Mentre il dibattito televisivo si infiamma su tweet, polemiche estemporanee e inchieste che sembrano seguire il calendario elettorale, due voci fuori dal coro — Massimo Cacciari e Federico Rampini — hanno deciso di rompere il silenzio. La loro analisi è brutale nella sua semplicità: il governo di Giorgia Meloni non è in bilico. E il motivo non risiede in una particolare "magia" politica, ma nel totale scollamento tra la narrazione della sinistra e la realtà del Paese. Massimo Cacciari, con la consueta schiettezza, ha puntato il dito contro quella che definisce la "neolingua" della sinistra. Mentre i salotti buoni discutono di asterischi, identità di genere e correttivi grammaticali, l’italiano medio è preoccupato dalle bollette e dal potere d’acquisto.  "La Meloni parla come mangia", ha osservato Cacciari. In un mondo di politici che sembrano leggere manuali di istruzioni tradotti male, la comunicazione diretta della Premier viene percepita come autentica.La gente non cerca un maestro di etica, ma un amministratore che capisca i problemi del quotidiano. Ogni lezione di morale impartita dall'opposizione sembra scavare un solco più profondo tra il "Palazzo" e la piazza." 

Federico Rampini ha invece spostato il focus sulla geopolitica. In un’Europa frammentata, con una Germania in crisi di identità e una Francia politicamente instabile, l’Italia di Meloni appare — paradossalmente — come un’isola di stabilità. "A Bruxelles non contano i post su Facebook, conta chi può garantire la tenuta di un sistema," suggerisce l'analisi. La stabilità del governo italiano oggi è un asset strategico che la Premier sta spendendo con intelligenza sui tavoli internazionali, rendendo i tentativi di "spallata" interna del tutto inefficaci agli occhi dei partner europei. " 

Per Cacciari, il problema non è quanto sia forte la destra, ma quanto sia smarrita la sinistra. La diagnosi è impietosa: finché l'opposizione si limiterà a reagire con sdegno ai tweet di giornata senza offrire una visione alternativa e concreta del Paese, la "traversata nel deserto" sarà lunghissima.

I punti chiave del fallimento dell'opposizione:

  1. Inseguire le polemiche: Invece di dettare l'agenda, la sinistra si limita a commentare quella della Meloni.

  2. Mancanza di radicamento: La percezione di un'élite che parla a se stessa invece che ai lavoratori.

  3. L'attesa del "deus ex machina": Sperare che siano i giudici o lo spread a far cadere il governo, invece del consenso elettorale.

Il messaggio di Cacciari e Rampini è un invito al realismo. Giorgia Meloni non cadrà per un'inchiesta a orologeria o per un'indignazione social. Cadrà solo se e quando si presenterà un'alternativa capace di parlare la stessa lingua della realtà, e non quella dei sogni ideologici. Al momento, quell'alternativa non sembra nemmeno all'orizzonte.

Esistono momenti in cui il silenzio non è solo una scelta di buona educazione, ma un dovere morale. Davanti alla bara bianca di un bambino di sette anni, strappato alla vita dopo un calvario medico che ha commosso l'Italia intera, l'unica postura possibile dovrebbe essere quella del rispetto e della partecipazione al dolore. Eppure, anche in un'occasione così tragica, la macchina dell'odio non ha saputo fermarsi. La presenza del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ai funerali del piccolo presso la chiesa di San Vincenzo de' Paoli a Napoli, è diventata per alcuni l'ennesimo pretesto per scatenare una violenza verbale che lascia attoniti. La critica politica è il sale della democrazia, ma ciò a cui abbiamo assistito nelle ultime ore è qualcosa di profondamente diverso. Leggere commenti che attribuiscono la responsabilità di questa tragedia alla gestione sanitaria del Governo centrale non è solo intellettualmente disonesto, ma denota una profonda ignoranza del funzionamento delle nostre istituzioni.  Un Capo di Stato che si presenta a un funerale non lo fa per "passerella", ma per testimoniare la vicinanza dell'intera nazione a una famiglia distrutta.

