Grazie !

Luglio 09, 2026

Grazie. Grazie di cuore a chi ha scelto di leggere Geografia dell'Anima.

Quando ho iniziato a scriverlo non immaginavo questo cammino. Sapere che siamo vicini alle cento copie mi riempie di orgoglio, non tanto per il numero in sé, quanto per ciò che racconta. Sono cento sguardi, cento tempi dedicati, cento dialoghi silenziosi tra me e voi attraverso le pagine.

Geografia dell'Anima non voleva essere solo un libro su Regalbuto. Voleva essere un invito. Un invito a guardare con più attenzione la bellezza che ci appartiene e che troppo spesso diamo per scontata, a sentirci parte di una comunità che ama davvero il proprio paese, ne custodisce l'immagine e ogni giorno, con piccoli gesti, contribuisce a renderla più bella.

Mi rallegra vedere che alcuni temi rimasti a lungo in disparte stiano finalmente tornando nelle nostre conversazioni. Mi rallegra vedere sempre più balconi in fiore, strade curate, angoli che tornano a sorridere. Sono segni leggeri, ma potenti.

È ancora poco, lo so. Ed è proprio per questo che non dobbiamo abbassare la guardia. La bellezza chiede continuità, non proclami. Chiede cura quotidiana.

Grazie a chi ha letto, a chi sta leggendo e a chi lo farà. Continuiamo a tenerci compagnia in questa geografia comune.

Regalbuto, in queste settimane, ha dimostrato una cosa semplice e difficile insieme: sa ancora convocarsi. Non è scontato, in un entroterra che perde abitanti e che troppe volte viene raccontato solo per quello che manca. Dare seguito non è un invito burocratico, è l'unico modo per non tradire l'energia che abbiamo visto in piazza.

Perché di energia ce n'è stata, e di varia natura. Abbiamo avuto  e avremo musica alta, quella che non si improvvisa, nei luoghi che sono la nostra identità: la rassegna “Chiostri e Cortili 2026” ha messo in fila quattro serate nella Chiesa Madre San Basilio e nel Chiostro Agostiniano — il 20 giugno con Vivaldi e Mozart, il 12 luglio “Dal Genio alla Passione”, il 19 luglio con Chopin e Liszt interpretati da Roberto De Leonardis, il 26 luglio con l’Opera Recital del Don Giovanni. Non è solo un cartellone, è la scelta di usare il patrimonio per produrre bellezza, non per conservarlo sotto vetro.

Abbiamo avuto sport come progetto civile, non come vetrina. Il 7 giugno, per la Giornata Nazionale dello Sport, la Cittadella dello Sport non è stata “un complesso di campi” ma, come scrive RegalbutoPress, il simbolo di una comunità che investe sul territorio attorno al Lago Pozzillo, con il CONI e l’Assessorato allo Sport a dire che la pratica sportiva è il miglior investimento per la qualità della vita. Abbiamo avuto la presentazione del mio libro il 13 Giugno ,  in una Sala Paolo VI che non pensavamo si riempisse ma ci ha dato conferme. 

Abbiamo avuto parola pubblica, non intrattenimento. La Pro Loco ha portato in Piazza Fratel Calabretta  “Voci in Piazza – Comunità e migrazioni” il 12 giugno, mettendo sullo stesso palco l’expertise di Angelica De Vito, sustainability manager e advisor ONU sulle migrazioni climatiche, e il cantastorie Alessandro Nicolosi. Pochi giorni prima, lo stesso percorso aveva discusso di diritti civili, con l’idea chiara che la comunità non è una massa indistinta ma uno spazio che si coltiva con cura e ascolto. 

Abbiamo avuto anche memoria viva, non nostalgia. Il 6 luglio, nel Chiostro degli Agostiniani, due serate di arte e poesia hanno riportato le storie della migrazione siculo-argentina, con la gente seduta composta ad ascoltare sotto luci viola e rosse, ringraziando associazioni come “I Vaneddi dell’Arte”. 

Tutto questo non può restare una somma di belle serate. Se ogni evento è fine a se stesso, diventa consumo culturale: si accende la luce, si applaude, si spegne. Dare seguito significa cambiare la domanda. Non “è riuscito?”, ma “qual è il passo successivo?”

Il passo successivo ha tre gambe, a Regalbuto come altrove.

