aula?

Solo il tempo permetterà di tirare le somme definitive, sia sul piano giudiziario che su quello delle responsabilità personali. Per ora, resta l'immagine di un'inchiesta che, nata sotto i riflettori più abbaglianti, sembra oggi faticare a reggere la prova dei fatti. Ma è meglio aspettare , perchè l'ultima pagina della vicenda non è ancora chiusa. 

In politica, il confine tra confronto acceso e delegittimazione dell'avversario interno è spesso sottile. Tuttavia, quando questo confine viene superato ricorrendo a categorie storiche pesanti come il "fascismo" per bollare una scelta di voto referendaria, il problema non riguarda più solo una corrente di partito, ma la tenuta democratica del dibattito stesso. Il caso di Pina Picerno e dell'area riformista del PD è, in questo senso, emblematico.

Pina Picerno, esponente di spicco dell'ala riformista e Vicepresidente del Parlamento Europeo, si trova oggi al centro di una tempesta che sembra andare oltre la normale dialettica politica. Se una parte del Partito Democratico decide di sostenere il a un referendum (che sia sulla riforma istituzionale o su temi etico-sociali), la reazione di una fetta della base e della dirigenza appare spesso sproporzionata.

L’ostilità ostentata verso la Picerno nasce da una frizione identitaria: La visione del Partito: Da una parte chi vuole un PD "campo largo" e marcatamente orientato a sinistra; dall'altra chi, come la Picerno, rivendica la radice riformista e liberale. Il peso del dissenso: In un momento di forte polarizzazione, il dissenso interno viene percepito non come arricchimento, ma come un "tradimento" della linea ufficiale . 

Tacciare di "fascismo" un iscritto al proprio partito perché esprime un’intenzione di voto difforme è un corto circuito logico e comunicativo.

  1. Svalutazione della Storia: Usare il termine per dirimere una questione procedurale o costituzionale interna svuota di significato la parola stessa, rendendola un semplice insulto anziché un monito storico.

  2. Violenza Verbale: Come giustamente osservato, definire "fascista" chi esercita il proprio diritto di voto (specialmente in un referendum, massima espressione della democrazia diretta) è un atto di prevaricazione che mira a zittire l’interlocutore anziché confutarne le ragioni.

"La democrazia non è l'assenza di conflitto, ma la capacità di gestirlo senza annientare l'altro."

Se il PD vuole continuare a essere il principale presidio del pluralismo in Italia, non può permettersi di trasformare le scadenze elettorali o referendarie in "test di purezza". La libertà di voto e di pensiero è sancita dall'Articolo 21 della nostra Costituzione; vedere questa libertà messa sotto attacco proprio all'interno di una forza che si definisce "Democratica" crea un paradosso difficile da sanare.

L'ostilità verso Pina Picerno è lo specchio di un partito che fatica a trovare una sintesi tra le sue anime e che, nel dubbio, preferisce l'esclusione morale all'inclusione politica.

 Il futuro del Partito Democratico dipenderà dalla sua capacità di proteggere le minoranze interne. Se il confronto viene sostituito dall’indice puntato e dall’accusa infamante, il rischio è quello di diventare una forza politica sempre più omogenea, ma drasticamente più piccola e isolata.

A volte non è nemmeno una questione di idee politiche diverse, ma proprio di metodo e di atmosfera. Quando il giornalismo d'approfondimento perde la sua funzione di "terzo elemento" per trasformarsi in un match a senso unico, lo spettatore finisce per sentirsi non informato, ma bersagliato. C’è un limite oltre il quale l’approfondimento giornalistico smette di essere tale e scivola in qualcos’altro. Un limite che si può osservare  girando distrattamente sui canali Tv di prima serata , è apparso in tutta la sua evidenza in appena trecento secondi  in un talk politico TV in onda dopo il TG , sono stati sufficienti per condensare un intero clima culturale: non un confronto di idee, ma una costante, quasi tattile, ostilità.  Ciò che colpisce guardando la conduzione non è la legittima critica politica — sale della democrazia — ma quel retrogusto di rancore personale che sembra permeare ogni domanda. Non si cerca la risposta, si cerca la conferma di un pregiudizio. Quando il bersaglio è  più in generale, la destra di governo, il copione appare già scritto: La punzecchiatura sistematica: ogni tentativo di difesa dell’operato del governo viene interrotto da una controbattuta o da un’insinuazione. L'asimmetria del confronto: non c’è spazio per la "serenità" del dato o del fatto; tutto viene filtrato attraverso una lente di svalutazione preventiva. 

Il problema che emerge  non è l'assenza di libertà, ma la sua interpretazione distorta. Per alcuni, la libertà sembra coincidere solo con il diritto di andare sempre e comunque nella stessa direzione. Quando l’informazione diventa "saturazione", lo spettatore non cambia canale per disinteresse verso la politica, ma per autodifesa verso un modo di fare comunicazione che ha smesso di essere servizio ed è diventato sentenza. Sorridere di fronte alle grida d'allarme sulla libertà vigilata non è cinismo; è la reazione naturale di chiunque accenda la TV e veda, con i propri occhi, quanto sia ampio lo spazio concesso a chi ha fatto della critica (spesso preconcetta) il proprio marchio di fabbrica. 

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