È un gesto di pietas che trascende i partiti. 

- Dobbiamo chiederci: cosa spinge un individuo a trasformare il dissenso politico in un livore personale così viscerale? Perché l’avversario non è più qualcuno che ha idee diverse sulla sanità o sull’economia, ma diventa un "mostro" da colpire anche nei momenti di umana pietà? Forse perché, per anni, si è costruita una narrazione volta a deumanizzare Giorgia Meloni, rendendo così lecito (nella mente di chi odia) calpestare anche il rispetto dovuto davanti a una bara bianca.

- La domanda è inevitabile e bruciante: se al posto dell'attuale Presidente, a quel funerale si fosse presentato un leader della sponda opposta, avremmo letto gli stessi insulti? O avremmo letto elogi sulla "sensibilità delle istituzioni" e sulla "vicinanza umana del potere"? Questo doppio standard suggerisce che l’indignazione non nasca da un principio etico, ma da un’appartenenza tribale: il mio leader "sente il dolore", il tuo leader "fa propaganda".

- Cosa è scattato in quella parte di società che ha perso il senso del limite? Un tempo esistevano zone franche — la morte, l'infanzia, il lutto — che erano considerate sacre e inviolabili dal conflitto politico. Oggi, quella barriera sembra crollata. È l’effetto di una polarizzazione estrema alimentata dai social e da una certa comunicazione d'assalto, che ha convinto le persone che "l’altro" non meriti rispetto nemmeno nel silenzio di un funerale.

- C’è un interrogativo ancora più inquietante: non sarà che per certi "odiatori di professione", l’insulto a Giorgia Meloni sia diventato l’unico modo per sentirsi parte di una comunità? Quando non si hanno più argomenti nel merito, l’attacco personale e la rabbia diventano le ultime scialuppe di salvataggio di chi ha perso la bussola della realtà.

"Questi interrogativi non servono a difendere una parte politica, ma a difendere la nostra stessa umanità. Perché se non siamo più capaci di distinguere un atto di rispetto istituzionale da una mossa elettorale, se non sappiamo più tacere davanti al dolore di una madre, allora il problema non è più chi governa il Paese, ma cosa sta diventando il Paese."

Mentre il rumore del fango social cercava di sporcare la giornata, a brillare è stata solo la dignità immensa di una madre. Una donna che ha lottato come una leonessa per il suo bambino e che, nel momento dell'addio, ha mostrato una forza che dovrebbe far vergognare chiunque abbia usato questa storia per fini ideologici. Il dolore di quella famiglia è sacro. Il vuoto lasciato da quel bambino è incolmabile. Tutto il resto — le offese, le speculazioni, le urla digitali — è solo miseria umana che il tempo cancellerà, lasciando spazio solo al ricordo di un piccolo guerriero che meritava un silenzio più profondo e rispettoso. 

AgoVit

Nata a Centuripe il 3 marzo 1926, Sarina Granata giungeva a Casa Karis il 5 giugno 2019, era la nostra seconda ospite. Il suo incedere sicuro, deciso e sorridente diceva già: qui trascorrerò i miei giorni. Non una costrizione, ma una scelta di libertà per sé e per la sua famiglia.

Si racconta come “una ragazza che si accontentava”che amava giocare, cercare gli amici, che non stava mai ferma: “ho imparato il giornino a 6 anni perché l’ho chiesto io, poi a cucire, poi il rintaglio, ho perso la testa per l’uncinetto, ho imparato a fare i maglioni a fantasia con i ferri, non stavo mai ferma”…

Quale approccio alla vita? “…non avevo paura, affrontavo qualsiasi cosa…”.

Sarina ha rinunciato a studiare perché suo padre non voleva iscriversi al partito fascista, aveva 14-17 anni all’epoca della seconda guerra mondiale e la racconta con una fase che forgiò la sua vita: combattere per sopravvivere, scendere nel buio di una botola per sfuggire ai soldati, spostarsi sul mulo insieme ai genitori.