  1. Memoria operativa. Ogni evento deve lasciare un quaderno, non solo foto. Per Chiostri e Cortili: quanti giovani musicisti locali hanno suonato, chi li ha formati, che partiture sono rimaste in biblioteca? Per Voci in Piazza: le domande del pubblico su migrazioni e diritti dove vanno a finire? La Pro Loco ha già iniziato a documentare con cura, ma quel materiale va messo in un archivio aperto, consultabile dalle scuole, non solo su Instagram. La citazione di Vito Teti usata per l’incontro del 3 luglio a RADICI lo dice bene: la “restanza” non è sacrificio, è scelta condivisa. Senza memoria, la scelta si dimentica.
  2. Misura e miglioramento. Gli eventi estivi del programma comunale parlano di concerti, degustazioni, giochi tradizionali. Bene. Ma misuriamo: quante attività sono replicabili a novembre? Quanti laboratori nati alla Festa degli Aquiloni di aprile – dove i bambini costruivano aquiloni-libro con il Centro Giovanile Lasalliano – possono diventare un ciclo di lettura permanente in biblioteca? La qualità non è aggiungere date, è alzare l’asticella: una masterclass dopo il concerto di Chopin, un torneo scolastico dopo la Giornata dello Sport, un percorso didattico dopo l’incontro sulle migrazioni.
  3. Manutenzione delle reti. Regalbuto ha un vantaggio raro: istituzioni diverse che già lavorano insieme. Pro Loco, INNESCO, Fondazione con il Sud, Comune, associazioni giovanili, Misericordia compaiono negli stessi manifesti. Dare seguito vuol dire formalizzare questa alleanza in un tavolo permanente, con un calendario triennale, non stagionale. Non per ingessare, ma per evitare che ogni assessore riparta da zero e che ogni volontario si bruci.

E poi c’è la domanda scomoda, quella che tiene insieme cultura, sociale e sport: a chi stiamo parlando? Se i ragazzi che hanno ascoltato le storie di migrazione non trovano uno spazio dove raccontare la propria, se chi gioca alla Cittadella non ha un allenatore stabile, se chi viene a un concerto non sa dove studiare musica il martedì, allora abbiamo fatto un momento, non un progetto.

Il passo successivo, allora, non è un altro evento più grande. È più piccolo, più ostinato:

  • aprire il Chiostro degli Agostiniani un pomeriggio a settimana per prove, letture, doposcuola musicale;
  • trasformare la Cittadella in un campus estivo-invernale, non solo vetrina di giugno;
  • chiedere a ogni relatore di Voci in Piazza di lasciare un “compito” alla città – un libro da leggere nelle scuole, un progetto pilota su clima e agricoltura;
  • pubblicare, a settembre, non il “bilancio degli applausi” ma il “bilancio degli apprendimenti”: cosa abbiamo imparato, cosa correggiamo.

Regalbuto ha una tradizione che sa essere ironica e profonda insieme – lo si vede anche al Carnevale, che non è solo sfilata ma testimonianza che si rinnova. Quella capacità di rinnovarsi è il vero patrimonio.

Non lasciamo che la domanda resti senza risposta. “Qual è il passo successivo?” non è retorica, è metodo. Se dopo ogni concerto, dopo ogni partita, dopo ogni dialogo in piazza, ci sediamo cinque minuti in più – organizzatori, artisti, cittadini – e scriviamo su un foglio tre cose da fare, allora l’evento non finisce. Diventa seme.

E di semi, in queste settimane, ne abbiamo visti tanti. Sta a noi innaffiarli. Continuamente.....

Ci sono mattine in cui Regalbuto  sembra volersi ricordare di quanto è bello. Oggi è una di quelle.Le belle notizie arrivano in coppia e arrivano dal centro, dai due monumenti che da secoli ci guardano e che noi guardiamo: la Chiesa di Santa Maria la Croce e il Palazzo Municipale in Piazza della Repubblica.

1. Santa Maria la Croce: il velo che cade

Iniziamo da lei, dalla Chiesa, perché l'emozione è ancora sospesa tra i ponteggi. La facciata è ancora parzialmente coperta dai teli e dalle strutture in metallo, ma già si intravede. E quel poco che si intravede basta. Basta per dire: Bella! La pietra che torna a prendere luce, le linee che si ricompongono, il disegno antico che riemerge pulito. Vien quasi da chiudere gli occhi e immaginare quanta rara bellezza doveva apparire anticamente, quando era interamente visibile a chi saliva dal borgo. La fantasia corre, ed è giusto che corra. Perché da quella fantasia potrà nascere un racconto più vero e più forte per il visitatore. Quando quel telo cadrà del tutto, non sarà solo un restauro finito. Sarà una pagina di storia che potremo finalmente rileggere e spiegare a chi viene a trovarci.

