Alla fine, quel che resta sono 84 morti.
Non numeri. Non un dossier. Non una categoria da talk show. 84 ragazzi marocchini. Con un nome, una faccia, una madre che li aspettava. Ragazzi a cui è stato venduto un miraggio legittimo, quello di una vita migliore, e che di quel miraggio sono stati fatti esca.
Sono stati utilizzati, illusi e mandati a morire. Questa è la cosa che conta. Il resto è rumore. Perché è su quella pelle che si è giocato. Sulla pelle di chi non ha nulla se non la speranza, e sulla speranza si è costruito un ricatto tra Stati, una prova di forza, un messaggio da lanciare all'altra sponda.
Eppure di questo non se ne parla. Non si parla di come sono morti a Ceuta. Non si parla di chi li ha lasciati passare, di chi li ha spinti, di chi li ha guardati annegare o cadere. Non si parla di quella frontiera che è diventata un teatro. Di cosa si parla allora? Si parla di tutt'altro. I politici duellano. Duellano sempre, duelleranno sempre. È il loro mestiere. Un voto in più, un sondaggio in più, una frontiera da sbandierare come un trofeo. I morti sono utili solo se servono alla loro narrazione. I giornali vendono le migliori notizie. E i morti di Ceuta non fanno notizia. Non hanno il morto giusto, al momento giusto, nel posto giusto. Sono troppi per commuovere e troppo pochi per scandalizzare. Così diventano un'arma. Un numero da lanciare nel dibattito sull'immigrazione.
Ma io resto qui, con l'unica cosa che conta davvero.
84 ragazzi che volevano vivere meglio e che invece sono stati mandati a morire.
E allora il pensiero va oltre Ceuta. Non può fermarsi lì.
Va a tutti gli altri ragazzi. Va a quelli che muoiono in Iran, con una corda al collo o un colpo alla schiena, solo perché volevano una vita migliore, una vita più libera, poter dire una parola in più senza paura. Ragazzi a cui è stata spezzata l'esistenza per un velo, per una canzone, per un post.
Va a quelli che muoiono in Ucraina, infilati in una trincea di fango a vent'anni, con addosso una divisa troppo grande. Mandati a morire per una frontiera disegnata da altri, per orgogli di altri. Va a quelli che muoiono in Palestina e in Israele, gli stessi ragazzi, con la stessa paura negli occhi. Da una parte e dall'altra del muro. Vite identiche spezzate dallo stesso identico meccanismo, che li vuole nemici prima ancora che uomini. Va a quelli che muoiono al confine tra il Messico e gli Usa, nel deserto dell'Arizona, disidratati, persi, con in tasca il numero di telefono della madre scritto su un pezzo di carta. Anche loro cercavano solo una vita migliore. Anche loro sono stati illusi e poi abbandonati.
È sempre la stessa storia. Cambia solo la divisa di chi li guarda morire.
Sono sempre giovani. Sono sempre poveri. Sono sempre gli ultimi a cui viene chiesto di pagare il prezzo più alto per le paure e i calcoli dei potenti. Per loro non ci sono minuti di silenzio che durano davvero. Ci sono solo bandiere da sventolare, e poi da ripiegare in fretta quando non servono più. Alla fine, quel che resta non sono le mappe, non sono i confini, non sono le percentuali nei sondaggi.
Quel che resta sono loro. I nomi che non leggeremo mai.