Se dovessimo descriverla con una frase, diremo: ama la pace, ma combatte per la vita!

Come dice Fiorella Mannoia, Sarina combatte:

“…Per tutto quello che è giusto
    Per ogni cosa che ho desiderato
    Per chi mi ha chiesto aiuto
    Per chi mi ha veramente amato…”

Sarina ha amato moltissimo la vita e si è aggrappata ad essa con tutte le sue forze, affrontando il dolore, le malattie, rinascendo da ogni ferita come una fenice, più bella e più forte di prima.

Ha amato moltissimo la famiglia, sia quella di origine – suo padre, sua madre, le sorelle morte anzitempo che l’hanno lasciata figlia unica – sia la famiglia che si è costruita con il suo compianto Alfio Granata, suo parente, che l’ha portata a Regalbuto a soli 19 anni e qui ha scelto di abitare fino alla fine dei suoi giorni.

Afferma: “sono orgogliosa di quello che ho fatto, della mia famiglia, dei miei tre figli, dei miei nipoti. Quello che ho pensato mi è sempre riuscito. Sono orgogliosa di essere riuscita ad arrivare a 100 anni con la mente lucida e l’amore dei miei figli e dei miei nipoti…”

Continuando con la Mannoia:

 

Forse è vero
Mi sono un po' addolcita
La vita mi ha smussato gli angoli
Mi ha tolto qualche asperità

Il tempo ha cucito qualche ferita
E forse, ha tolto anche ai miei muscoli
Un po' di elasticità…[Ma] non ho mai smesso di lottare!


Il messaggio che Sarina dà alle giovani generazioni è: “l’Educazione e la Pace”

Ai carissimi figli e nipoti chiede: “vogliatevi bene, siate uniti alla famiglia!”

La Responsabile Casa Karis

dott.ssa Falco Marcella

 

SIGONELLA (CT) – In una fase di delicatezza geopolitica globale, gli occhi del Mediterraneo sono puntati sulla Naval Air Station (NAS) di Sigonella. Nonostante il peso strategico della base, l'atmosfera che si respira tra le piste e gli hangar siciliani è quella di una "calma operosa". Il messaggio che trapela dai vertici è chiaro: attenzione massima, ma nessun allarmismo.

Il Protocollo "Alfa Plus": Vigilanza, non Emergenza

Al momento, il dispositivo di sicurezza è fissato sul livello "Alfa Plus". Per i non addetti ai lavori, si tratta di una misura di prevenzione rafforzata: non indica un pericolo imminente, ma una soglia di attenzione superiore alla norma. Cosa comporta: Controlli più serrati ai varchi d'accesso, pattugliamenti frequenti e una rigorosa applicazione delle procedure di sicurezza interna. Attività operativa: I voli di ricognizione e le normali operazioni logistiche proseguono senza intoppi. Sigonella conferma il suo ruolo di "Hub del Mediterraneo", mantenendo i motori accesi ma senza cambiare marcia verso scenari offensivi.

A pochi chilometri dai radar, la vita a Motta Sant’Anastasia e nei centri vicini scorre lungo i binari della consuetudine. Tuttavia, la percezione dei residenti è inevitabilmente condizionata dalla vicinanza a uno dei siti più sensibili d'Europa.

"Si vive la quotidianità con un orecchio rivolto al telegiornale e l'altro ai rumori che arrivano dalla base," commenta un residente. "Sappiamo che Sigonella è il termometro del mondo: se qui è tranquillo, possiamo stare tranquilli anche noi."

I cittadini osservano l'evolversi degli eventi internazionali con una consapevolezza matura, figlia di decenni di convivenza con la base. C’è preoccupazione per le possibili escalation geopolitiche, ma prevale la speranza che la diplomazia possa prevalere sulla forza. In sintesi, la base di Sigonella resta un osservatorio privilegiato e un presidio di sicurezza fondamentale. Al momento, la situazione è di vigile attesa. Non ci sono segnali di mobilitazione straordinaria, né richieste ufficiali per l'uso dell'installazione in operazioni belliche attive.