2. Il Municipio fiorito: finalmente!

L'altra notizia è più piccola, solo in apparenza. È colorata, profumata, e per questo potentissima. La facciata del Municipio è stata finalmente adornata di fiori. Lo avevamo scritto, riscritto e auspicato. Perché il decoro non è un dettaglio, è un atto d'amore. E perché l'esempio di Petronela va seguito e incoraggiato, dando per primi l'esempio dalle istituzioni. E oggi l'esempio c'è. Ed è bellissimo. Basta alzare lo sguardo in Piazza della Repubblica: i balconi del Municipio fioriti, il balcone del Circolo Cittadino curato, e quel piccolo spazio, balconcino compreso, accanto al Circolo, che già sorride. Sono tre presidi di bellezza che da soli cambiano la percezione della piazza. Ora immaginiamo il resto. Immaginiamo se i proprietari degli altri balconi seguissero questo filo colorato. Se ogni ringhiera avesse il suo vaso, il suo geranio, la sua cascata di verde. Piazza della Repubblica tornerebbe ad essere quello che è sempre stata e che deve tornare ad essere: non un semplice slargo, ma il salotto buono di Regalbuto . La piazza dove ci si incontrava, dove ci si riempiva di commenti, di dialoghi, di strette di mano, di accordi politici, di vita.

Rivalutare la piazza significa riportarla ai fasti di un tempo, e i fiori sono il primo, più semplice e più nobile, passo.

Due facciate, un unico messaggio : quando Regalbuto si cura , Regalbuto incanta. 

Tra visione e metodo.  

La Sicilia che seduce, volume dato alle stampe da Mauro Crisafulli (Officina della Stampa edizioni,), esperto in politiche e marketing territoriali, nasce da un’idea semplice ma fondamentale: la Sicilia non ha bisogno di essere reinventata, ma di essere compresa, organizzata e raccontata meglio. Questo libro non è soltanto una riflessione sul marketing territoriale e turistico. È, prima di tutto, un invito a guardare l’Isola come un sistema vivo: un intreccio di storia, paesaggi, comunità, tradizioni, cultura, enogastronomia, creatività e identità. Una Sicilia che non va semplicemente promossa, ma valorizzata con rispetto, visione e metodo.

Il turismo non deve consumare i luoghi ma contribuire alla loro rigenerazione, raffonzado le comunità locali

La bellezza dell’Isola è straordinaria, ma oggi non basta più da sola. Per generare sviluppo reale, deve essere accompagnata da progettazione, governance, innovazione, collaborazione tra territori e capacità di costruire un racconto coerente. Il turismo, infatti, non dovrebbe limitarsi a consumare i luoghi, ma contribuire a rigenerarli, rafforzando le comunità locali e creando nuove opportunità per chi quei luoghi li vive ogni giorno. Già, evitare di consumare i luoghi: se ne stanno cominciando ad accorgere a Venezia, dove la frenesia di far arrivare turisti per fare soldi sta piano piano per essere sostituita da un controllo del numero delle presenze turistiche per evitare un impatto violento con la città e con i suoi tesori. Cosa che, invece, non è ancora stata capita in certi luoghi della Sicilia che vengono letteralmente presi d’assalto dai turisti: l’esempio eclatante è rappresentanto dalle delicatissime marne di Scala dei Turchi, il bellissimo tratto di costa che corre tra Porto Enpedocle e Realmonte, in provincia di Agrigento, un luogo che forse andrebbe gestito evitando il calpestio.

Il viaggiatore di oggi non cerca soltanto luoghi da visitare, ma storie da vivere, relazioni da incontrare, esperienze autentiche da ricordare

Il volume di Crisafulli affronta i temi centrali del marketing territoriale contemporaneo: la costruzione di un’identità forte, la segmentazione dei soggetti pubblici, la comunicazione integrata, il turismo esperienziale, l’innovazione digitale, il ruolo delle DMO (sigla che sta per Destination Management Organization, organizzazioni che si occupano di gestire, promuovere e valorizzare una destinazione turistica: un comune, un’area vasta, una provincia, una regione o un territorio tematico), le reti tra territori, la collaborazione pubblico-privato, la sostenibilità e la misurazione dei risultati attraverso indicatori concreti. Al centro dell’opera c’è una convinzione chiara: il viaggiatore di oggi non cerca soltanto luoghi da visitare, ma storie da vivere, relazioni da incontrare, esperienze autentiche da ricordare. Per questo il libro dedica grande attenzione ai borghi, alle aree interne, ai saperi artigiani, ai prodotti tipici, ai patrimoni immateriali e alle comunità locali, considerate non come sfondo dell’offerta turistica, ma come protagoniste del racconto.

Non vendere la Sicilia come una cartolina, ma raccontarla come un luogo complesso, vivo e profondamente umano

La Sicilia viene così descritta come un vero arcipelago di esperienze: mare, vulcani, città d’arte, mercati, cammini, feste popolari, cucina, natura, memoria e paesaggi interiori possono diventare parte di un progetto unitario, capace di parlare a pubblici diversi senza perdere autenticità. Perché ciò accada, però, servono strategia, infrastrutture, digitale, formazione, accessibilità, collaborazione e capacità di misurare ciò che funziona davvero. Solo così la Sicilia può trasformare la propria ricchezza in valore condiviso, superando la promozione occasionale e costruendo una visione più matura, contemporanea e sostenibile del proprio futuro turistico. In sintesi, La Sicilia che seduce propone un cambio di sguardo: non vendere la Sicilia come una cartolina, ma raccontarla come un luogo complesso, vivo e profondamente umano. Una Sicilia capace di sedurre non perché si limita a mostrarsi, ma perché impara a conoscersi, a organizzarsi e a offrirsi al mondo con autenticità, intelligenza e consapevolezza.