La Sicilia, dunque, osserva e attende, sperando che i venti di crisi possano placarsi prima di lambire le coste dell'isola.

4 marzo 1943 .....

Marzo 04, 2026

È il racconto di una madre "giovanissima" e di un figlio della guerra, un "illegittimo". La forza del brano sta nel nobilitare questa condizione: il nome "Gesù Bambino" non era un'offesa, ma un atto di amore estremo di una madre verso un figlio senza padre.

"4 marzo 1943" è la dimostrazione di come la musica pop possa farsi letteratura. È un brano che riesce a essere contemporaneamente arcaico e moderno, capace di trasformare un fatto di cronaca sociale (i figli della guerra) in un mito universale sulla dignità degli ultimi.

C’è un silenzio assordante che segue il rumore delle esplosioni: è il silenzio dei banchi vuoti. Quando la cronaca ci restituisce immagini di madri distrutte e di piccoli feretri allineati, il mondo intero dovrebbe fermarsi. Eppure, la macchina della guerra continua a girare, oliata da giustificazioni geopolitiche che pesano come macigni sulla coscienza collettiva. Non importa sotto quale bandiera avvenga: quando un missile colpisce una scuola o un ospedale, la guerra perde ogni pretesa di "giustizia". Le vittime per colpa di nascita: Bambini che non hanno scelto dove nascere si ritrovano a essere il "danno collaterale" di decisioni prese in uffici climatizzati a migliaia di chilometri di distanza. La distruzione della speranza: Colpire una scuola significa uccidere il futuro di una nazione prima ancora che possa sbocciare.

C'è una forma di crudeltà sottile nel linguaggio di chi giustifica questi orrori. Si parla di "obiettivi strategici", di "necessità bellica", di "risposte mirate". Ma davanti alle lacrime di una madre che stringe un quaderno bruciato, queste parole si svuotano di senso.

"Quanto vale la vita di un bambino durante una guerra? La risposta che la storia continua a darci, purtroppo, è: niente."

È questa la vera barbarie: l'assuefazione. Il rischio che queste stragi diventino "statistica", un trafiletto nei giornali tra una borsa che crolla e un risultato sportivo.

I funerali delle bambine non sono solo cerimonie di addio. Sono atti d'accusa. Ogni bara bianca è un dito puntato contro l'umanità che ha deciso che il potere, i confini e le ideologie valgono più del respiro di un figlio. Se non proviamo più sdegno per un’infanzia spezzata, abbiamo già perso la guerra più importante: quella per la nostra umanità.

 

Marzo non è un mese come gli altri; è un ponte sospeso tra ciò che è stato e ciò che deve ancora fiorire. È il momento in cui la natura smette di sognare e inizia a fare sul serio, scuotendosi di dosso il torpore invernale con una grazia che sa di urgenza. Ma oltre ai primi fiori e alle giornate che si allungano, questo mese porta con sé un’eredità antica e un invito filosofico profondo: imparare a stare sulla soglia.

L’Eredità di Marte: Forza e Germoglio

Nell’Antica Roma, il primo giorno di marzo — il celebre Calendimarzo — non era solo una data sul calendario, ma il vero e proprio capodanno religioso. Era il momento in cui il fuoco sacro di Vesta veniva rinnovato e la terra tornava a essere fertile. È affascinante notare come il mese prenda il nome da Marte. Per noi oggi Marte è sinonimo di battaglia, ma per i romani era innanzitutto una divinità agreste. Rappresentava la forza vitale necessaria per rompere la crosta gelata del terreno: La Guerra: Intesa come vigore e difesa dei confini. La Vegetazione: La spinta prepotente della linfa che risale nei tronchi. In questo connubio troviamo l'essenza di marzo: una rinascita che non è solo poetica, ma energica, quasi muscolare.

La Soglia del Presente: L'Arte di Non Fuggire

Spesso viviamo marzo con lo sguardo rivolto troppo in avanti, proiettati verso il tepore dell'estate o le vacanze future. Eppure, marzo ci lancia una sfida diversa: restare nel "mentre".

Questo mese è una soglia. La soglia è un luogo scomodo perché non è più casa (l'inverno) ma non è ancora la destinazione (l'estate). È il tempo del limite, dove il tempo atmosferico è incerto e la vita è ancora in boccio. Restare in questo presente significa: Come il tempo "pazzarello", anche noi possiamo permetterci di essere mutevoli.  La bellezza di marzo non è nell'esplosione, ma nel presagio. È nel punto verde che appare sul ramo secco.  Abitare il momento del risveglio senza l'ansia di aver già raggiunto il traguardo.

Un Risveglio per i Sensi

Marzo ci parla attraverso una sinfonia di contrasti. È l'odore della terra bagnata dalla pioggia che si scalda al primo sole; è il ritorno del canto degli uccelli all'alba, un suono che dopo mesi di silenzio sembra quasi una novità assoluta.

È un invito a riabitare il corpo. Dopo i mesi passati a proteggerci dal freddo, marzo ci chiede di aprirci, di sentire l'aria che cambia consistenza sulla pelle e di lasciarci cullare da questa rinascita che è, prima di tutto, interiore.

"Marzo è il mese dell'attesa, le cose che non sappiamo, le persone del destino che stanno arrivando." — Emily Dickinson

In definitiva, marzo ci insegna che per rinascere serve coraggio — il coraggio di Marte — ma anche la pazienza di chi sa aspettare che il fiore si apra da sé. È un mese che ci educa al limite, ricordandoci che la vita non è solo arrivare alla meta, ma godersi lo spettacolo del mondo che, ancora una volta, decide di ricominciare.

Proseguono a Regalbuto gli interventi di recupero e valorizzazione del patrimonio ecclesiastico, un
processo che negli ultimi anni sta interessando progressivamente diversi edifici sacri, restituendo
decoro e sicurezza a luoghi di grande valore religioso e identitario.
In questo contesto prendono ufficialmente avvio i lavori di risanamento conservativo della facciata
principale della Chiesa di Santa Maria La Croce, uno dei monumenti storico-artistici più
rappresentativi della città, affacciato su Piazza Vittorio Veneto. L’intervento è stato progettato e
viene diretto dall’Architetto-Ingegnere Valeria Cusmano e dall’Ingegnere Ignazio Cusmano, dello
Studio Cusmano, da anni impegnato sul territorio regalbutese nel recupero di edifici storici e
religiosi.
Il progetto è finanziato per il 70% dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI), con decreto firmato
dal cardinale Matteo Zuppi. Il restante 30% (a carico della Parrocchia) è stato coperto attraverso un
insieme di contributi e scelte responsabili: il contributo della Diocesi di Nicosia, il contributo della
BCC di Regalbuto, il ribasso d’asta praticato dall’Impresa esecutrice (ESSE I) e la rinuncia ai
compensi per la quota a carico della parrocchia da parte dei professionisti.
La chiesa, elevata nel 1527 e successivamente ricostruita tra il Seicento e il Settecento, presenta una
facciata di grande pregio, caratterizzata da colonne libere su due ordini e da un ricco apparato
decorativo tipico della tradizione barocca siciliana. Negli ultimi anni, tuttavia, proprio questo
prospetto si è rivelato la parte più vulnerabile dell’edificio: nel 2022 la caduta di frammenti lapidei
ha reso necessario un immediato intervento di messa in sicurezza e la rimozione temporanea di
alcuni elementi decorativi a rischio.
A partire da quella fase critica del 2022, un ruolo decisivo è stato svolto da padre Roberto Franco
Coppa, che con impegno costante ha seguito l’evoluzione dell’intervento, sostenendo e
accompagnando il percorso che ha portato dalla messa in sicurezza alla definizione del progetto di
restauro. Un lavoro, quello di padre Roberto, continuo e concreto, senza il quale difficilmente si
sarebbe potuti arrivare all’avvio dei lavori oggi in corso.
Le indagini preliminari alla progettazione hanno evidenziato diffusi fenomeni di degrado, in
particolare nelle colonne del secondo ordine e nelle superfici lapidee maggiormente esposte agli
agenti atmosferici. Il progetto prevede un accurato consolidamento strutturale, la pulitura e il
trattamento degli elementi lapidei, il ripristino degli intonaci e la ricollocazione delle decorazioni
rimosse, nel pieno rispetto dei principi del restauro conservativo.
L’intervento, fondato sul principio del “conoscere per intervenire”, si basa su un’accurata analisi
storica e costruttiva della fabbrica, la cui evoluzione attraversa secoli di trasformazioni e testimonia
il valore culturale del monumento per il territorio.
L’obiettivo è restituire alla città una facciata sicura, leggibile e coerente con la sua storia,
garantendo la tutela di uno dei luoghi più amati e riconoscibili di Regalbuto.