Il viaggio verso la maturità  non si chiude quando la porta dell'aula si richiude alle spalle. Si vede, per una volta, tutto insieme. La maturità è strana proprio per questo. Per mesi la chiami "esame", poi arrivi all'orale e capisci che è un rito di passaggio italiano che mette migliaia di ragazze e ragazzi, nello stesso giugno, davanti alle stesse domande non scritte: cosa ti porti dietro, cosa hai capito, dove vuoi andare.

Non inizia a giugno

Inizia molto prima, quando il bagaglio era uno zainetto troppo grande. Alle elementari ci mettevi dentro l'astuccio e la merenda. Alle medie hai iniziato ad aggiungere pesi invisibili: la prima insufficienza che ti ha fatto dubitare, il primo 8 che ti ha fatto credere di potercela fare, l'amicizia che è nata sul banco accanto. Al liceo, all'istituto tecnico, al professionale, quel bagaglio è diventato una biblioteca ambulante. Non solo libri di scuola. Ci sono finiti dentro:

  • Le mappe: non quelle di geografia, ma quelle che ti sei fatto per orientarti tra materie che non amavi e altre che ti hanno scelto.
  • Le voci: di professori che ti hanno annoiato e di uno o due che ti hanno acceso, e ancora li senti.
  • Le ore rubate: le interrogazioni preparate in corridoio, i compiti copiati e poi riscritti meglio, le assemblee, le gite dove hai imparato più che in classe.

È un percorso a tappe  e ogni tappa ha lasciato un segno. L'orale è l'unico momento in cui ti viene chiesto di tirare fuori tutto, non per elencarlo, ma per tenerlo insieme.

L'orale non è un interrogatorio

Lo chiamano "colloquio" e per una volta la parola è giusta. Non stai recitando. Stai raccontando cinque anni a persone che non c'erano quando hai iniziato. Porti una tesina, un'immagine, una frase, e da lì parti. Parli di Dante e finisci a parlare di intelligenza artificiale, parli di una reazione chimica e ti ritrovi a spiegare perché vuoi fare infermieristica. È disordinato, umano, ed è per questo che fa paura. La commissione non cerca la perfezione. Cerca il filo. Vuole capire se sai collegare, se quel bagaglio l'hai fatto tuo o l'hai solo trascinato. La maturità negli studi, che è nel nome stesso dell'esame, non è sapere tutto. È reggere il peso delle cose che sai e saperle usare quando ti chiedono "perché".

Il giudizio che non chiude

Arriverà un voto. Sarà giusto o ingiusto, alto o stretto, e per qualche settimana ti sembrerà che definisca tutto. Non è vero. Il giudizio vero arriva dopo, quando sei fuori da scuola da anni, magari in un pomeriggio caldo come questo a Regalbuto , e ripensi a quei giorni. Allora non ricorderai la formula di trigonometria, ma ricorderai che l'hai studiata alle due di notte con l'ansia e un amico in chiamata. Non ricorderai il voto di italiano, ma ricorderai l'insegnante che ti ha detto "scrivi come pensi, non come credi che io voglia leggere". La scuola ti dà strumenti, non destini. L'orale è solo il momento in cui, per la prima volta, ti viene chiesto di usarli in pubblico, senza rete.

Sarà affascinante e pieno di nostalgia. Non perché la scuola fosse perfetta, anzi. Ma perché coincide con gli anni in cui speranze, sogni e progetti hanno ancora quella forza grezza , quella che ti fa crescere invece di arrenderti.

È l'età in cui puoi ancora pensare di cambiare città, di aprire uno studio, di scrivere un libro, di non accettare il pessimismo che gli adulti ti vendono come realismo. Il bagaglio di libri pesa, ma ti tiene anche dritto. E quando, tra dieci anni, rivedrai una foto della classe o sentirai l'odore di gesso e di corridoi, non penserai all'ansia. Penserai al viaggio. Penserai a te stesso che camminavi con quello zaino troppo pieno, convinto che l'esame fosse la fine.

Invece era l'inizio del modo in cui avresti imparato a raccontarti.

Se oggi stai per entrare, o se hai un figlio, una sorella, un amico che entra, digli questo: non andare a difenderti. Vai a mostrare il viaggio. Porta i libri, sì, ma porta anche tutto quello che quei libri ti hanno fatto diventare. È quello che resta, ed è quello che nessuna commissione può davvero misurare, ma tutti riconoscono.