L'occasione per questa riflessione ci viene offerta dall'attuale campagna elettorale per il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. In queste settimane, il dibattito pubblico si accende, i toni si alzano e le indicazioni di voto piovono da ogni direzione. Ma proprio in questo contesto, emerge una verità fondamentale che va oltre la singola scadenza referendaria e che deve diventare il faro per il futuro di Regalbuto: votare consapevolmente è un esercizio di autonomia, non di obbedienza. Esprimere il proprio voto non può e non deve significare seguire acriticamente l'indicazione di questo o quel personaggio, di questo o quel partito. La democrazia non si delega; si esercita informandosi, leggendo tra le righe delle proposte e decidendo in base alla propria visione del bene comune. Se oggi, per il referendum sulla giustizia, siamo chiamati a capire cosa votiamo per non essere semplici spettatori di decisioni altrui, lo stesso rigore dobbiamo pretenderlo per il 2027. La consapevolezza che costruiamo oggi è la stessa che ci servirà per analizzare i programmi e le visioni per la Regalbuto di domani. Perché il futuro della nostra città non può essere il frutto di una scelta "per sentito dire", ma deve essere l'esito di una cittadinanza che ha deciso di aprire la mente e di pretendere chiarezza, oltre ogni logica di schieramento.

È arrivato il momento di cambiare le regole del gioco. Non parliamo di schieramenti, ma di orizzonti. Prima di decidere chi amministrerà Regalbuto per i prossimi cinque anni, abbiamo il dovere — come comunità — di pretendere una bussola chiara. Non ci serve un "libro dei sogni" scritto per riempire brochure elettorali, ma una visione concreta che sappia rispondere a una domanda semplice: dove vogliamo essere nel 2032?

La Politica del "Cosa", non del "Chi"

La scelta non può più basarsi solo sulla simpatia personale o sulla vicinanza ideologica. La destra, la sinistra e il centro sono categorie del passato se non sono riempite di prospettive. Regalbuto merita una pianificazione che tocchi ogni nervo scoperto della nostra realtà. L'obiettivo deve necessariamente essere uno : il lavoro. E' ciò che ci chiedono i giovani per non andare via. E' ciò di cui abbiamo bisogno ieri e a maggior ragione oggi. Ed è per tale motivo che noi elettori abbiamo bisogno di sapere come le coalizioni intendono progettare il percorso concreto per arrivare a realizzare nel tempo le opportunità di lavoro. 

Lavoro e Artigianato: Quali incentivi per chi resta? Come digitalizzare le nostre eccellenze artigiane per portarle fuori dai confini locali?

Commercio: Come ridare vita al centro storico e sostenere i negozi di prossimità contro la desertificazione urbana?

Cultura e Sociale: Come trasformare la nostra identità in un volano di attrazione e come non lasciare indietro nessuno, dai giovani agli anziani?

Sport: Quali strutture e quale sostegno per le associazioni che formano i cittadini di domani? 

Ma anche e principalmente Scuola e Istruzione per trasformare la scuola da luogo di passaggio a centro di aggregazione h24 e volano di sviluppo per le nuove professioni.

"Quello che vi chiedo è di aprire le menti, non di credere". Credere è un atto passivo; aprire la mente è un atto rivoluzionario. Significa mettersi in ascolto, analizzare la fattibilità dei progetti e pretendere chiarezza. Non stiamo solo eleggendo un sindaco o un consiglio comunale; stiamo decidendo se Regalbuto debba restare ferma o diventare un laboratorio di sviluppo. 

Il Tempo dell'Ascolto è Ora

La visione non si improvvisa in campagna elettorale. Bisogna iniziare oggi a tessere il dialogo, a confrontare le idee e a misurare la concretezza delle proposte. Il futuro della nostra città non è un destino ineluttabile, ma una costruzione quotidiana.

È una notizia che colpisce allo stomaco, non solo per la fine di una realtà storica, ma per il senso di sconfitta che traspare dalle  parole che hanno annunciato la chiusura . Dopo quasi quarant'anni di storia (contando dal 1988) e 25 di attività ininterrotta, alzare bandiera bianca non è una scelta, è un atto di realismo forzato che fa male a tutta la comunità.

Non è stata una sconfitta sul campo a decretare la fine, ma qualcosa di molto più amaro: il silenzio delle istituzioni e l’assenza di un luogo dove poter semplicemente esistere. Dopo 25 anni di attività continuativa e una tradizione che affondava le radici nel lontano 1988, il basket ,  una delle realtà sportive più longeve del nostro territorio annuncia la resa definitiva. Il punto di rottura non è arrivato all’improvviso. È il risultato di sei anni di precarietà, passati senza un campo di gioco regolamentare. Sei anni in cui la passione ha cercato di sopperire alle mancanze strutturali, in cui dirigenti e atleti hanno lottato contro "i mulini a vento" per garantire ai giovani il diritto allo sport.  Le richieste di dialogo, i tentativi di trovare una soluzione condivisa e i continui appelli alle istituzioni sono rimasti, purtroppo, inascoltati. Anche noi come giornale abbiamo scritto, proposto, cercato il dialogo , proposto soluzioni , ma è stato come sbattere contro un muro di gomma sulla palestra della scuola media. Una palestra sicura fino a qualsiasi ora per le attività scolastiche , insicura mai per le attività extrascolastiche , nenache per gli allenamenti a porte chiuse. La decisione di dire "basta" nasce dalla consapevolezza che non si può costruire il futuro sulle sabbie mobili dell'indifferenza. Forse qualcuno - anzi più di uno - dovrà fare un esame di coscienza su ciò che si sarebbe potuto fare e non si è fatto. 

Un vuoto per i giovani e per il Comune

Con questa chiusura, il Comune di Regalbuto non perde solo una società, ma un presidio sociale.  Dal 1988 a oggi, generazioni di ragazzi sono cresciute amando e praticando il loro sport preferito , imparando il valore della disciplina, del sacrificio e dell'aggregazione. "A noi resteranno i bei ricordi, quelli non può toccarceli nessuno. Altrove, probabilmente, regnerà l'indifferenza." Queste parole dei responsabili suonano come un monito pesante: quando lo sport dilettantistico muore per mancanza di infrastrutture, a perdere è l'intera cittadinanza.  La scomparsa di una disciplina praticata per quasi quarant'anni lascia un vuoto educativo che difficilmente verrà colmato. E mentre le divise vengono riposte negli scatoloni e i cancelli si chiudono per l'ultima volta, resta l'amarezza di chi ha dato tutto e si è sentito abbandonato proprio da chi avrebbe dovuto tutelare il bene comune. Si , il bene comune ! perchè lo sport , tutti gli sport appartengono alla categoria del bene comune , senza distinzione di serie e di razza. Tutti a pari livello e pari opportunità. 

È una sconfitta collettiva che non può essere liquidata con un semplice "c'est la vie". 

 

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