 

La Sicilia continua a svuotarsi. Negli ultimi dieci anni l’isola ha perso 56mila laureati, mentre la comunità siciliana all’estero ha raggiunto 844mila residenti, diventando la più numerosa d’Italia. È il quadro allarmante tracciato dal Rapporto Svimez 2026, che fotografa un’emorragia di capitale umano senza precedenti.  Secondo Svimez, dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno per il Centro-Nord, con una perdita netta di 270mila giovani formati. A questi si aggiungono oltre 63mila laureati emigrati all’estero, per un saldo negativo di 45mila unità. La Sicilia è tra le regioni più colpite: non solo perde giovani qualificati, ma vede crescere anche il numero di studenti che scelgono di formarsi altrove. Nell’anno accademico 2024/2025 quasi 70mila studenti meridionali studiano in atenei del Centro-Nord, pari al 13% del totale, con picchi del 21% nelle discipline STEM. Il dato più inquietante riguarda la capacità di trattenere i talenti: la Sicilia riesce a trattenere solo il 68,1% dei propri laureati a tre anni dal titolo, mentre il restante 32% si trasferisce al Nord o all’estero. E chi parte per studiare difficilmente rientra: l’88,5% dei laureati formatisi al Nord resta a lavorare lì, consolidando un divario che si autoalimenta.

Secondo Confcommercio Sicilia, ogni anno il Sud “regala” al resto del Paese circa 6,8 miliardi di euro in costi di istruzione e formazione già sostenuti, senza ottenere alcun ritorno produttivo. Un trasferimento occulto di ricchezza che impoverisce la Sicilia due volte: perde i giovani e perde l’investimento fatto su di loro. Il presidente regionale di Confcommercio, Gianluca Manenti, parla di una “denuncia pesante”: «Non partono più i disoccupati generici: parte l’élite formativa che il territorio ha cresciuto con risorse pubbliche. È come se la Sicilia finanziasse la formazione e altre regioni incassassero il rendimento».

Il rapporto Svimez evidenzia un altro fenomeno in crescita: quello dei “nonni in valigia”, gli over 75 che lasciano l’isola per ricongiungersi ai figli o per accedere a servizi sanitari non disponibili in Sicilia. La migrazione sanitaria costa alla Regione circa 220 milioni di euro l’anno. Manenti definisce questo dato «il simbolo di un fallimento più ampio»: «Non solo perdiamo i giovani, ma perdiamo anche gli anziani, costretti a spostarsi per avere cure adeguate».

Perché si parte?

Le ragioni sono molteplici, ma una spicca su tutte: il divario salariale. Un laureato siciliano guadagna in media 1.549 euro al mese, contro i 1.793 euro di un collega piemontese. Per le donne il gap è ancora più ampio, con retribuzioni che non superano i 1.480 euro. Il quadro delineato da Svimez e Confcommercio è chiaro: la Sicilia sta perdendo il suo futuro pezzo dopo pezzo. Giovani, studenti, professionisti, anziani: tutti spinti a partire da un sistema che non riesce più a garantire opportunità, servizi e prospettive. La sfida ora è invertire la rotta. E farlo in fretta.

È un refrain, non un referendum. Arriva puntuale ogni inizio d'estate, con il primo caldo vero: lungo la linea che da contrada Tre Vie scende verso Sparacollo, la condotta si rompe. Di nuovo. Le case restano a secco, i rubinetti sibilano, e chi può corre a comprare l'acqua dai privati. Chi non può aspetta. E intanto, nei campi attorno, l'acqua potabile – quella stessa che manca in cucina – si apre un varco nel tubo e si perde nella terra.

Una condotta nata per il Consorzio di Bonifica , diventata strada di case

La storia non è di ieri. Quel tubo nasceva per portare acqua da Regalbuto fino alla sede del Consorzio di Bonifica  e alla stazione di Sparacollo. Serviva l'agricoltura, e il personale del Consorzio , non un paese. Poi, negli anni, attorno alla linea sono spuntate le prime case. Famiglie e piccole aziende hanno chiesto alla direzione del Consorzio l'autorizzazione all'allaccio, da allegare alla richiesta del contatore al gestore. È una prassi che avviene ancora oggi. Solo che la funzione è cambiata, il tubo no. È rimasto un tubo da un pollice e mezzo. Un diametro pensato per un'altra Sicilia.

Un tubo piccolo, una pressione che spacca

Quando a giugno la richiesta sale – docce, orti, stalle, piccole attività – la portata non basta. La pressione aumenta per spingere l'acqua più lontano, e il tubo vecchio non regge. Si creano microfessure, poi rotture nette. L'acqua esce, la pressione crolla a valle, e a monte si pompa ancora di più. È un circolo vizioso idraulico: più rotture, più perdite, più spreco. Il risultato lo vedete ogni anno: volontari  che scavano, riparano , pezze, riaperture, e dopo pochi giorni un'altra falla qualche centinaio di metri più in là.

La turnazione che non basta

Regalbuto, come molti comuni dell'ennese, vive già in emergenza idrica strutturale durante i mesi estivi .  Nelle zone periferiche l'erogazione è spesse volte a giorni alterni: per contrade Trevie, Sparacollo e Piano Areana , e altre contrade , e con le ore contate . È una toppa su una coperta corta. Perché se il tubo perde per strada, quella poca acqua turnata non arriva nemmeno. E la turnazione non risolve il problema di fondo: una linea privata, sottodimensionata, che distribuisce acqua potabile come se fosse ancora a disposizione del solo Consorzio di Bonifica.  Non è un caso isolato.Il tema si ripete puntualmente ogni anno a Giugno , fino a tutto settembre - ottobre , poi con i mesi invernali l'acqua torna  a circolare tra i residenti quasi costantemente a netto delle rotture dei tubi e la conseguente dispersione. 

L'incontro che non ha cambiato nulla

Se ricordo bene  il passaggio chiave: il Consorzio di Bonifica 6 Enna , spinto anche dai privati , aveva chiesto ad Acqua Enna di prendere in carico la linea. Sembrava fatta, dopo un incontro – molti mesi fa – tra il gestore, il Sindaco di Regalbuto e il responsabile del Consorzio. Da allora, silenzio. La gestione è rimasta dov'era. Le autorizzazioni agli allacci continuano a passare dalla vecchia filiera, i contatori restano appesi a un tubo che non è stato progettato per reggerli.

Perché si buttano via migliaia di metri cubi

È qui il punto più doloroso. La Sicilia sta attraversando estati sempre più secche, con invasi bassi e razionamenti che toccano interi paesi. Vedere acqua potabile – trattata, pompata, pagata – che si riversa nei campi per una rottura evitabile è difficile da accettare. Non è solo un danno economico per le famiglie costrette a comprare autobotti. È un danno ambientale e civile: l'acqua è un bene comune anche quando viaggia in un tubo privato. Ma questo sembra un concetto difficile da comprendere  e mi dispiacerebbe dire " specie da noi in Sicilia " 

Cosa blocca davvero il passaggio?

Emergono tre nodi, tipici di queste storie siciliane:

  1. La proprietà. La linea è nata privata, a servizio del Consorzio . Passarla a un gestore del servizio idrico integrato significa cedere infrastruttura, servitù, responsabilità. Serve un atto formale, non una stretta di mano.

  2. I costi di rifacimento. Un tubo da un pollice e mezzo non si "sistema". Va sostituito con una condotta di diametro adeguato, con pozzetti, valvole di sezionamento, sfiati, riduttori di pressione. Chi paga? Il Consorzio, che ha  risorse limitate? Acqua Enna, che subentra solo se l'opera è collaudata? I privati, che già pagano il disagio?

  3. Gli allacci. Oggi ci si allaccia con un'autorizzazione del Consorzio . Ma servono comunque  contratti regolari, contatori omologati, utenze censite. È un salto di legalità che molti vogliono  ma che fa emergere anni di soluzioni arrangiate. Nessuno vuole prendersi la responsabilità di "sanare" senza coperture.

A questo si aggiunge la burocrazia tra enti: Consorzio, gestore, Comune, forse anche Genio Civile per attraversamenti. Quando tutti devono dire sì, basta che uno taccia per mesi e tutto si ferma.

Cosa servirebbe, concretamente

Non servono miracoli, serve un cronoprogramma scritto e pubblico.

  • Formalizzare il passaggio. Una delibera del Consorzio, una presa in carico di Acqua Enna, con perimetrazione esatta della tratta Tre Vie–Sparacollo e inventario degli allacci esistenti.
  • Progettare la nuova condotta. Non un rattoppo: una linea dimensionata sui consumi reali – famiglie residenti più picchi estivi – con materiali moderni e valvole che evitino i colpi di pressione che oggi spaccano il tubo.
  • Regolarizzare le utenze. Un censimento porta a porta, contratti, contatori. Chi è allacciato oggi senza titolo deve poter emergere senza paura di restare a secco.
  • Ridurre le perdite subito. Anche prima del nuovo tubo, mettere quattro punti di misura della portata per capire dove perde di più, e sezionare la linea in modo da non svuotare chilometri di tubo a ogni rottura.

La domanda è : se c'è la volontà del Consorzio, dei privati e delle aziende, cosa impedisce ancora di farlo? La risposta, probabilmente, non è tecnica. È la mancanza di un soggetto che si prenda il rischio politico e amministrativo di firmare per primo. Eppure l'acqua non aspetta le firme. Ogni estate si rompe, si perde, si compra. Finché la condotta resterà quella pensata per portare acqua nelle case di tanti anni fa, Tre Vie e Sparacollo continueranno a vivere con l'ansia del rubinetto.  

Non giriamoci dall'altra parte quando ci sono in ballo i disagi dei cittadini i quali hanno diritto all'acqua anche nelle seconde case nelle contrade perchè la pagano in misura maggiore e hanno diritto a servizi uguali , uguali agli altri. 


 
 
 
 

Nasce dal basso, senza simboli di partito e senza steccati ideologici. Si chiama Officina Civica e si presenta così: un comitato aperto a tutti, che parte dai giovani e dalla società civile organizzata per provare a fermare l'emorragia di un paese che, come tanti centri dell'entroterra siciliano, "si spopola ogni giorno".Il manifesto diffuso nelle scorse ore non è un programma elettorale, è una dichiarazione di metodo.

Non un partito, un luogo di ascolto

"Un gruppo di persone, di varie estrazioni politiche, che credono che per ripartire sia necessario costruire spazi di ascolto reciproci dove costruire collettivamente una visione di futuro plurale." Officina Civica si racconta così: niente segreterie, ma tavoli. Niente slogan, ma dialogo quotidiano "tra la gente, tra il volontariato". L'idea è semplice e radicale insieme: rimettere al centro i temi di interesse collettivo — lavoro, servizi, scuola, cura del territorio — e farlo fuori dalle logiche del tifo politico. Il comitato insiste su tre parole chiave che tornano nel testo: impegno, condivisione, visione. E su tre hashtag che sono già una bussola: #futuro, #idee, #visione.

Perché adesso

Regalbuto non è nuova a queste spinte ma è un segnale chiaro: qui c'è una generazione che vuole contare, non solo andarsene. Officina Civica si inserisce in quel solco. Non propone un paese "bello e vuoto", da cartolina, ma "una comunità viva ed animata dalla vitalità dei suoi abitanti".

Come vuole lavorare

Dal comunicato emergono cinque punti concreti:

Apertura: chiunque può entrare, senza tessera. La diversità politica è considerata una risorsa, non un problema.

Ascolto reciproco: prima di decidere, si discute. L'obiettivo è costruire una visione plurale, non imporne una sola.

Presenza quotidiana: non riunioni chiuse, ma vita nei quartieri, nelle associazioni, nel volontariato.

Proposte, non proteste: "idee, esperienze e competenze si incontrano per generare proposte concrete".

Centralità dei temi collettivi: dal contrasto allo spopolamento alla qualità dei servizi, tutto parte dai bisogni reali.

"Uomini e donne che si interrogano e costruiscono insieme il futuro di Regalbuto": così si chiude il testo. Non c'è un leader indicato, non c'è una data di inaugurazione, ma c'è l'invito esplicito a chi ha "passione, senso civico e spirito costruttivo" a farsi avanti. In un tempo in cui la politica nazionale fatica a parlare ai paesi interni, Officina Civica prova a ribaltare la prospettiva: non aspettare soluzioni dall'alto, ma allenarsi, insieme, a immaginarle dal basso.

 
 
 
 
 

Il Limpiados di Licata conquista la prima edizione al termine di una giornata dominata dall'equilibrio, dal fair play e dalla pura passione per la pallavolo.

Ieri, la città di Ravanusa ha ospitato e visto scrivere una delle pagine più belle della pallavolo femminile. A redigerla, con sudore, talento e determinazione, sono state le quattro formazioni arrivate alla Final Four della prima edizione del campionato Under 19 targato ACSI, che si sono confrontate nei due impianti sportivi cittadini davanti a una cornice di pubblico semplicemente esemplare.

Un Equilibrio Straordinario: La Legge del Tie-Break

Le due semifinali hanno visto di fronte da un lato Albaverde e Virtus, e dall'altro Agira contro Limpiados, tutte a caccia del pass per la finalissima. Se c'è un momento nella pallavolo in cui l'adrenalina raggiunge il culmine, è quando l'incontro si decide al tie-break. Ebbene, ciò che ha reso questa giornata un evento più unico che raro è che sia le due semifinali, sia l'epilogo per il titolo, si sono risolte tutte al quinto set.

Un segno inequivocabile di come le quattro squadre si siano affrontate assolutamente alla pari, lottando su ogni pallone. Ognuna di loro avrebbe meritato di vincere questa prima edizione, regalando ai presenti uno spettacolo nello spettacolo.

Una Scommessa Vinta per il Territorio

Quando si è deciso di lanciare il campionato Under 19, lo si è fatto con una certezza: la consapevolezza del valore delle squadre partecipanti. C'era la ferma convinzione che la pallavolo giocata avrebbe messo in luce, in tutta la sua forza, le ulteriori e vaste possibilità di sviluppo di questo sport nei territori di Caltanissetta, Agrigento ed Enna. Ieri, il campo ha confermato e superato quelle aspettative.

Il Trionfo dello Sport e i Valori in Campo

Alla fine, a sollevare la coppa è stato il Limpiados di Licata, che impreziosisce così la propria stagione bissando la recente promozione in Serie D. Ma, al di là dell'albo d'oro, ciò che resterà impresso è il clima dell'intera manifestazione: l'assoluta correttezza in tutti gli incontri, il profondo senso di accoglienza e la grinta che le ragazze – le uniche e vere protagoniste in campo – hanno saputo esprimere attraverso il gioco e la voglia di vincere.

Si chiude così un anno sportivo per ACSI Volley Sicilia quanto mai positivo. Un bilancio che riempie di orgoglio e che suggerisce con chiarezza agli organizzatori la strada maestra da continuare a percorrere: offrire alle società sportive affiliate la migliore vetrina possibile per esprimere, e far crescere, la grande pallavolo.

Mi riempie di gioia guardare quel manifesto di "Le poesie al Chiostro" per il 4 luglio e vedere, uno accanto all'altro, i loghi del Comune di Regalbuto, della Pro Loco, della Fondazione Ameselon , dei Vaneddi dell'arte e de La Salle . Non è grafica. È un linguaggio. Per anni abbiamo confuso l'identità con la bandiera singola, e abbiamo chiamato "comunità" la somma di solitudini ben organizzate. Mettere quattro sigle diverse sullo stesso foglio, senza che una copra l'altra, è già una piccola rivoluzione civile. È la traduzione pratica di quel discorso che ho fatto nella presentazione del mio  libro in Sala Paolo VI: collaborare non è un auspicio, è una necessità se vogliamo affermare la voglia e la determinazione di essere comunità.

E qui arriva il secondo motivo della gioia, quello più profondo. Il Chiostro.

L'ho scritto nel libro, e ora la poesia lo rende visibile: quel luogo deve tornare alla sua funzione originaria, non come nostalgia, ma come destinazione. Cultura e religiosità non sono due reparti separati, sono due modi di stare in silenzio insieme. La poesia al Chiostro non è un "evento estivo", è una restituzione. Le pietre tornano a sentire voci che non vendono niente, che non chiedono applausi, che semplicemente abitano. Quando un chiostro torna a essere chiostro, una città smette di cercare altrove il suo centro. "Poesie al Chiostro" racchiude proprio questi due messaggi che  indico contro le divisioni: la ricostruzione della comunità regalbutese passa da alleanze concrete tra associazioni sportive, culturali e sociali, e passa dal ridare senso ai luoghi che ci hanno formato.

È per questo che ha senso, nello stesso respiro, ricordare due regalbutesi che hai voluto pubblicare su Regalbuto Press e sui social.

Il capitano medico Serafino La Manna, che di fatto insegnò la scherma a Tricoli, il quale poi fondò la prima scuola di scherma a Jesi. Una catena di trasmissione: un sapere che nasce qui, viaggia, mette radici altrove e onora l'origine. Non è folklore, è maestria che diventa scuola. E Giuseppe Perna, che nel primo Giro d'Italia del 1909 arrivò ultimo a Milano, 49º con 291 punti  diventando così il primo "maglia nera" della storia della corsa rosa. Ricordarlo non è celebrare la sconfitta, è riconoscere la tenacia di chi parte, resiste, arriva. In un paese che spesso misura il valore solo dal podio, Perna ci ricorda che anche l'ultimo chilometro ha dignità, e che Regalbuto ha pedalato fin dall'inizio della storia d'Italia su due ruote.

 Non so e non è importante sapere se quel discorso in Sala Paolo VI abbia suscitato interesse.  La comunità non nasce dall'applauso a un'idea, nasce dal fare che segue l'idea. E il fare, il 4 luglio, c'è. Quattro loghi insieme. Un chiostro che torna a essere luogo di parola. Due nomi tirati fuori dall'oblio e rimessi in circolo. Nessuno che rivendica il primato, tutti che si riconoscono nell'unico obiettivo di far grande Regalbuto. Il primo passo  è compiuto. Non perché è perfetto, ma perché è condiviso. La poesia non salverà il mondo, ma può ricucire un paese se la diciamo nello stesso cortile, sotto lo stesso cielo, con le stesse associazioni che per una sera smettono di contare i confini e iniziano a contare le presenze. Allora teniamoci questa gioia, sobria e testarda. Continuiamo a fare, senza fretta di firmare. Regalbuto non ha bisogno di altri manifesti di intenti, ha bisogno di chiostri abitati, di alleanze praticate, di storie raccontate. Il 4 luglio è questo: non un punto di arrivo, ma la prova che quando si collabora, il luogo giusto ritrova la voce giusta.